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Vargo Statten – Le ali nere di Marte

Quando si prende in mano un vecchio libro di fantascienza sconosciuto scritto da un autore poco noto è lecito aspettarsi una storia terribile che fa acqua da tutte le parti: il sospetto poi aumenta parecchio quando di questo libro non si trova alcuna recensione o commento, né in italiano né in inglese. Una ragione ci sarà, pensa il lettore medio; ed anche l’appassionato di vecchia fantascienza, che ha un po’ la coscienza sporca, si pone qualche domanda: sa infatti che spesso le storie scritte mezzo secolo e più fa non meritano nemmeno la metà del tempo che richiedono per essere sfogliate.
Il più delle volte tuttavia i sospetti si rivelano infondati e questi libri, pur senza essere eccezionali, riescono comunque non dico godibili ma almeno leggibili: è il caso ad esempio della Città incantata di Nelson Slade Bond e della Sconfitta dei semidei di A. Gordon Bennett, entrambi recensiti su questo sito nei mesi scorsi.
Altre volte però, ci si rende conto troppo tardi, c’è una ragione se questi libri sono finiti nel dimenticatoio: lo dimostra alla perfezione Le ali nere di Marte (Black Wing of Mars/Winged Pestilence, 1953) di Vargo Statten – pseudonimo di John Russell Fearn, autore inglese molto prolifico che in passato è stato pubblicato anche in Italia – una storia che pare un filmaccio di serie B di qualità così scadente da essere in zona retrocessione per la serie C.

La terra è condannata
I coniugi inglesi Max ed Eva Harborn, pionieri dell’esplorazione spaziale, sono i primi terrestri ad essere sbarcati su Marte: si trovano giusto sul pianeta rosso, deserto come ce lo aspettiamo, dove stanno raccogliendo campioni di rocce e terra da riportare sulla terra. Nell’aria, rarefatta ma respirabile, svolazzano rare falene, bellissime, lunghe una decina di centimetri, dal corpo striato e dalle ali nere: i nostri decidono di portarne una coppia sulla terra. Dal momento che su Marte non cresce niente gli Harborn si domandano di cosa si nutrano e l’unica risposta che riescono a darsi è la sabbia: ne prendono quindi una scorta adeguata e fanno ritorno a casa. La supposizione si rivela corretta, perché durante il viaggio la provvista di sabbia cala.
Tornati sulla terra, vengono accolti da eroi: qualcuno, soprattutto entomologi, è anche interessato alle falene, che gli Harborn tengono in casa, in una gabbietta di vetro e plastica, finché una sera Eva, animalista convinta (alcune pagine prima aveva dichiarato che «tutti gli animali selvatici dovrebbero restare in libertà, e tutti gli zoo andrebbero fatti saltare»), mossa a compassione non decide di liberare i due lepidotteri.
Non l’avesse mai fatto!

Le fameliche falene di Marte
Questo gesto sconsiderato rischia di condannare la terra. Infatti le falene, di cui si perdono subito le tracce, si riproducono rapidamente e nel giro di pochi mesi sono già diventate uno sciame di milioni: senza preavviso, un giorno attaccano una cittadina inglese e la radono al suolo, risparmiando solo gli esseri umani. Le falene, che sono resistenti a tutti i veleni, hanno infatti un pungiglione capace di disintegrare una minuscola porzione di materia, liberandone così l’energia contenuta, di cui si nutrono: tutto fa brodo per il loro metabolismo.
A questo punto l’Inghilterra, dov’è ambientata la storia, si allarma e cerca di trovare una soluzione alla piaga delle falene ma ogni teoria ed ogni sforzo falliscono: quando, pochi giorni dopo, un altro sciame attacca un’altra cittadina, viene mandato anche l’esercito che non solo viene sconfitto ma subisce anche pesanti perdite. Gli insetti marziani infatti contrattaccano e scoprono che anche gli umani sono deliziosi: da quel momento in poi nelle loro scorrerie non lasceranno sopravvissuti.
Questo secondo attacco mostra anche un altro elemento spaventoso delle falene: sono telepatiche. Il primo sciame era infatti stato quasi spazzato via quando sono arrivati i rinforzi, che hanno risolto la battaglia in favore degli invasori.
A questo punto la storia si fa inutilmente intricata, un’altalena di tentativi e fallimenti senza capo né coda: non solo, ma da una parvenza di verosimiglianza la storia diventa un’accozzaglia di diversi generi fantascientifici e di superscienza che esce davvero dal nulla.

