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Doc Savage, l’Uomo di Bronzo

Considerato il padre dei supereroi, Clark Savage Jr. – meglio noto come Doc Savage – è stato per sedici anni uno dei personaggi simbolo dei pulp dell’epoca d’oro, tanto da avere persino una rivista dedicata: secondo per popolarità solo a The Shadow, l’«Uomo di Bronzo» – così chiamato per la pelle sempre abbronzata ed il colore dei capelli e pure degli occhi – ha fatto sognare un’intera generazione dal 1933 al 1949 prima di finire nell’oblio, ma solo dopo aver combattuto nientemeno che le stesse forze dell’inferno.

L’Uomo di Bronzo
Doc Savage è stato ideato agli inizi degli anni Trenta da Lester Dent: costretto dall’editore ad usare uno pseudonimo, l’allora telegrafista scelse il nomignolo di Kenneth Robeson, poi divenuto il nome collettivo sotto cui hanno scritto tutti gli autori di una o più delle 181 storie che compongono il corpus delle avventure di Doc.
Ciononostante, si deve a Philip Josè Farmer – autore di fantascienza noto per altri cicli, come il Mondo dei Livelli e Riverworld – l’unico profilo sistematico del personaggio, intitolato «Doc Savage, una biografia apocalittica» (Doc Savage: His Apocalyptic Life, 1973), scritto sulla scia dell’analoga vita impossibile di Tarzan: in quest’opera Farmer cerca di concordare tra loro i diversi eventi narrati nelle avventure di Doc e, soprattutto, di spiegare o giustificare le inaccuratezze tecnico-scientifiche o gli errori di continuità in cui spesso ci si imbatte nelle storie dell’Uomo di Bronzo. Uno sforzo apprezzabile ma superfluo, dato che la forza di queste storie sta nell’avventura e nell’azione, certo non nella pedanteria superscientifica, anche quando Doc inventa nuovi strumenti, impiega sostanze prodigiose o utilizza marchingegni fantastici di sua ideazione, che solitamente porta con sé, nascosti in una delle centinaia di tasche segrete negli abiti o nel sottile corpetto aderente a prova di proiettile che indossa sotto gli abiti.

Il meteorite di Wold Newton
Non c’è nulla che Doc Savage non sappia fare, a parte – per sua stessa ammissione – cucinare e dipingere ad olio: per il resto è il migliore in tutti i campi, dalla medicina all’elettronica, senza trascurare nessun’altra disciplina umanistica, tecnica o scientifica. Merito senz’altro dell’addestramento che ha ricevuto dal padre sin dall’infanzia ma, secondo Farmer, anche di una predisposizione genetica: Doc sarebbe infatti un discendente della ventina di persone che, verso la fine del Settecento, si sarebbero trovate a passare nei pressi di Wold Newton, un paesino dell’Inghilterra, nel momento in cui vi precipitò un modesto meteorite, sufficiente però a scavare un cratere di un metro circa di diametro. L’evento è reale, le conseguenze – ovviamente – pura speculazione: questo meteorite avrebbe infatti irradiato i presenti di una qualche «ionizzazione» che, nelle generazioni successive, avrebbe portato alla nascita di superuomini dalle capacità eccezionali.
Nella teoria di Farmer questo è il cosiddetto «Universo di Wold Newton»: in esso gran parte degli eroi della finzione dell’Ottocento e del Novecento, cattivi inclusi, sarebbero discendenti più o meno diretti di questo manipolo di passanti in un tentativo di concordanze forzate paragonabile a quello che, in epoca più recente, si ravvisa spesso nell’obbrobrio steampunk, laddove Sherlock Holmes, il Capitano Nemo, il dottor Frankenstein, Allan Quatermain e gli altri eroi della narrativa popolare vittoriana coesistono con i personaggi storici della stessa epoca.
Lo stesso Clark Savage padre sarebbe un tale James Wilder, segretario del duca di Holdernesse (del quale è anche il figliastro e pertanto, sempre secondo le biografie non ufficiali di Farmer, imparentato anche con i Greystoke e quindi con Tarzan) nell’«Avventura della Priory School» di Sherlock Holmes: questi, fuggito in Canada anziché in Australia, avrebbe qui cambiato nome in Savage, equivalente francofono del suo cognome da parte di madre, Clarke-Wildman. Ma qui mi fermo: chi ci interessa davvero è Clark Savage Junior, non Senior.

