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Edgar Rice Burroughs – At the Earth’s Core (Pellucidar)

È un crimine che un libro così bello ed avvincente come At the Earth’s Core di Edgar Rice Burroughs non sia mai stato tradotto in italiano (correzione: parecchi anni dopo la pubblicazione di questa recensione è uscita un’edizione italiana, intitolata «Nel cuore della terra»): infatti non solo si tratta di una delle sue opere migliori, paragonabile e forse pure leggermente superiore ad «A Princess of Mars» (John Carter di Marte, per intenderci), ma è anche uno dei testi fondamentali del genere avventuroso, quasi il manuale di riferimento per tutte le storie ambientate in terre misteriose, inesplorate o primitive.
A confermarlo basta un’unica osservazione: tutti gli archetipi fissati da Burroughs in questa storia vengono ampiamente ripresi ancora oggi – purtroppo edulcorati ed adattati per renderli accettabili alla società moderna sempre ansiosa di «indignarsi» – da tutti gli autori del fantastico e persino dal cinema e dalla televisione.
Per dirla in breve, At the Earth’s Core è tutto quello che sarebbe dovuto essere il noiosetto Viaggio al centro della terra di Verne: non è un caso che quest’ultimo sia stato scritto da un europeo mentre l’altro sia uscito dalla penna di un americano.

L’invitato sgradito: la scienza
La scienza non sa cosa sia il divertimento: la scienza è quell’invitato ad una festa che, per la sua supponenza e forma mentale, tutti evitano perché vuole parlare solo di argomenti seri ed impegnati, non comprende le battute e non tollera le facezie. In altre parole, è l’invitato che nessuno vuole ma che in un modo o nell’altro riesce sempre ad imbucarsi.
Col suo spirito malevolo, negli ultimi decenni la scienza è arrivata a privarci anche del senso del meraviglioso, della capacità di sognare e di vivere avventure scientificamente inaccurate ma maschiamente grandiose. Le prime a farne le spese sono state le civiltà dimenticate (che hanno ispirato capolavori come La donna eterna di Haggard, Orizzonte perduto di Hilton, Gli abitatori del miraggio di Merritt); poi è venuto il turno della space opera; infine, pezzo dopo pezzo, la scienza è arrivata ad espugnare anche l’ultima roccaforte dell’immaginifico avventuroso del passato: la terra cava, che è l’ispirazione di questo romanzo e che perciò è meglio approfondire prima di seguitare a parlare del libro.

Pellucidar, la terra dimenticata dal tempo
La serie di romanzi di cui At the Earth’s Core è il capostipite (al quarto volume iniziano gli intrecci col ciclo di Tarzan) è ambientata nel mondo sotterraneo di Pellucidar, che segna anche il nome del ciclo: secondo un’antica credenza che la scienza (appunto) ha screditato da tempo e sulla quale Burroughs si getta come un falco famelico, la terra – la nostra terra – sarebbe cava, una sorta di guscio al cui esterno ci siamo noi ma al cui interno prospera un mondo a volte più progredito del nostro, altre volte preistorico, come in questo caso.
Burroughs immagina che, superati diversi strati di roccia e di ghiaccio, si possa sbucare in questa caverna gigantesca al cui centro brilla una palla di fuoco od energia che arde in eterno, senza mai spegnersi o tramontare: è sempre giorno in Pellucidar, con la conseguenza che qui il senso del tempo ed il suo scorrere sono sconosciuti («time is no factor where time does not exist», scrive ad un certo punto per bocca del protagonista). Per qualche ragione, probabilmente la forza centrifuga (ma il perché è di infima importanza), qui dentro la gravità è invertita: senza rendersene conto, si poggiano i piedi sulla superficie interna del guscio e basta. Anche la linea dell’orizzonte è differente dalla nostra, dal momento che, per la convessità del guscio, la si vede sempre leggermente rialzata rispetto al piano su cui ci si trova,
Questa terra e gli oceani che la delimitano sono un mondo preistorico fantastico: la vegetazione è rigogliosa, uomini e dinosauri coesistono ma la razza dominante è una specie di pterodattili (o meglio pterodattile, dal momento che, per ragioni spiegate nel primo libro, sono tutte femmine) sordi e probabilmente telepatici, i Mahar, che si nutrono di carne, specialmente umana, ed hanno assoggettato tutte le razze inferiori. Di queste fanno parte sia diverse specie di subumani scimmieschi, come gli asserviti Sagoth ed i selvaggi uomini scimmia, sia gli umani veri e propri, divisi in tribù: uomini fieri e di bell’aspetto che vivono in caverne, fanno grande uso di zagaglie dalla punta di pietra (ma non conoscono le armi a distanza) ed hanno sviluppato una società ed una cultura ricca e fiera, sia pure sotto la continua minaccia dei Mahar.
Riguardo a questi cavernicoli, Burroughs scrive con grande rispetto: «They are a noble-looking race, these cave men of Pellucidar, and if our progenitors were as they, the human race of the outer crust has deteriorated rather than improved with the march of the ages. All they lack is opportunity. We have opportunity, and little else». Lo scriveva un secolo fa: chissà cosa penserebbe degli uomini di oggi, il povero ERB.
Qua e là, si apprenderà nei diversi volumi della serie, esistono caverne che si snodano nel guscio fino al mondo esterno: da queste in epoche remote sono passati i dinosauri che ancora abitano Pellucidar, probabilmente alcune razze di uomini e senz’altro i Korsari, i cattivi introdotti nel terzo libro, un popolo di pirati sanguinari che scorrazzano nel mare interno sulle loro navi gigantesche.
Ma qui stiamo andando troppo al largo: è infatti ora di parlare del primo volume.

