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Frederik Pohl e Cyril Kornbluth – Gladiatore in legge

Pur inferiore ai «Mercanti dello spazio», che sono l’opera simbolo della collaborazione tra Frederik Pohl e Cyril Kornbluth, anche il successivo «Gladiatore in legge» (Gladiator At Law, 1954) può essere considerato uno dei punti di riferimento della fantascienza sociologica che tanto deve ai due autori americani, perché coglie i mutamenti della società che negli anni Cinquanta già cominciavano a manifestarsi, li proietta nel futuro ed anticipa così con notevole precisione quello che si sarebbe verificato solo molti decenni più tardi nel mondo reale: un mondo dominato dalla finanza spregiudicata e manipolato da pochi burattinai privi di scrupoli che credono di potersi sostituire a Dio.

Un campionario di critiche sociali
Come capita spesso con le opere pubblicate fino agli anni Sessanta, «Gladiatore in legge» è uscito dapprima su rivista – nei numeri di giugno, luglio e agosto 1954 di Galaxy – e solo l’anno successivo in volume: in Italia è arrivato abbastanza presto, già nel 1959 (sempre suddiviso in tre puntate sull’edizione nostrana di Galaxy) e nel 1966 in volume.
Il titolo del romanzo è azzeccatissimo, perché fa riferimento sia ai giochi violenti e amorali che distraggono la popolazione oppressa dell’America del futuro – perché se c’è una cosa che tira su di morale chi sta male è vedere qualcuno che sta peggio – sia alla lotta legale senza quartiere che l’avvocato protagonista ingaggia contro i potenti della situazione servendosi di tutte le armi offerte dal diritto, che come sempre può essere piegato ad ogni interpretazione. La storia però non è così omogenea come nel precedente «I mercanti dello spazio», che si dedicava ad un unico argomento (lo strapotere delle grandi aziende e soprattutto della pubblicità) e si limitava solo a sparpagliare qua e là brevi accenni ad altri problemi che già affliggevano la società americana dei primi anni Cinquanta ma senza soffermarsi troppo a lungo su nessuno di essi.
Quest’altro «Gladiatore in legge» spazia invece su più temi che cerca di tenere uniti in qualche modo: quello portante è appunto il potere incontrastato, quasi divino, dell’Alta Finanza e dei suoi sacerdoti, che possono gestire a piacimento le masse, influenzare il mercato azionario e amministrare il paese in vece della politica, che è solo di facciata. E fin qui segue un binario parallelo a quello dei «Mercanti», solo cambiandone gli attori principali.
Ma su questa impalcatura Pohl e Kornbluth innestano almeno altre cinque tematiche minori, soprattutto la «schiavitù a contratto» dei lavoratori, che assicura il dominio assoluto delle aziende sui dipendenti; e poi il dramma della disoccupazione che, nonostante la garanzia del reddito di cittadinanza e dei pacchi alimentari che saziano tutti in abbondanza, costringe chi ha perso il lavoro a dipendere dai servizi sociali e a vivere nell’ozio obbligatorio, senza sogni né aspirazioni né la possibilità di veder realizzati i propri desideri, in un circolo vizioso che serve solo a garantire la sopravvivenza dell’assistenzialismo e l’impossibilità di riscatto degli assistiti.
Così, se la finanza è l’impalcatura su cui si regge la trama, ciò che le dà un senso e tiene tutto unito sono invece le case automatizzate G.M.L. (dalle iniziali degli inventori e del finanziatore, ma questo non lo sa nessuno) in cui solo i dipendenti delle aziende possono vivere, perché queste cosiddette «case a bolla» sono di proprietà delle compagnie stesse: perdere il lavoro significa quindi perdere anche il diritto ad una di queste abitazioni da sogno e finire nell’incubo dei bassifondi come Torcibudella, agglomerati di catapecchie che un tempo erano state costruite come speculazioni immobiliari e vendute come «sobborgo residenziale del futuro» solo per truffare la classe media che spendeva tutti i risparmi per acquistare queste casette mal progettate.