Il protosupereroe
Come detto, Doc Savage è il classico prodotto dei pulp degli anni Trenta, l’incarnazione da manuale della «calocagazia» greca, la perfezione fisica che accompagna la perfezione morale: superbo nel corpo e nella mente, sempre all’altezza della situazione, sempre capace di anticipare le mosse degli avversari, sempre con l’asso nella manica – solitamente una piccola carica di esplosivo o una fialetta narcotizzante celate da qualche parte – l’Uomo di Bronzo è sostanzialmente un buono che impiega la sua vasta fortuna e l’illimitato talento nella lotta del bene contro il male.
Eccezione tra simili eroi però, non è affatto un sanguinario: Doc infatti preferisce non uccidere i suoi avversari ma catturarli per riabilitarli, anche se poi non è raro che le sue avventure si trasformino in un bagno di sangue, sempre però per colpa dei cattivi che non collaborano. Sfruttando la laurea in medicina (chirurgia cerebrale) che gli dà il titolo con cui tutti lo conoscono, il nostro opera i reprobi al cervello e ne rimuove i «centri della malvagità» come se fosse una malattia: così risanati, li restituisce alla società, alla quale non possono più fare del male.
Alle volte però si trova a fare i conti con avversari non umani: per salvare un uomo da uno squalo, ad esempio, non esita a gettarsi in acqua, afferrare l’animale al «collo» con una presa da lottatore e stordirlo con un pugno sul muso, così da renderlo innocuo e permetterne la rapida eliminazione con un colpo di fucile. In simili situazioni si ha quasi l’impressione che l’autore sia consapevole del tipo di storia che sta raccontando e lui per primo rida della propria creatività, sdrammatizzando le capacità sovrumane di Doc con un pizzico di autoironia: «tongue in cheek», direbbero gli inglesi.

I «Fantastici Cinque»
Sebbene questo titolo non sia ufficiale ma inventato su misura per il film degli anni Settanta (Doc Savage: The Man of Bronze, 1975: nemmeno malaccio come adattamento), i «Fantastici Cinque» sono in realtà i cinque rincalzi: sono soltanto gli aiutanti di Doc, tutti i migliori nei rispettivi campi ma sempre e solo dopo l’eroe eponimo.
Sempre secondo Farmer, il nostro, ancora sedicenne, li avrebbe conosciuti in prigionia, durante la Prima Guerra Mondiale: abbattuto in missione, Doc sarebbe stato portato in una fortezza per «prigionieri difficili», dove erano già rinchiusi anche quelli che sarebbero poi diventati i suoi compagni (superfluo dire che assieme progettano ed attuano una fuga creduta impossibile). Sebbene siano tutti molto più vecchi di lui, lo ammirano a tal punto che, finita la guerra, avrebbero deciso di accompagnarlo nelle sue avventure.
In pratica però i cinque servono come segretari, artifizi narrativi e diversivi, per mettere in luce il talento di Doc: di questi poi, solo due (Monk ed Ham) arrivano ad avere addirittura due dimensioni invece di fermarsi ad una sola, probabilmente perché sono anche quelli che appaiono con maggiore frequenza.
Il tenente colonnello Andrew Blodgett Mayfair, chiamato «Monk» per il suo aspetto scimmiesco (basso, muscoloso, peloso, con le braccia estremamente lunghe, la fronte bassa e rientrante, e una vocina acuta da bambino), ed il brigadier generale Theodore Marley Brook, avvocato, considerato uno degli uomini meglio vestiti al mondo, detto «Ham» per un incidente con dei prosciutti architettato ai suoi danni da Monk durante la guerra, sono le spalle più presenti nelle avventure di Doc e sono anche quelli cui sono solitamente delegate la parentesi comica e le frivolezze, a causa della loro rivalità e del continuo bisticciare, che però dissimulano un profondo affetto reciproco. Ad accendere gli animi dei contendenti contribuiscono poi gli animali di compagnia che nel corso delle avventure i due prendono con sé, ossia il maialino «Habeas Corpus» di Monk, reso in italiano con «Codicillo» (che in seguito vestirà con una cravatta per deridere lo stile azzimato dell’antagonista), e più avanti ancora la scimmia «Bicarbonato» («Chemistry» nell’originale) di Ham, sin troppo espliciti richiami all’aspetto e alla professione del suo rivale.
Nonostante qualche timido tentativo di caratterizzazione – come il parlare per paroloni di Littlejohn, che tocca il vertice con l’esclamazione «che possa essere superamalgamato!» – gli altri aiutanti di Doc sono monodimensionali: qui li cito solo per completezza d’informazione, perché sono indistinguibili da un foglio di carta da parati appena incollato al muro.
Il primo è appunto William Harper Littlejohn, detto Johnny, «uno dei più grandi geologi e archeologi viventi», così alto e allampanato da dare l’idea di essere denutrito: nelle prime avventure porta gil occhiali, con la lente sinistra più spessa, perché è cieco da quell’occhio e la usa quindi come lente d’ingrandimento, finché poi una miracolosa operazione da parte di Doc gli rende la vista, e la lente d’ingrandimento diventa così un monocolo. La caratterizzazione dei comprimari inizia quindi ad arrancare già col colonnello John Renwick, detto Randy, un gigante di quasi due metri dalla faccia arcigna, la cui unica caratteristica è avere due mani enormi che usa come pugni per sfondare ogni cosa: sarebbe anche ingegnere, uno dei famosi al mondo, ma nemmeno nella sua professione regge il confronto col protagonista. Da ultimo viene il maggiore Thomas J. Roberts, detto Long Tom da un certo incidente con un vecchio cannone durante la guerra: genio dell’elettricità, preferisce però restare al buio perché di lui non c’è molto altro da dire.