I marziani, quelli di Venere
In breve la piaga delle falene colpisce il mondo intero: ovunque si registrano attacchi devastanti.
I protagonisti però ritengono di aver scoperto dove si riproducano i divoratori: sulle vette più alte, dove l’aria è rarefatta e quindi assomiglia a quella marziana. Così, quando un aereo di linea precipita sull’Himalaia, gli Harborn ed il loro amico scienziato, che sta lavorando ad un’arma ad energia che dovrebbe aver ragione degli invasori, prendono un aereo e scoprono che la catena è interamente ricoperta di falene. Con tutta l’autorità di cui sono investiti ordinano un immediato bombardamento a tappeto dell’Himalaia, che riesce: solo che nel resto del mondo gli insetti marziani lanciano immediatamente attacchi di rappresaglia che fanno precipitare ulteriormente la situazione.
Non sapendo più a che santi votarsi, Max ed Eva decidono quindi di recarsi su Venere, dove immaginano abbiano riparato gli antichi abitanti di Marte per sfuggire alle falene: un fulmine a ciel sereno, dal momento che sino a quel momento non si era nemmeno ipotizzato che su Marte fossero mai esistite altre creature diverse dalle falene o addirittura che Venere, nascosto dalle tradizionali nubi eterne, potesse essere abitato.
Ciononostante i nostri decidono di partire lo stesso ed armano il loro razzo: un guasto li costringe a fare scalo sulla luna, dove trovano milioni di falene congelate; sviluppano così la teoria che i crateri sulla luna, un tempo abitabile, siano in realtà conseguenza della voracità degli insetti. Ripartiti, giungono su Venere, dove trovano solo piante alte un mezzo metro, tutte diverse le une dalle altre: siccome anche qui l’aria, pur calda ed umida, è respirabile, i due lasciano l’astronave e si avventurano sulla terraferma, dove però vengono narcotizzati dalle piante, che in sogno comunicano con Max.
I venusiani narrano quindi la loro storia: sono i discendenti degli antichi abitanti di Marte, fuggiti su Venere per sfuggire alle falene, che loro chiamano «ungaf». Evolutisi da umanoidi in piante per meglio assorbire le onde mentali provenienti dal cosmo (niente domande, per favore), si sono stabiliti sul secondo pianeta dopo aver scartato la terra e la luna, che a quei tempi aveva acqua, aria e vegetazione, giudicate inadatte alle loro necessità. Giunti finalmente su Venere si sono accorti di aver portato con sé alcune falene: per liberarsene, hanno spedito le astronavi sulla luna di Venere. Aspetta, ma Venere non ha satelliti! «Questo dimostra il potere devastante degli ungaf», sentenziano gli uomini pianta.
I venusiani non possono o vogliono essere d’aiuto, così gli Harborn tornano a bordo della loro astronave, diretti questa volta su Marte, dove contano di trovare qualcosa che possa aiutarli contro i famelici lepidotteri.

La radiazione della settima ottava
Sulla terra intanto la situazione è disperata: le falene hanno raso al suolo ampie zone del pianeta, causando la morte di un numero incalcolabile di persone, tra cui anche l’amico scienziato, ucciso (e, si suppone, divorato) al collaudo della sua nuova arma a raggi, evidentemente inefficace.
I due trascorrono su Marte parecchio tempo: all’inizio non trovano niente, poi però a Max arriva l’intuizione.
Sul quarto pianeta infatti le falene sono gran poche e tutte hanno un atteggiamento indolente, sembrano quasi stanche; in altre parole, non sono così attive e voraci come quelle giunte sulla terra: la ragione, deduce l’esploratore, sta in certi raggi solari mortali, noti come «radiazione della settima ottava», che probabilmente l’aria rarefatta di Marte non è in grado di filtrare. Si mette così al lavoro e in quattro e quattr’otto fabbrica un proiettore capace di generare una radiazione corrispondente alla settima ottava, che prova con successo su un campione.
Forti della scoperta, i nostri ripartono quindi alla volta della terra, portando con sé proiettore e falena morta: ma sul pianeta la situazione è precipitata, alle incursioni delle falene si sono aggiunte le scorribande della popolazione, che prova (non senza ragione) un fortissimo risentimento nei confronti dei coniugi Harborn, perché si sono messi al sicuro mentre tutti patiscono a causa dei lepidotteri marziani.
Subito dopo l’atterraggio succede il finimondo: prima la folla inferocita distrugge l’astronave dei protagonisti, poi le falene attaccano: del vascello non rimane nulla, né il proiettore né la falena uccisa dalla radiazione (che però sarà determinante per l’epilogo).
Poco male, Max ha ancora il progetto del proiettore e così, su suggerimento di Eva, procede alla costruzione del prototipo di un’astronave capace di accumulare le suddette radiazioni della settima ottava e poi di spararle sulle falene. Il volo inaugurale dà risultati incoraggianti.