Alta Finanza e case G.M.L. si intersecano quando l’avvocato protagonista, assoldato dagli eredi di uno degli inventori, mette in moto una catena di eventi che porteranno dapprima al crollo della società che non solo costruisce le case automatiche ma controlla anche grosse quote di quasi tutte le maggiori aziende del paese e poi a catena al collasso del sistema finanziario americano.

L’Alta Finanza e i padroni del mondo
In «Gladiatore in legge» non ci sono le rivalità tra grandi aziende che sfociano in guerra aperta come nei «Mercanti dello spazio» ma il conflitto tra i grandi burattinai che hanno in mano il mondo non manca: solo, qui è più sottile, si combatte nell’ombra con i fini strumenti della finanza. Che in un certo senso rendono ancora più spaventoso il potere esercitato dalle elite e le loro lotte, perché non dà nell’occhio e fuori scena muove centinaia di milioni se non addirittura miliardi di dollari alla volta.
Significativamente, non ci sono nemmeno riferimenti al governo: nei «Mercanti» i politici sono burattini controllati dalle grandi aziende e lo stesso presidente americano viene descritto come un vecchietto premuroso che deve fare anticamera e alla fine cedere pure il posto al presidente di una megacorp. Qui invece non c’è nemmeno bisogno di politici, dal momento che le decisioni che contano vengono prese nell’ombra dalle finanziarie fantasma come la «Green, Charlesworth», che basta sentire nominare per suscitare un sacro terrore persino nei magnati: è infatti impensabile averli contro perché la loro opposizione già significa il fallimento automatico del progetto avviato.
Così la politica è limitata alle amministrazioni locali, sorta di consigli comunali o addirittura di quartiere: ma deve accontentarsi delle briciole perché la Finanza non ha più bisogno del sostegno dei politici, dal momento che si fa le leggi da sé. Ed infatti simbolicamente la sede del partito attorno al quale orbita l’avvocato protagonista, e che di quando in quando gli procaccia qualche cliente, è un vecchio teatro rabberciato, una sorta di satira della politica stessa, che è appunto un teatro.
Green, Charlesworth incarnano dunque i cattivi della storia: anzi, a voler ben vedere incarnano il male stesso che tiene in pugno il mondo, perché esistono da secoli, da prima ancora che l’America diventasse una nazione. Sono gli «struldbrugg» dei «Viaggi di Gulliver», uomini immortali che però continuano ad invecchiare, diventando via via sempre più avidi e mostruosi, simili d’aspetto a cadaveri animati: e proprio come gli abitanti dell’isola di Luggnagg, anche Green, Charlesworth sono due vecchi raggrinziti e decrepiti (Green sarebbe una donna, Charlesworth un uomo), che vivono rinchiusi in speciali armadietti al cinquantesimo piano dell’Empire State Building creduto disabitato, da dove ordiscono le loro trame alle spalle dell’America e dell’umanità.
Infatti, tra le altre nefandezze, si vantano di aver ordito l’assassinio di Lincoln, colpevole di aver voluto liberare gli schiavi: e per questo «noi abbiamo sistemato il Signor Lincoln». E non nascondono nemmeno di odiare l’avvocato protagonista, perché «ha detto che noi non siamo Dio Onnipotente», subito rincarato da un «Ateo!». Il tocco umoristico di Pohl e Kornbluth trasforma così i cattivi in macchiette più patetiche che pericolose ma coglie pure, come aveva già fatto Swift oltre duecento anni prima, un aspetto caratteristico dell’Alta Finanza e dei burattinai che tengono in mano il mondo: sono sempre dei vecchi decrepiti che odiano gli altri uomini.

Non si può barattare la libertà
Nonostante l’apparente libertà in cui la popolazione crede di vivere, l’America tratteggiata da Pohl e Kornbluth è tutt’altro che libera: gli uomini comuni sono piuttosto dei servi della gleba, semplici ingranaggi che servono per far funzionare la macchina ma privi di identità, per non dire diritti. Nessuno guadagna abbastanza da permettersi una vita comoda ma al contrario tutti devono lavorare alacremente semplicemente per sopravvivere, schiavi a vita delle aziende che li hanno assunti: riscattare il proprio contratto per andare a lavorare altrove è impossibile, perché per essere lasciati liberi occorre corrispondere alla vecchia azienda una sorta di penale spropositata, per risarcirla dell’investimento fatto per formare il dipendente.
