Se la memoria non mi inganna – e non mi inganna: l’ho appena verificato – «L’odissea di Glystra» o, titolo alternativo, «Il grande pianeta» (Big Planet, 1952) è stato il primo libro di Jack Vance che abbia mai letto, prima ancora della Terra morente, del pianeta Tschai e di tutti gli altri, belli e brutti: forse solo un racconto o due potrebbero ancora contendergli il primato, ma sarebbe impossibile risalire ai titoli, perché dovrei spulciare l’indice di ogni antologia che ho letto. Ciononostante, credo che il mio primo vero contatto con Vance sia stato proprio un racconto, probabilmente «L’ultimo castello», perché ne ho una vaghissima memoria che risale a quando ero dodici/tredicenne, e forse anche un po’ più giovane.
Sia quel che sia, ho senz’altro letto «Il grande pianeta» ben più di trent’anni fa, e all’epoca mi era pure piaciuto: purtroppo non posso dire altrettanto della recente rilettura compiuta ai fini di questa breve recensione.
Il compendio dei temi più caratteristici di Vance
Per quanto semplice e lineare, e sin troppo semplicistico nello svolgimento della trama, «Il grande pianeta» – pubblicato per la prima volta su Startling Stories nel settembre 1952 – racconta una bella avventura, del tipo per il quale ho sempre avuto un debole: la planetary romance, nella sua forma essenziale, cioè il terrestre che fa naufragio su un mondo ostile e deve raggiungere la salvezza, che però si trova dall’altra parte del pianeta. Che nel nostro caso, come tradisce il titolo, è incredibilmente vasto: tre volte la terra, ma con una gravità più bassa, che la rende paragonabile a quella terrestre, perché l’astro del titolo è praticamente privo di metalli.
Ed è pure incredibilmente selvaggio: qui infatti si sono stabiliti tutti gli insoddisfatti e i devianti della terra, che hanno avuto seicento anni per affinare le loro paranoie e trasformarle in stili di vita non troppo funzionali magari ma decisamente folcloristici, tagliati su misura dei fondatori di questa o quella comunità e poi ulteriormente radicalizzati dalle generazioni successive.
Così la storia fa un po’ da compendio dei temi che, dalla Terra morente (che però è precedente) in poi, avrebbero caratterizzato le opere di Vance per la trentina di anni seguenti: ad esempio, anticipa il pianeta Tschai, che ne riprenderà il naufragio del protagonista e la sua anabasi su un pianeta ostile caratterizzato da società deliranti; i due libri di Cugel l’Astuto, per le vicende episodiche in un mondo in cui convivono comunità dai costumi folli, se non proprio ridicoli; e l’isolazionismo miope di piccoli gruppi chiusi ed ottusamente ancorati alle loro tradizioni fumose, che è uno dei temi comuni alla maggior parte delle opere del nostro.
Perciò si ride dei ballerini di Jubilith, che pensano solo a danzare; degli uomini albero, che vivono sui rami più alti e hanno paura del fuoco; dei nomadi cosacchi dominati dai Politboro, in un tentativo di satira politica appena accennato; dei Magickers di Edelweiss, che fingono ed inscenano una minaccia nel fiume per trarne guadagno dai viaggiatori; dei nobili della favolosa Kirstendale, dove ognuno è servo di qualcun altro; e dei gretti Dongmen, che condividono la stessa doppiezza di tutti gli altri uomini di religione, un altro tema ricorrente nelle storie di Vance.
E intanto non si bada troppo ai personaggi, che hanno lo spessore di un foglio di carta velina, protagonista eponimo incluso. Non importa chi dice una cosa o ne fa un’altra: quello che conta è semplicemente creare una cornice e scoprire quale sia l’infallibile reazione di Glystra, sino al finale non proprio scontato ma sempre nella gamma del prevedibile.
Il Bajarnum del Beaujolais
L’astronave che trasporta la commissione di vigilanza della terra sul grande pianeta fa naufragio: un certo Abbigens, economo e radiotelegrafista di bordo, uccide comandante e pilota, mentre un suo complice mette fuori uso i motori e le scialuppe di salvataggio. I due sono infatti agenti di un certo Charley Lysidder, il Bajarnum del Beaujolais, un signorotto locale che ambisce alla conquista dell’intero pianeta e poi dell’universo e per ragioni sue vuole evitare il controllo da parte dei terrestri: infatti, per quanto indipendente di nome, il grande pianeta è di fatto ancora sotto il controllo della terra, che qui mantiene una piccola colonia, schivata da tutti.
Da seicento anni questo mondo – che misura tre volte la terra ed ha un’atmosfera e un ecosistema compatibili con quelli terrestri ma è quasi privo di metalli, e quindi ha anche una gravità inferiore a quella terrestre – è il rifugio di tutti i devianti, gli insoddisfatti e i dissenzienti del pianeta madre, che qui sono liberi di costruire le loro società disfunzionali e di vivere nel modo che desiderano, fintantoché non rappresentano una minaccia al dominio e al controllo della dispotica terra. Come sempre, infatti, quando ci sono di mezzo i terrestri la libertà è solo una bella parola da mettere in cornice sulla parete del salotto.