At the Earth’s Core: come sarebbe dovuto essere il Viaggio al centro della terra
Pubblicato dapprima in quattro puntate sull’All-Story Weekly nel 1914, At the Earth’s Core ha ricevuto un’edizione in volume solo otto anni più tardi, nel 1922: ricco di fantasia, immaginazione e pure una certa ingenuità, descrive le imprese di David Innes nei dieci anni che ha trascorso nel mondo sotterraneo di Pellucidar. Come si apprende nel prologo, l’autore del libro avrebbe conosciuto Innes nel Sahara, mentre progettava il modo di tornare nel mondo sotterraneo: questi gli avrebbe raccontato la sua storia e l’autore, mai nominato, ritenendola genuina ha anche ritenuto meritevole pubblicarla.
Ereditata dunque una fortuna dal padre, Innes finanzia la costruzione di un’enorme trivella semovente progettata da Abner Perry, un anziano inventore di cui è amico: i due decidono di provarla assieme ma nel viaggio inaugurale qualcosa va storto. Perso il controllo della macchina, la trivella continua a scendere sempre più nelle profondità della terra finché, un paio di giorni più tardi, non sbuca in riva al mare, in una terra tropicale, in un mondo fantastico.
Poco dopo i due vengono presi prigionieri dagli uomini scimmia: liberati per essere subito ricatturati da un’altra razza di subumani, i Sagoth, i due terrestri vengono messi assieme ad altri umani prigionieri dei gorilla umanoidi, destinati ad essere condotti schiavi nelle città dei Mahar, gli pterodattili padroni del mondo (interno) di cui già si è parlato. Tra gli altri prigionieri si trovano gli altri protagonisti del libro: Ghak il Peloso (the Hairy One, che diventerà amico ed alleato di Innes), Hooja il Subdolo (the Sly One, il vero cattivo della situazione) e soprattutto la stupenda Dian la Bella (the Beautiful, appunto), una principessa di una tribù locale che è destinata a diventare la donna di Innes. Non ha senso parlare delle faccende di cuore tra i due – questa non dovrebbe essere una storia di baci – se non accennare al fatto che, appresa rapidamente la lingua del posto, Innes farà involontariamente infuriare Dian perché, con un espediente tutto letterario, nella sua ignoranza delle usanze del posto non si rende conto del rituale nuzial-amoroso avviato per lui dalla principessa che, credendosi rifiutata, si sentirà offesa e passerà metà libro ad odiare ed ignorare il nostro eroe. Tuttavia Dian scompare per un certo tempo, perché lungo la strada viene rapita da Hooja che, approfittando del buio di una caverna attraverso cui la comitiva deve passare, riesce a liberarsi e portare con sé con la donna.
In ogni caso, giunti alla città di Phutra, la capitale della confederazione dei Mahar, le strade dei vari protagonisti si dividono presto: i Mahar concedono una certa libertà di movimento agli schiavi e così mentre Perry studia gli antichi documenti della città (tutti scritti al presente, perché in Pellucidar manca il senso del tempo, osserverà), Innes riesce ad eludere la scarsissima sorveglianza e cercare guai per conto proprio.