E i lavoratori non possono nemmeno licenziarsi volontariamente, perché nel momento in cui perdono il lavoro perdono anche il diritto alla confortevole casa automatica, alla carta di credito e ad ogni altro beneficio al quale prima potevano ancora ambire: al lettore moderno suona come una spaventosa anticipazione del cosiddetto «credito sociale» che proprio in questi giorni le elite stanno cercando di impiantare anche nel mondo reale (il mondo, vale la pena ricordarlo, un tempo libero), esemplificato efficacemente dallo slogan «non possederete nulla ma sarete felici» posto come obiettivo per il 2030 dal Forum Economico Mondiale. Ma ovviamente solo per la gente comune.
Infatti quando tutto è a noleggio o in comodato, non esiste fisicamente ma solo come flusso di dati, oppure è controllato o controllabile da remoto, basta essere in disaccordo con l’autocrate di turno per essere «cancellati» o per vedersi revocare ogni libertà e ogni diritto: dal conto in banca congelato alla sospensione del permesso (perché diventa un permesso) di fare la spesa, o di chiamare il medico, o di prendere la macchina per una gita, o di vedere un film. O persino di uscire di casa.
E così si iniziano a riconoscere anche tutti gli altri elementi distopici disseminati nella storia: non è solo la schiavitù a contratto che lega per la vita un lavoratore al datore di lavoro; né l’uso delle case a bolla, che da sogno sono diventate uno strumento di oppressione; né lo spettacolo dei giochi gladiatori che tengono distratto il popolino mentre l’acqua della pentola in cui galleggia si riscalda sul fuoco.
No, gli aspetti realmente distopici nella storia sono ben più sottili e spaventosi: ad esempio, tutti portano un codice identificativo tatuato sul corpo, che al lettore degli anni Cinquanta ricordava gli analoghi tatuaggi dei campi di concentramento mentre per quello moderno anticipa i microchip di identificazione impiantati nella mano – che diventano ogni giorno sempre più popolari (presso i controllori, non i controllati) – per non parlare delle altre diavolerie dell’ancora più spaventosa «Internet of bodies», che è esplosa negli ultimi mesi. Ed infatti matricole, codici a barre, nomi impersonali e uniformità di pensiero e comportamento sono da sempre gli elementi caratteristici di tutte quelle storie ambientate in un mondo dove la libertà individuale è soppressa a favore di una non meglio identificata «sicurezza»: ma occhio quando si accetta di barattare la libertà con la sicurezza, perché non solo è un viaggio di sola andata ma, come aveva affermato Benjamin Franklin ancora duecentocinquanta anni fa, «chi rinuncia alla libertà per la sicurezza non merita né l’una né l’altra».
E proprio il riferimento alla «sicurezza» fa spuntare un ulteriore elemento distopico del libro, e dei più spaventosi: il condizionamento psicologico, al quale non solo sono sottoposti i delinquenti comuni dopo un certo numero di condanne (per impedire loro di commettere nuovi reati, persino i piccoli furti) ma si sottopongono volontariamente persino certi uomini liberi, come i cancellieri dei tribunali, verso i quali gli autori però non dimostrano grande simpatia perché, scrivono, sono «come gli eunuchi volontari dei vecchi tempi. Avevano rinunciato alla virilità per una vita sicura».
