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H.P. Lovecraft – Il caso di Charles Dexter Ward

Dopo il commento al «Richiamo di Cthulhu» pubblicato a novembre, la serie di recensioni dedicate all’approfondimento dei migliori dieci racconti di Howard Phillips Lovecraft prosegue col secondo in classifica: «Il caso di Charles Dexter Ward» (The Case of Charles Dexter Ward, 1927, 1941), che per lunghezza è piuttosto un romanzo breve.
Un romanzo però senza nemmeno una riga di dialogo.

Un racconto pubblicato postumo
Scritto nel 1927 ma respinto dallo stesso Lovecraft che pare fosse insoddisfatto del risultato, «Il caso di Charles Dexter Ward» fu pubblicato postumo nel 1941, addirittura quattordici anni dopo la sua stesura, nei numeri di maggio e luglio di Weird Tales e poi in volume già nel 1943 grazie alla Arkham House, la casa editrice fondata dai discepoli di Lovecraft alla sua morte per promuovere le opere del loro maestro.
Anche se include parecchi elementi caratteristici del Mito, come l’immancabile Necronomicon, alcuni riferimenti a Yog-Sothoth (che qui però è solo un demone e non uno dei Grandi Antichi) e un paio di richiami a Randolph Carter e ai suoi viaggi, il racconto non si inserisce direttamente nel ciclo di Cthulhu: per tema e ambientazione è più un racconto di streghe e magia nel New England, che qui però non appartengono al passato ma sono reali e minacciano persino il mondo moderno, quello degli anni Venti in cui Lovecraft scriveva.
Gli eventi sono narrati in uno stile cronachistico che serve bene allo scopo, perché da un lato aggiunge con distacco strati progressivi di orrore e dall’altro tiene sveglia l’attenzione del lettore nonostante la lentezza della trama e l’assenza di qualsiasi scena di azione o dialogo: in maniera molto caratteristica, tutto parte da una situazione singolare ma ancora nella norma (il ricovero in clinica del personaggio eponimo per sospetta pazzia) e poi lentamente, indagando e scavando nel passato, il narratore porta alla luce rivelazioni sempre più spaventose che allontanano il fatto dalla normalità, rievocano antiche paure e superstizioni che l’età moderna credeva di aver vinto e creano un’atmosfera di tensione, sino a culminare nel finale carico di orrore, che qui occupa un intero lunghissimo capitolo.
La formula è semplice ma di effetto: una volta inquadrata la vicenda, appresi gli eventi principali e conosciuti i pochi protagonisti il lettore sa cosa aspettarsi, non ci sono più dubbi sulla vera identità del mago risorto che ha preso il posto del giovane Ward e sulla concretezza delle sue pratiche. Rimane solo da vedere se e come venga sventata la minaccia rappresentata dall’occultista tornato alla vita e scoprire quali orrori praticasse, e pratichi tuttora: è una questione di atmosfera appunto, di puro piacere a lasciarsi agghiacciare da una storia che è sì inventata ma è anche ricostruita e documentata in maniera così credibile e realistica da sembrare quasi autentica.
Così il giudizio dell’autore su questo racconto è ingiustamente severo perché «Il caso di Charles Dexter Ward» è davvero una delle opere migliori di Lovecraft.