Il grande segreto dei Mahar
Nei suoi studi Perry scopre il grande segreto della razza dominante di cui Phutra è l’unico custode: da tempo immemorabile i Mahar – anzi, le Mahar – hanno eliminato i maschi perché hanno scoperto un metodo per riprodursi da sole, grazie all’ausilio della scienza. Tutto ciò è scritto in un libro che ad Innes non sarà difficile sottrarre. Le Mahar stesse sono sorde e telepatiche: per comunicare tra loro si servono di un senso ignoto agli uomini mentre per comunicare con i loro servi – in particolare i Sagoth, che ne sono gelosissimi – hanno ideato un sistema gestuale piuttosto efficace. Ovviamente la sordità di queste creature giocherà a loro sfavore in diverse situazioni.
Mentre Perry era impegnato a studiare la storia dei Mahar, il fuggitivo Innes stava esplorando da solo la terra sconosciuta: il risultato più importante di questa scampagnata è l’incontro/scontro con Ja dei Mezop (gli abitanti di un’isola), che diverrà il suo miglior amico e collaboratore. Insieme saranno la chiave di un’altra scoperta di rilievo per il lettore: il tempio segreto dei Mahar, dove assistiamo ai loro orribili pasti rituali. Per soddisfare la curiosità del lettore, un gruppo di uomini, donne e bambini vengono portati in questo tempio, una sorta di bunker il cui unico ambiente interno è una palude con radi isolotti e pietre affioranti: a cominciare dalla regina, i Mahar scelgono un umano, lo ipnotizzano e lo attirano a sé; incapace di resistere e di lottare, la vittima viene divorata a pezzi, sempre camminando gioiosa verso il suo carnefice.
Disgustato da questo rituale, Innes decide di tornare a Phutra dove apprende da Perry, che nemmeno si era accorto dell’assenza di Innes, in cosa consista il segreto della riproduzione asessuata dei Mahar: sempre deciso a riconquistare Dian e a stabilire gli uomini in cima alla catena alimentare, ruba il volume proibito ma viene catturato e torturato; riesce tuttavia a fuggire nuovamente, segue le tracce della donna, la trova e la salva in extremis dall’ennesimo spasimante, Jubal l’Orribile (the Ugly One). Poi, rappacificatosi con lei e ricongiuntosi con Ghak, guida la rivolta degli umani contro i Mahar, che vengono sconfitti e praticamente scompaiono dai libri successivi.
Istituite le basi per un impero umano che prenda il posto dei Mahar al vertice delle gerarchie pellucidariane (che sarà materiale per i libri successivi), Innes e Dian programmano un ritorno alla superficie ma Hooja, ancora una volta, rapisce la donna sostituendola con una Mahar, senza che il protagonista se ne accorga: Innes raggiunge così la superficie da solo, sbuca nel Sahara, dove incontra l’autore del libro, al quale narra la propria storia, ed intanto si prepara a tornare nel suo mondo, per ritrovare la sua Dian.
Un concentrato di avventura in meno di duecento pagine: ah, i bei libri di una volta!