Infatti, sempre in nome di un’astratta sicurezza con la quale il tiranno di turno crede di poter giustificare ogni nequizia, col condizionamento mentale gli individui vengono privati del loro libero arbitrio e trasformati in automi incapaci di essere pienamente umani, perché l’essenza stessa dell’uomo – la sua natura – implica anche la libertà di sbagliare, volontariamente o involontariamente. E, come se questa snaturalizzazione dell’essere umani non bastasse, quando si gioca con la mente delle persone si possono fare brutti scherzi alla vittime: prima degli eventi narrati Don, uno dei buoni della storia (è l’erede, con la sorella, dell’inventore delle case a bolla), era stato rapito e condizionato dai cattivi nel tentativo di estorcergli il patrimonio azionario. In conseguenza di questo trattamento (che è illegale, ma siccome è stato fatto dai potenti di turno diventa implicitamente autorizzato) Don rimane una specie di zombo cuorcontento fino al momento in cui non si trova un medico disposto a spezzare clandestinamente il condizionamento: ciononostante, nel suo cervello erano stati impiantati ulteriori comandi ipnotici che, in un ultimo atto di disprezzo, quegli stessi cattivi attivano a distanza per mandarlo a morte certa nella prova più pericolosa dei giochi gladiatori del venerdì sera.
La sola differenza tra quella finzione e la nostra realtà è che il romanzo termina con un lieto fine.

I protagonisti 1: Charles Mundin
L’ovvio protagonista della storia è anche l’avvocato al quale si è fatto riferimento nei paragrafi precedenti: si tratta di Charles Mundin, avvocato penalista trentenne, attorno al quale ruota l’intera trama. Mundin incarna il classico protagonista delle distopie di Pohl e Kornbluth: è infatti un ingranaggio della macchina che si è adattato perfettamente alla situazione e non pensa di cambiarla fino a quando qualcosa nel meccanismo non si inceppa, lo spinge fuori dalla sua sede e lo costringe a prendere l’iniziativa, che significa agire in opposizione al sistema e portarlo al fallimento.
Mundin è il meno attraente dei protagonisti perché è cucito su misura per il ruolo che deve ricoprire nella storia e non cambia di una virgola dall’inizio alla fine: è un professionista assai competente che conosce molto bene il diritto e fa sempre le cose giuste. Ma è un penalista e come tale non è autorizzato ad occuparsi di cause civili – quelle che riguardano la finanza appunto – e quindi deve accettare la guida di un tale Harry Ryan, un civilista sopraffino ma oppiomane caduto in disgrazia.
Tuttavia, pur così capace, Mundin è un avvocato squattrinato, perché non è nato in una delle grandi dinastie avvocatizie e quindi il suo futuro è abbastanza squallido, limitato alle causette senza importanza e alle difese d’ufficio davanti a giudici robot: come contrappunto, il suo compagno di stanza all’università, William Choate IV (detto il Principe Guglielmo), è consapevole di essere un inetto perfetto ma è figlio di tanto padre e così, terminati gli studi in considerevole ritardo e solo per l’assistenza di Mundin, ha già un ufficio assicurato nello studio ereditario, dove però non può fare danni perché gli vengono affidati incarichi solo nominali.
Come protagonista della storia, Mundin serve agli autori soprattutto come perno attorno al quale tessere la trama e portare così avanti la storia senza troppi ostacoli: spalmare le azioni sui comprimari che le hanno ispirate o eseguite sarebbe stato più corretto nei loro confronti ma avrebbe anche reso il libro molto più lungo e meno scorrevole di quello che è.
Così alla fine Mundin ottiene anche le ricompense maggiori: denaro, potere e ragazza, Norma Lavin, la sorella di Don, che poi è poi solo la figlia di uno dei due inventori delle case G.M.L. Con l’aiuto di Mundin infatti i Lavin non solo riscattano il loro venticinque per cento del capitale azionario ma riescono anche in una scalata che manda a gambe all’aria il mondo della finanza e realizzano il loro sogno, che poi era il sogno del padre: garantire l’accesso alle case automatiche a tutti, senza «schiavitù a contratto» né altre discriminazioni, come autentico patrimonio dell’umanità.