I protagonisti 1: Charles Dexter Ward
Anche se dà il nome al racconto, Charles Dexter Ward non ne è il vero protagonista: è solo colui che rende possibile il ritorno alla vita del vero protagonista, Joseph Curwen, e paga la sua curiosità con la vita.
Figlio unico di una famiglia agiata di Providence nel New England, a sedici anni (nel 1918) Ward sviluppa un interesse quasi morboso per il passato ed in particolare per la storia della propria famiglia: basta infatti una noterella contenuta in un volume di antiche cronache cittadine riguardo al cambio di nome di un’antenata (la moglie di Curwen, che dopo la morte del marito aveva ripreso il cognome da nubile) per accendere la sua fantasia, che nel corso degli anni successivi lo porta non solo a sviscerare l’identità dell’avo ma anche a scoprirne le sinistre attività e, alla fine, persino ad identificarne la tomba, la cui ubicazione era stata tenuta segreta volutamente.
Raggiunta la maggiore età, nel 1923 Ward compie un viaggio in Europa, dove soggiorna alcuni anni ed incontra – a Praga e nelle montagne della Transilvania – quelli che, si scoprirà, quasi due secoli prima erano già stati i corrispondenti dello stesso Curwen ed erano fuggiti quando l’atmosfera a Salem si era surriscaldata: da loro viene iniziato all’occultismo ed impara tutto quello di cui ha bisogno per riportare in vita l’antenato.
Tornato quindi a Providence, il 15 aprile 1927 (il venerdì santo) completa il rituale: meno di un anno dopo, l’8 febbraio 1928, Curwen si disfa una volta per tutte del discendente e ne assume l’identità, sfruttando una rassomiglianza sorprendente. Che però non è casuale: da allusioni sparse nel testo infatti si ricava che la nascita di Ward ed il suo interesse per il passato – e quindi per Curwen stesso – erano stati preparati dallo stregone quando era ancora in vita, proprio come polizza di salvaguardia nel caso in cui le cose si fossero messe male, com’è stato. Il narratore spiega infatti che Curwen aveva preso accordi con le creature che serviva (ma di cui credeva di servirsi) perché nel futuro nascesse un discendente che si interessasse così tanto al passato da trascurare qualsiasi altra cosa e si gettasse a capofitto nella ricerca e nell’occultismo, due passi necessari per riportare in vita il sinistro antenato.
Ward è quindi prima di tutto un espediente narrativo, colui che mette in moto gli eventi e permette lo svolgimento della storia: una volta esaurito il suo compito scompare, e nella peggiore delle maniere, perché da quel punto in poi il vero protagonista (Curwen appunto) esce dalla storia e diventa reale.
Tuttavia non c’è dubbio che Ward sia un altro personaggio autobiografico come il già citato Randolph Carter: Lovecraft infatti proietta se stesso in Ward e nella sua attrazione per il passato, nelle lunghe camminate per la vecchia Providence per scoprirne i vecchi angoli, respirarne gli odori ed esplorarne ogni dettaglio. Attività che lui stesso amava e che gli erano mancate nel biennio di soggiorno a New York, da poco concluso.
L’unico elemento che stride con l’intreccio altrimenti ottimo del racconto riguarda proprio il periodo successivo al rientro di Ward dall’Europa: infatti, anche se continua a vivere nella casa paterna, i genitori non si insospettiscono poi troppo degli strani traffici, dei rumori spaventosi, delle invocazioni in lingue sconosciute e degli olezzi che provengono dal suo studio, nel quale tra l’altro nessuno ha il permesso di entrare. Un po’ si preoccupano, soprattutto la madre, che la notte non riesce a dormire per il rumore, ma non gli proibiscono di proseguire con le sue ricerche né gli impongono di sospenderle almeno la notte, come invece sembrerebbe l’atteggiamento assennato di un genitore solerte. Se non altro per una questione di «rispettabilità».

I protagonisti 2: Joseph Curwen
L’antenato che Ward riporta in vita è dunque il vero protagonista della storia: dapprima perché è un riferimento a questo oscuro personaggio a mettere in moto gli eventi e poi, dopo che questi è riapparso in carne e ossa, perché è intorno a lui che si sviluppa il nucleo della trama. E non c’è nemmeno dubbio che Joseph Curwen sia il «cattivo» della storia: anzi, probabilmente è pure uno dei peggiori cattivi di tutta la storia umana, per le sue pratiche stregonesche, per i suoi empi esperimenti, per le leggi naturali e divine che ha infranto e per ciò che con i suoi due sodali europei si accingeva a fare al mondo intero.
Nato nel 1662 o 1663 a Salem, nel 1692 a trent’anni circa Curwen è costretto a fuggire quinci per le note cacce alle streghe di quegli anni: ripara quindi a Providence, dove avvia una fiorente attività mercantile dalla quale ricava sia il denaro per finanziare le sue ricerche sia il mezzo per procurarsi le materie necessarie per compierle.
Cinquant’anni più tardi non appare invecchiato di un anno ma ha ancora l’aspetto di un trentenne: questo elemento ed i suoi traffici insospettiscono i locali finché, nel 1771, i notabili non decidono di attaccare in forze ma in gran segreto la fattoria isolata di Pawtuxet in cui lo stregone svolge le sue pratiche. Curwen viene ucciso nella battaglia ed il suo corpo consegnato alla vedova, che lo fa seppellire in una tomba anonima in un luogo misterioso.
I suoi studi occulti tuttavia sopravvivono in qualche modo e un secolo e mezzo più tardi risvegliano l’interesse del giovane Ward che, dopo intense ricerche, rintraccia la tomba, recupera il corpo e, seguendo le indicazioni dello stesso stregone, ricava da esso i «sali essenziali» che permettono di riportare in vita i morti: e così nel 1927 Curwen torna alla vita.
La sua rassomiglianza con Ward è sorprendente: sono praticamente indistinguibili, se non fosse per una fossetta o piccola cicatrice sopra l’occhio destro dello stregone, alla quale nessuno fa caso fino all’epilogo; e allo stesso modo nessuno mette in correlazione l’improvviso strano comportamento del «nuovo Ward» da un lato con la sua ignoranza di eventi notissimi, alcuni anche personali, avvenuti negli ultimi centocinquant’anni, dall’altro con una inspiegabile conoscenza di fatti marginali e insignificanti dell’epoca in cui Curwen era vissuto.
Ricoverato in clinica perché si sospetta che Ward sia impazzito, Curwen accetta di buon grado l’internamento fingendosi il giovane di cui ha preso l’identità: ma alla fine muore quando il dottor Willett – il narratore ed il medico di famiglia dei Ward, l’unico che ad un certo punto riesce a comprendere cosa sta succedendo – usa contro lo stregone un incantesimo che aveva rinvenuto nelle catacombe usate dallo stesso Curwen e poi ne scioglie i resti nell’acido, per scongiurare il rischio che in futuro Curwen possa essere riportato in vita un’altra volta.