Pellucidar: meno mistero, più geografia
Seguito meno avvincente ma comunque godibile di At the Earth’s Core, questo Pellucidar – pubblicato in quattro puntate sul solito All-Story Weekly nel 1915 e poi in volume a sé nel 1923 – ripercorre suppergiù gli stessi luoghi, personaggi ed eventi del precedente: la trama può essere riassunta nella ricerca da parte di Innes della sua Dian, che lo guida su tutto il continente interno del pianeta. Sullo sfondo c’è il costituendo impero umano che, con l’aiuto di Perry e delle sue invenzioni, riunisce diverse tribù del circondario: l’ambientazione ormai è notissima al lettore e, complice una certa ricerca del riferimento forzato al libro precedente, in questo volume manca quel senso del mistero e della scoperta che invece traboccava dal primo volume.
Non per questo Pellucidar è una cattiva lettura (lo sarà invece il terzo libro della serie, Tanar of Pellucidar), anche se la storia è condensabile in tre punti ripetuti sino alla nausea: Innes trova impossibile calcolare il tempo nel giorno eterno di Pellucidar; Innes ama Dian di Pellucidar sopra ogni cosa; Innes è pronto a sacrificarsi per il bene degli uomini di Pellucidar.
Il resoconto questa volta avviene per cavo telegrafico: nel viaggio di ritorno nel mondo sotterraneo il protagonista aveva infatti legato una lunghissima bobina di cavo telegrafico alla trivella e collegato questo ad una cassetta sepolta nelle sabbie del Sahara. Una notte l’autore anonimo del libro, che si era accampato con altri nel deserto, ode un ticchettio provenire da sotto il suo giaciglio: rimuove così un po’ di sabbia e trova la cassetta, col telegrafo ticchettante. Si mette in contatto col telegrafista (Innes) e da lui apprende ciò che è accaduto sottoterra dopo il ritorno del protagonista, che dal nostro mondo aveva portato con sé un gran numero di strumenti tecnologici per favorire lo sviluppo dei pellucidariani.
Per la trama, ritornato a casa – quella nuova – Innes trova l’impero in frantumi, a causa del solito Hooja il Subdolo, il rapitore di Dian: senza perdere tempo si mette alla sua ricerca e lungo la strada ristabilisce ed amplia l’impero. Alla fine la confederazione di tribù guidata dal protagonista fiorisce, distrugge le restanti città dei Mahar e raggiunge un livello di civiltà prossimo al ventesimo secolo, almeno per la tecnologia (ma non per l’economia).
E qui sarebbe dovuta terminare la serie.

Tanar di Pellucidar: anche gli scrittori devono pagare le bollette
Non merita nemmeno perdere troppo tempo su Tanar of Pellucidar (pubblicato in sei puntate nel Blue Book Magazine nel 1929 e poi in volume l’anno seguente), che serve unicamente da ponte per il quarto volume della serie, il primo con Tarzan per protagonista (Tarzan at the Earth’s Core, sempre inedito in italiano). Infatti, invece di far avanzare la storia, questo libro la porta indietro: inizia con Innes che tiene finalmente in mano un impero in crescita e termina col nostro che, oltre ad essere stato scippato del ruolo di protagonista, è prigioniero dei nuovi kattivi, i Korsari.
La storia è così scadente che, devo ammetterlo, è stata anche la prima di Burroughs che abbia letto con fatica e terminato solo con grande sforzo: tuttavia basta dare un’occhiata alla data di pubblicazione – Tanar è uscito una quindicina d’anni dopo i precedenti due volumi, in un periodo in cui ERB era un autore affermatissimo e poteva permettersi di scrivere qualsiasi cosa e vederla pubblicata solo schioccando le dita – per farsi un’idea della ragione di questo crollo qualitativo. Anche gli scrittori infatti devono pagare le bollette.
A ben vedere, la storia avrebbe diversi aspetti positivi, a partire dagli antagonisti: dopotutto sono pirati contro dinosauri contro cavernicoli armati di carabine, cosa si può chiedere di più ad un libro d’avventura ambientato nel mondo contemporaneo? Purtroppo però questi aspetti positivi sono rovinati da almeno due colpe gravi: è prima di tutto una storia di baci (con frequenti ed interminabili descrizioni delle emozioni e reazioni dei due protagonisti alla vista l’uno dell’altra) che si sviluppa su una serie interminabile di catture e fughe, a volte persino ridicole. È ovviamente un espediente necessario per allungare la narrazione e ripartire ogni volta quasi da zero ma per il lettore ogni cattura è un nuovo attentato alla pazienza.
Altrettanto fastidioso è il «finale non finale» del libro, dato che gli ultimi eventi sono solo accennati in poche righe e del fato di Innes – ancora prigioniero nella cella dei serpenti – non si sa nulla, se non che sarà materiale della prossima avventura. Tarzan sia lodato.
Ciononostante, sarebbe un peccato lasciarsi scoraggiare dalla pochezza di questo volume e lascairasi così sfuggire il capostipite della serie: At the Earth’s Core rimane uno dei testi fondamentali del genere avventuroso.

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