I protagonisti 2: Norvell Bligh
Il coprotagonista o, più correttamente, il deuteragonista della storia è invece Norvell Bligh, detto Norvie, un ometto di mezza età patetico e fantozziano che ricopre il ruolo apparentemente prestigioso di produttore associato dei giochi gladiatori che tengono distratto il popolino: ma in realtà è solo un piccolo ingranaggio della macchina, maltrattato dal suo superiore e tradito dal suo sottoposto, che gli lavora dietro le spalle per soffiargli l’incarico. E così, perso il lavoro, perde anche la comoda casa G.M.L. in cui abitava con la bellissima moglie e l’obesa figlia di prime nozze della moglie, che lo disprezzano e lo trattano come una pezza da piedi: ma lui è così debole e insignificante che non è capace di farsi ubbidire e per ignorare le loro ingiurie continue può solo spegnere l’apparecchio acustico, simbolo della sua sottomissione.
Tuttavia, quello che per una persona qualunque sarebbe stato un disastro (perdere il lavoro e con esso la casa), per Bligh si tramuta nell’opportunità del riscatto: a Torcibudella infatti, il suburbio in cui è ora costretto a vivere con la famiglia, non solo ritrova la fiducia ed il rispetto per se stesso ma in pochi mesi si fa anche rispettare da tutti, a cominciare dalla moglie e dalla figliastra, che doma e porta all’obbedienza, suscitando in esse anche una nuova e inattesa deferenza per l’uomo sicuro di sé che le difficoltà hanno forgiato.
Ad aiutarlo in questa crescita personale – che però aveva già avviato da sé con le sue sole forze – contribuisce l’incontro casuale con Mundin, che Bligh aveva consultato professionalmente appena prima della caduta: l’avvocato sta infatti cercando i fratelli Lavin a Torcibudella e Bligh è ben felice di mettere a disposizione le sue conoscenze della suburra per aiutarlo a rintracciarli, nella speranza di trovare anche un lavoro, che infatti si conquista. In altre parole, si presenta un’occasione e Bligh la afferra al volo, a conferma della rinnovata sicurezza in sé che la perdita del lavoro e della casa ha risvegliato nell’ex ometto.
Forte del nuovo impiego, può prendersi la rivincita per tutte le umiliazioni che aveva dovuto sopportare nella vita precedente: col suo ex capo, pronto a leccargli i piedi quando scopre che lavora per la Case G.M.L.; e con l’«amico» Arnie Dworcas, presuntuoso Ingegnere (sempre con la enne maiuscola), che si prende gioco di lui e sfrutta la sua amicizia solo per proprio comodo, per ricevere i biglietti omaggio dei grandi spettacoli gladiatori e farsi bello con gli amici, quelli veri. Bligh, fingendosi ancora umile e sottomesso, lo usa per ottenere informazioni riservatissime sulle case a bolla, che probabilmente costano il posto all’Ingegnere, simbolo di tutti i prepotenti e presuntuosi.
Così il personaggio di Norvell Bligh ha un’evoluzione che nessun altro personaggio nella storia, nemmeno Mundin, può vantare: dalla nullità che era diventa un uomo sicuro di sé, un punto di riferimento per tutti i derelitti di Torcibudella, che lo considerano «uno dei capi». Tanto che, quando la situazione si è ormai risolta, non vuole nemmeno più abbandonare il suburbio ma desidera restarvi per essere ancora d’aiuto agli altri; e probabilmente anche perché qui ha ritrovato se stesso.
Ed infatti non solo scopre di aspettare un figlio proprio dalla moglie ormai ammansita ma anche di non avere nemmeno più bisogno dell’apparecchio acustico.

Il nodo: le case G.M.L.
Da quanto si è detto sinora non sorprenderà che l’intera trama ruoti attorno alle case G.M.L. e alla società che le produce, con l’iniziale maiuscola.
Tutto inizia quando Mundin viene messo in contatto con Norma Lavin, che cerca l’assistenza di un avvocato: la ragazza è la figlia ventottenne di uno dei due inventori delle favolose case G.M.L. (nessuno lo sa ma la L sta proprio per Lavin), che come visto da abitazione dei sogni sono diventate uno strumento di oppressione. Ma questa non era la visione del padre, che invece le aveva inventate cinquant’anni prima con l’amico Bernie Gorman (la G della sigla) perché divenissero «la casa più a buon mercato di quella più a buon mercato, e migliore della migliore».