L’effetto positivo dell’energia negativa
Si passa così a costruire le astronavi in serie: Max ed Eva, per la sola ragione di essere i protagonisti, si occupano dell’addestramento degli equipaggi. Alla prima vera missione in forze però si affaccia un problemino: le astronavi si imbattono in falene giganti, non quelle solite lunghe una decina di centimetri ma di un nuovo tipo, superiore al mezzo metro di dimensione. «Ovvio!» esclama l’esperto dopo l’incredulità iniziale, «avrei dovuto prevederlo! La radiazione che stiamo usando non è quella di cui abbiamo bisogno. Invece di produrre la morte, sta producendo l’evoluzione! Non abbiamo annientato la minaccia, l’abbiamo solo peggiorata cento volte»!
Interrotti precipitosamente gli attacchi, i nostri catturano alcune falene giganti per usarle come cavie ma ogni esperimento fallisce: gli insetti resistono a tutto.
Tranne al colpo di scena.
Quando infatti la situazione sembra ormai disperata e tutti si danno per vinti («l’umanità dovrebbe prepararsi alla fine. Ormai non c’è più niente da fare») succede l’imprevisto: le orde fameliche, che erano arrivate a coprire il sole, si fanno di giorno in giorno sempre meno fitte finché un bel giorno non ne resta più alcuna viva.
Cosa sia successo si scoprirà solo anni dopo: è tutto merito di quel primo insetto irradiato ed ucciso su Marte, poi portato sulla terra e scomparso durante l’attacco combinato della folla e delle falene. Quel lepidottero irradiava infatti energia negativa, che è mortale e contagiosa, e così di falena in falena il morbo si è diffuso come un gas letale, aumentando di potenza man mano che nuove falene morivano a causa sua, finché ad un certo punto l’energia negativa è risultata preponderante, ha ucciso tutte le falene superstiti e si è infine dissipata nell’aria, perché il suo contrario era stato eliminato.
Fine. Anche del libro.

Una coppia di incompetenti per protagonisti
Come anticipato nel cappello, il libro è scadente dalla prima all’ultima pagina, senza appello: include elementi tipici degli anni Venti e Trenta (come la superscienza, i raggi di questo o quel tipo, i pianeti del sistema solare abitabili) ma trascura di includere quell’entusiasmo, quella fiducia nel domani e quel senso del meraviglioso che rendeva quelle storie al tempo stesso così ingenue e così godibili.
Le ali nere di Marte è invece un classico sottoprodotto della fantascienza degli anni Cinquanta ma del peggior tipo: da una parte spara raffiche di idee traballanti e sconnesse tra loro che hanno il solo scopo di colpire il lettore, dall’altra prende un evento che potrebbe – forse – verificarsi solo in un futuro remoto, lo attualizza a martellate e lo presenta come se potesse avvenire già domani, il tutto condito con una certa dose di pessimismo post Bomba. Qua e là dà pure l’impressione di aver preso spunto dall’ottimo Giorno dei trifidi di Wyndham, pubblicato solo due anni prima e pure ambientato nell’Inghilterra contemporanea, anche se poi ad ogni svolta della trama l’autore preferisce prendere una nuova direttrice e finisce così per perdere di vista la destinazione.
Ecco, la principale debolezza del libro sta proprio nell’assenza di un’identità propria: inizia infatti come storia di disastri, diventa poi una storia di invasione aliena, tenta quindi di convertirsi in space opera ma finisce per deviare sulla superscienza e si chiude malamente con una soluzione inaspettata, il classico «deus ex machina», come piace dire oggi.
Come se non bastasse, a rendere più severo il giudizio intervengono i due protagonisti, Max ed Eva Harborn, esempio da manuale di cocchi dell’autore: non tanto perché sono monodimensionali, capaci di fare tutto e sempre all’altezza della situazione – a questo siamo abituati e, tutto sommato, ci sta anche bene – quanto invece perché sono due incompetenti di prima categoria, incapaci di prevedere le conseguenze delle loro azioni ma sempre prontissimi a fare la morale a tutti. Questo vale soprattutto per Eva, che è la causa del disastro ma mai una sola volta in tutto il libro mostra pentimento o rimorso per aver rimesso in libertà i due insetti marziani: solo Max (ma solo lui) riconosce in un paio di occasioni che lui e la moglie sono la causa dell’infestazione ma non tanto perché Eva ha liberato le falene bensì perché sono stati loro a portarle sulla terra. Ed in entrambe le occasioni vengono ampiamente giustificati dai presenti: «La colpa non è vostra», si affretta infatti a dire il primo ministro inglese. E come non lo è?
Pure la folla è furiosa con i coniugi ma non tanto perché le falene sono giunte sulla terra a causa della loro sconsideratezza bensì perché gli Harborn sono al sicuro su Marte mentre qui gli insetti stanno portando la distruzione: e così l’uomo comune, che ha tutte le ragioni per avercela con i protagonisti, viene pure dipinto come un ingrato, perché durante la sua assenza Max ha trovato la soluzione al flagello, poco importa se è stato lui stesso a provocarlo.
A ben vedere però il libro una qualità ce l’ha: è stato divertente da recensire. Certo più che da leggere.

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