Abbigens e lo stesso Bajarnum – qui sotto la falsa identità di un certo Arthur Hidders, mercante di pellami, il primo personaggio di cui il lettore faccia la conoscenza – provocano dunque il naufragio: i sette membri superstiti della commissione vengono così soccorsi e curati dagli abitanti di Jubilith, un villaggio di ballerini compulsivi, ed in particolare da una certa Nancy, che dice di essere una sorta di veggente errante accolta dalla comunità danzante. In realtà è, anche lei, un’agente di Lysidder; e anche lei aveva viaggiato sulla stessa astronave dei terrestri, travisata da Sorella del Silenzio, una sorta di suora il cui corpo non era stato trovato nel relitto dopo il naufragio.
Le successive avventure coprono solo una minuscola frazione degli oltre sessantamila chilometri che separano i naufraghi dalla colonia terrestre ma già danno un’idea dell’anarchia che regna su questo mondo selvaggio, e delle comunità a cavallo tra il ridicolo ed il folcloristico che si sono installate qua e là sulla sua superficie. Il viaggio stesso non è privo di pericoli, tutt’altro: lungo la strada muoiono infatti quattro dei sette naufraghi; un quinto diserta la compagnia per diventare cittadino della favolosa Kirstendale, una città da fiaba dove ogni due ore di lavoro si ha diritto ad un’ora di vita da nobile; e solo gli ultimi due – l’eponimo Claude Glystra, capo della commissione, ed un certo Asa Elliot – sopravvivono sino alla fine. Probabilmente riescono anche a raggiungere la colonia terrestre, anche se alla conclusione dell’avventura sono ancora a metà strada, e hanno deciso di prendersi un periodo di vacanza proprio a Kirstendale.
Quello che conta infatti è altro: in primo luogo, che Glystra, con un sotterfugio che può funzionare solo in un libro di Vance, è riuscito a smascherare e catturare Lysidder, e lo ha depositato in mezzo al nulla, a migliaia di chilometri di distanza dalla sua Beujolais, che probabilmente non rivedrà mai più. E, in secondo, che il nostro protagonista si è anche fatto la ragazza: Nancy infatti, la finta suora, era in realtà la segretaria di Lysidder. Per questa ragione aveva insistito per seguire i sette naufraghi nella loro anabasi: e probabilmente aveva anche avuto un ruolo nella morte di quei quattro compagni di viaggio, anche se nel finale Glystra la proscioglie da questo sospetto senza ripensamenti. Perché? Proprio perché si è innamorato di lei, ovviamente ricambiato.
E così abbiamo anche il nostro lieto fine.
Un libro da viaggio
A conti fatti, «Il grande pianeta» è il libro da viaggio ideale: non tanto perché parla di un viaggio quanto perché ha una trama così lineare e personaggi così elementari che basta solo una frazione di attenzione per seguire la storia e capirla, proprio come dovrebbe essere il libro ideale da leggersi durante una vacanza o in attesa della partenza, in treno, aereo, nave o macchina che sia. E la lettura riesce persino scorrevole, e piacevole, se si è disposti a smussare alcuni spigoli vivi.
Certo, Vance non dà l’idea di essersi spremuto troppo le meningi per inventarsi la trama: lo suggerisce anche l’intervista pubblicata all’inizio del «Mondo degli showboat», l’ideale seguito che non ha niente in comune con questo primo episodio. In quello scambio di battute l’intervistatore, con tono complice, afferma infatti di non volersi soffermare troppo sulla produzione di Vance nel prolifico periodo tra il 1950 e il 1953, al che il nostro risponde: «Io non vorrei soffermarmici affatto!», che tradisce una sorta di ripudio da parte dello stesso autore delle opere che ha pubblicato in quegli anni, una delle quali è appunto «Il grande pianeta».
Che non si può proprio considerare uno dei libri meglio riusciti di Vance: gradevole, senz’altro, ma niente di più. A mio giudizio infatti il vero pregio di questo romanzetto sta proprio nel servire da una sorta di prologo al ben più scoppiettante seguito, «Il mondo degli showboat», che sarebbe ambientato altrove sullo stesso (grande) pianeta, anche se le due storie non condividono tra loro né un nome né un luogo né un qualsiasi altro riferimento, a parte una generica scarsità di metalli, che però non è un requisito indispensabile alla riuscita dell’una o dell’altra storia ma è sopratutto un elemento di colore; folcloristico, se vogliamo.
Tuttavia, almeno come manifesto programmatico dei temi che gli sarebbero stati propri, «Il grande pianeta» meriterebbe comunque di essere letto almeno una volta da chiunque dica di apprezzare Vance e le sue opere.