Le case a bolla infatti sono così perfette che si adattano ai bisogni di chi le abita con la pressione di un solo tasto: pavimenti soffici che possono essere riscaldati o raffreddati, pareti mobili che permettono di cambiare forma e dimensione delle stanze, arredo a scomparsa che si adatta ai gusti del momento, e poi condizionatori per rinfrescare l’aria, meccanismi automatici per preparare la colazione, trappole per gli intrusi. Con queste premesse è facile capire la ragione per cui tutti hanno paura di perdere il diritto ad abitare una casa a bolla.
Ai due amici però mancava il denaro necessario per finanziare la produzione della loro invenzione e così avevano dovuto cercare un finanziatore – un certo Moffatt (la M) – col quale avrebbero poi messo in piedi la società Case G.M.L. (con l’iniziale maiuscola, appunto). A Moffatt è quindi andato il cinquanta per cento delle azioni e ai due inventori il venticinque per cento ciascuno: ma alla morte di Gorman il suo pacchetto è passato a Moffatt, che così si è trovato in mano il settantacinque per cento delle azioni e ha tentato di mettere le mani anche su quelle di Lavin padre, che però sono state messe sotto sequestro conservativo per anni e poi dimenticate sino all’attualità della storia.
Questo Moffatt era un vero speculatore ed aveva trovato il modo di sfruttare l’idea dei due inventori: la Case G.M.L costruiva, per conto delle aziende, case che non si potevano avere da nessun’altra parte, così le aziende si mettevano al sicuro dai conflitti sindacali; ed in cambio veniva pagata con pacchetti azionari e dividendi delle società concessionarie. In questo modo cinquant’anni dopo la G.M.L. è diventata una delle società più grosse e potenti d’America, con capitali in tutte le altre principali aziende del paese: ma nessuno è in grado di scardinarne la maggioranza – che per le finissime trame della Finanza è nelle mani di Green, Charlesworth ma nessuno sembra nemmeno sospettarlo – perché la compravendita delle azioni è strettamente sorvegliata.
Adesso il sequestro del pacchetto di Lavin padre è scaduto ed i figli Don e Norma ne sono diventati i legittimi eredi: solo che nessuno sa dove siano i titoli perché Don, che invece lo sapeva, è stato rapito dagli agenti di Green, Charlesworth e condizionato per strappargli la preziosa informazione, che non ha dato. Ma per effetto del condizionamento adesso è incapace di fornirla anche alla sorella, che quindi si è rivolta a Mundin per rintracciare le azioni, combattere la lotta contro la Case G.M.L. e possibilmente anche decondizionare il fratello.

Come battere i padroni del mondo al loro gioco
Dopo aver introdotto separatamente i due protagonisti ed aver creato l’occasione dell’abboccamento iniziale tra Mundin e Bligh, necessario a spiegare i fatti che verranno, Mundin viene messo in contatto anche con Norma Lavin, la figlia dell’inventore delle case G.M.L. di cui si è già parlato: Norma ed il fratello Don hanno ereditato il venticinque per cento delle azioni della Case G.M.L., una delle società più grosse e potenti d’America, solo che nessuno sa dove siano finiti i loro titoli. Solo Don lo saprebbe ma non riesce a parlarne: è stato infatti rapito e condizionato dai cattivi che volevano estorcergli la stessa informazione ed ora è ridotto ad una specie di vegetale con un blocco mentale che gli impedisce di dire alla sorella o a chi desidera aiutarlo dove siano nascoste le azioni.
Guidato dall’avvocato Ryan, oppiomane caduto in disgrazia che già patrocinava i Lavin ma manca della salute necessaria per offrire più della semplice consulenza, Mundin avvia quindi un’indagine per conto suo, che include l’acquisto di una singola azione della Case G.M.L. per avere il diritto a partecipare alla prossima assemblea degli azionisti, dove raccoglie informazioni e soprattutto alleati: così riesce a mettere assieme tre titani della finanza le cui azioni, assieme al venticinque per cento teorico dei Lavin, garantiscono la maggioranza assoluta della Case G.M.L. e quindi il suo controllo.