Storie al fulmicotone, senza continuità
Ancora non si è parlato delle storie ma, d’altronde, è anche vero che c’è poco da dire al riguardo: tendono infatti ad essere formulaiche, nel senso che seguono uno schema abbastanza classico per i pulp, che mettono l’azione al centro degli eventi a scapito della caratterizzazione e dell’approfondimento (ricordo di aver letto da qualche parte che «i pulp hanno ucciso le frasi lunghe»). La ragione sta nella cosiddetta «Lester Dent formula», dal nome reale dell’autore, che per riucire a scrivere un romanzo al mese aveva ideato un efficace metodo narrativo: gli bastava un canovaccio di un paio di paginette per arrivare agilmente alle centocinquanta/centosessanta pagine di un’avventura di Doc Savage. Questo sistema, che non brilla certo per creatività, viene applicato da molti autori ancora oggi.
Ciononostante, e forse proprio in virtù dell’anticipazione che un simile espediente crea nel lettore (come avviene con Stanlio e Ollio: già si intuisce cosa stia per accadere nelle loro comiche ma si rimane lo stesso inchiodati davanti allo schermo in attesa di vederlo realizzarsi e liberare così le risate sin lì trattenute), le avventure di Doc riescono ad essere appassionanti, con un ritmo al fulmicotone ed una risoluzione altrettanto rapida di ogni ostacolo che s’incontri lungo il cammino: solitamente partono da grandi premesse, con un mistero o un primo capitolo capaci di accendere subito l’interesse; poi si perdono in false piste, vicoli ciechi, indagini senza senso ed altri espedienti scriteriati che servono solo ad allungare la trama e creare l’«idiot plot» tipico di questo genere di storie; ed infine si risolvono in un finale esplosivo, nel quale all’improvviso tutti i fili si intrecciano, tutti i protagonisti si incontrano e tutti i misteri si spiegano, a volte anche in stile Scooby-Doo.
Questo tipo di narrazione ha però anche un altro pregio: come tutti i pulp, le storie di Doc non richiedono di essere lette in sequenza, come hanno dimostrato le diciotto avventure scelte a caso e pubblicate in ordine sparso da Urania ancora negli anni Settanta. Si può saltare dall’una all’altra senza quasi accorgersi che in mezzo ci sarebbe dell’altro: al massimo possono esserci minimi riferimenti a qualcosa che è avvenuto altrove ma, se anche se ne ignora la provenienza, la trama non ne soffre minimamente.
Tuttavia, per una questione di chiarezza e di conoscenza del personaggio, può essere opportuno cominciare la lettura proprio dalla storia d’esordio, «La piramide d’oro» (The Man of Bronze, 1933), tradotta anche da Urania, che però l’ha pubblicata come settimo dei diciotto volumi della collana, il che dimostra semmai quanto le avventure di Doc Savage siano scollegate l’una dall’altra.

La piramide d’oro
Doc ed i suoi aiutanti sono riuniti nell’appartamento di questi all’ottantaseiesimo piano del grattacielo più alto di New York (si pensa sia l’Empire State Building, appena terminato di costruire) per discutere dell’improvvisa morte del padre del nostro, ucciso da una malattia sconosciuta ma già battezzata «Morte rossa», per le macchie di cui è cosparso il corpo della vittima. Mentre parlano, vengono aggrediti da misteriosi sicari, che sparano loro da lontano e cercano pure di introdursi nell’appartamento. Questo fatto mette in moto una serie di eventi che in breve portano Savage ed i suoi cinque aiutanti in Centro America, nella fittizia repubblica di Hidalgo, dove trovano il vastissimo terreno lasciatogli in eredità dal padre: nel farlo sventano anche un tentativo di rivoluzione.
In questo territorio, che si trova da qualche parte nella foresta, vive una tribù di maya rimasti attaccati ai loro costumi: il capo e la sua bellissima figlia parlano però l’inglese, che è stato insegnato loro da Savage padre, ed attendono l’arrivo di Doc. Per l’aiuto che il vecchio ha dato loro vent’anni prima (e quello che il nostro dà loro nell’immediato, risolvendo gravi problemi interni, antidoto della Morte rossa incluso) questi maya mettono a disposizione dell’eroe tutto il loro oro, ammassato in caverne segrete sotto una piramide: d’ora in poi quando Doc avrà bisogno di soldi non dovrà far altro che scrivere un biglietto ai maya e, nel giro di qualche giorno, una carovana di muli si metterà in marcia con tutto l’oro necessario.
Ovviamente userà questo denaro per sostenere la sua crociata contro il male ed offrire al lettore avventure di pura evasione.