Comincia così una lunga parte nella quale vengono messi a nudo i giochetti dell’Alta Finanza (condotti da gruppi economici i cui nomi suonano di proposito come masnade di gangster, come «la banda di Memphis» o «la banda di Toledo»), perché la strategia ideata dai tre alleati di Mundin – che qui si trovano nel loro ambiente ideale e quindi sono più adatti di lui a stabilire il corso delle azioni – include il fallimento pilotato della Case G.M.L. Gestire un’azienda in fallimento è infatti il sogno di ogni finanziere, spiegano, perché permette una libertà che altrimenti non si avrebbe in regime di amministrazione ordinaria: in altre parole, è «la condizione nella quale gli affari sono gestiti non dai proprietari ma da parti disinteressate. Di conseguenza, la condizione naturale, e preferita, della Grande Finanza».
Portare la Case G.M.L. al fallimento include alcune azioni sporche, come nebulizzare da un elicottero un particolare acido che nottetempo scioglie i primi quartieri di case G.M.L. mai costruiti – e ancora abitati – e quindi lasciare senza un tetto migliaia di famiglie: ma quando si gioca con la finanza i sentimenti sono un ostacolo e così i nostri devono scendere a patti con la loro coscienza pur di dimostrare che le case a bolla non sono tanto perfette e sicure quanto si credeva, creando così il panico negli investitori.
E anche nei sommi burattinai, perché a questo punto persino i venerati Green, Charlesworth si scomodano a convocare Mundin al loro cospetto nel loro quartier generale, l’Empire State Building creduto disabitato, ma solo per manifestargli il loro odio e risentimento per lui e per quello che sta facendo: e tanto basta per far fuggire i tre magnati con cui i nostri avevano stretto alleanza, perché per un finanziere è impensabile avere contro Green, Charlesworth.
Ma Mundin e i Lavin non sono finanzieri e così si attengono al piano iniziale, che rischia di fallire quando Don, appena decondizionato dal luminare della medicina, scompare: da qualche parte nel suo cervello era rimasto infatti un comando ipnotico che lo stesso medico non era stato in grado di rimuovere. E così una parola d’ordine sussurrata da Green, Charlesworth attiva quell’ordine, che porta Don ad inscriversi alla prova più pericolosa degli attesissimi giochi gladiatori di quella sera: percorrere da un capo all’altro una fune lunga cinque metri sospesa sopra una vasca piena di piranha, mentre appositi figuranti cercano di distrarre l’equilibrista con grida e lancio di oggetti. Praticamente un suicidio.
Tuttavia il giovane si salva grazie all’intervento dei suoi amici, che pure si iscrivono ai giochi gladiatori per prestargli aiuto e – per merito delle conoscenze di Bligh (che prima di cadere in disgrazia era il produttore di quei giochi) – si fanno assegnare come disturbatori proprio alla prova di Don, che così riescono a traghettare quasi incolume alla salvezza. Lo scherzo però costa la vita all’avvocato Ryan, che si era preso una bastonata in testa in un combattimento per ultrasettantenni, e ad un tuttofare di Torcibudella, che anticipa di una frazione di secondo Bligh, pronto a gettarsi nella vasca dei pesci come gesto catartico o nel suo caso di redenzione per «distrarre» i piranha e salvare Don che, giunto quasi alla fine della corda, era stato centrato da un oggetto e stava per cadere nella vasca.
Così l’indomani Mundin e soci danno il via all’ultima fase del piano: vendono parte delle azioni del pacchetto dei Lavin sottocosto, provocando il panico dei mercati ed il crollo del valore delle azioni della Case G.M.L., che nella caduta si porta dietro tutti i giganti del mercato azionario. E quella sera, mentre nella casa di Torcibudella contano il ricchissimo bottino della giornata (dopo aver venduto, hanno acquistato, speculando sul mercato), vengono travolti dall’onda d’urto di un’esplosione che spacca tutti i vetri: molto in distanza un fungo atomico si sta alzando proprio laddove fino a pochi attimi prima sorgeva l’Empire State Building.
Battuti, e probabilmente finiti sul lastrico, Green, Charlesworth si sono suicidati.

Frammenti di idee cucite assieme
Come detto, nell’insieme «Gladiatore in legge» è inferiore ai «Mercanti dello spazio»: con questo non intendo dire che sia un brutto libro, tutt’altro, perché si lascia leggere volentieri. Semplicemente, a differenza dell’altra più nota collaborazione tra Pohl e Kornbluth, qui la critica sociale è prevalente rispetto alla storia: la finanza e i suoi bramini sono chiaramente l’obiettivo primario degli autori, che però hanno mescolato nell’impasto una varietà di temi che stavano loro a cuore e così il risultato finale è molto più caustico dei «Mercanti» ma anche meno omogeneo.
Tutta la parte dei giochi gladiatori ad esempio sa di fuori posto, quasi un ripensamento a posteriori o magari un’idea raminga che è stata inclusa ad ogni costo: ma si avverte che non fa davvero parte della storia. E anche se è vero che allo stadio si svolge una scena – drammatica, sì, ma non chiave nell’economia della trama – i giochi potevano essere eliminati completamente senza snaturare il significato di quel condizionamento che porta persino al suicidio: il comando ipnotico poteva ad esempio spingere Don a cercare guai in un altro contesto – magari mettendosi contro una delle bande che affliggono Torcibudella – e nulla sarebbe cambiato; anzi, la scena sarebbe stata contestualizzata pure meglio, un modo per mostrare una volta di più la nuova confidenza di Bligh a contatto con la nuova realtà. Non sto dicendo che il libro sarebbe stato migliore se non ci fossero stati i giochi, perché nell’insieme ci stanno bene ed offrono lo spunto per uno splendido e azzeccatissimo titolo, solo che non suonano così organici col resto dell’ambientazione.
Lo stesso vale per gli abbozzi di critica sociale legati a Torcibudella, che in certe pagine sembra l’inferno ed in altre solo un brutto quartiere, depresso ma vivibile: e non è solo un modo per rappresentare i diversi punti di vista dei diversi protagonisti, perché questa incoerenza di giudizio si nota anche nelle parti di uno stesso personaggio. Torcibudella è chiaramente lo strumento con cui gli autori vogliono criticare il sistema economico americano tipico, che vede l’individuo come una macchina da sfruttare finché può produrre e poi, senza esitazione né riconoscenza, lo scarica come un rifiuto: così a Torcibudella spuntano tante sottotrame (la lotta tra le bande giovanili, la criminalità tra gli adulti, lo spirito imprenditoriale fiaccato, la legalità portata da Bligh…) che però vengono presto dimenticate o lasciate aperte, senza approfondire l’argomento, come se i due autori si accontentassero di puntare un riflettore su un problema e poi se ne andassero soddisfatti di aver solo acceso la luce.
E questa altalena di giudizi sembra scandire tutte le scene della suburra: ad esempio, non ha molto senso che i pacchi alimentari siano la moneta corrente di Torcibudella quando nessuno patisce la fame ma anzi la previdenza sociale fornisce a chiunque tutti i viveri di cui ha bisogno, e pure in sovrabbondanza, basta che li chieda. Allo stesso modo, non c’è coerenza tra la scena in cui Mundin, per andare a Torcibudella la prima volta, fa fatica a trovare un autista disposto ad accompagnarlo e, quando lo trova, questi lo scarica alla periferia, subito sgommando per allontanarsi il prima possibile dal pericoloso quartiere; e quella in cui l’avvocato, la volta successiva, trova un taxi che stava percorrendo in tranquillità quelle pericolose strade in cerca di un cliente: evidentemente così pericolose non sono.
Sono piccoli dettagli, insignificanti, ma sono anche così numerosi da far venire un sospetto: sembra quasi che la storia fosse cominciata in una certa direzione e poi man mano che i due autori scrivevano ne abbia presa un’altra. Come se prima di mettersi a scrivere Pohl e Kornbluth avessero avuto tante belle idee in testa ma isolate e abbiano tentato di cucirle assieme in una storia che avesse un capo e una coda: così il risultato è senz’altro buono ma riesce più forzato di altre loro collaborazioni. E si sente.

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