Le pratiche stregonesche
Come detto, Curwen era un mago, ed anche molto competente: era infatti riuscito a scoprire il modo per riportare in vita uomini morti da secoli o millenni mediante certi «sali essenziali» che si ricaverebbero dai cadaveri e dalle loro sepolture. Nell’incipit la scoperta di questa sostanza viene attribuita ad un certo Borello, un alchimista francese del Seicento esistito realmente, ma la storia mette in chiaro che è stato Curwen a perfezionare il procedimento di creazione o distillazione di questi sali: probabilmente già nel 1766, quando attira l’attenzione dei concittadini per «un senso di malcelata esaltazione e trionfo» che lo porta persino a vantarsi in pubblico di ciò che aveva scoperto.
Ma per padroneggiare il metodo Curwen non si era fatto scrupolo di sperimentare su interi carichi di schiavi – una delle attività commerciali delle sue navi – e persino sui marinai stessi, dei tipi mezzosangue poco raccomandabili: la sua fattoria isolata infatti era stata trasformata in una cittadella dell’orrore sotterranea, con corridoi, celle, altari sacrificali, sale anatomiche e laboratori alchemici e persino profondi pozzi in cui sono tuttora rinchiusi degli abomini, cose non umane di provenienza incerta. E nonostante la distruzione della fattoria e di questi laboratori sotterranei nella battaglia del 1771, negli anni Venti la rete di gallerie viene rintracciata da Ward e successivamente riaperta da Curwen, che torna ad usarle per le sue ricerche sacrileghe: il capitolo finale del racconto contiene l’accurata esplorazione di questa catacomba da parte del dottor Willett, il narratore, che atmosfera e contenuti rendono l’archetipo del sotterraneo malvagio di qualsiasi storia dell’orrore, perché trasuda pericolo, malvagità e terrore da ogni pietra. Perciò, come il «Richiamo di Cthulhu» è il manuale base del Mito, così «Il caso di Charles Dexter Ward» è il modello di qualsiasi indagine dell’orrore, e sicuramente per quelle condotte in un ambiente d’ispirazione lovecraftiana.
Anche se Curwen si faceva portare da tutto il mondo mummie, corpi e resti di sepolture di ogni epoca per strappare ogni segreto agli antichi sapienti, i suoi studi negromantici dovevano andare oltre la ricerca di un metodo per riportare in vita i morti e sicuramente includevano anche traffici demoniaci, come lasciano intendere gli spezzoni di invocazioni ad un certo Yog-Sothoth (che in storie successive diventerà un’entità cosmica non inferiore a Cthulhu) e le raccomandazioni a non evocare ciò che non si è certi di poter controllare o scacciare. Infatti assieme ai suoi due sodali sin dai tempi di Salem (Edward Hutchinson, ossia il barone Ferenczy della Transilvania; e Jedediah Orne, che prima si spacciava per il proprio figlio, Simon, ed ora va sotto il nome di Josef Nadek a Praga) Curwen si preparava probabilmente a soggiogare il mondo, come si ricava da un frammento dell’ultima lettera indirizzatagli da Hutchinson, poco prima degli eventi conclusivi: «Fra circa un anno saremo pronti a convocare le Legioni del sottosuolo, e allora non vi sarà più limite a ciò che può essere nostro».
Tuttavia Lovecraft crea volutamente molta ambiguità nella storia: soprattutto nella corrispondenza tra i tre maghi che di quando in quando viene intercettata affiorano indizi misteriosi e riferimenti a cose, esseri o pratiche che non vengono mai più ripresi né tantomeno spiegati. Così questi accenni all’ignoto non solo stuzzicano la curiosità del lettore ma rafforzano anche l’impressione che l’intera vicenda appartenga alla storia reale, dal momento che, come spesso avviene, non tutte le informazioni contenute nei documenti antichi sono già state decifrate.

Un giovane con l’ossessione del passato
Dal momento che la trama è già stata delineata nei paragrafi precedenti, mi limito a tracciarne solo i passaggi essenziali: un certo giorno il ventiseienne Charles Dexter Ward di Providence fugge dalla clinica psichiatrica in cui era ricoverato, dopo un lungo colloquio col medico di famiglia, il dottor Willett. In realtà però non è fuggito ma è stato appena ucciso (con un incantesimo) dallo stesso Willett: e non si trattava di Ward bensì di un suo stregonesco antenato, che dopo essere stato riportato in vita si era sostituito a lui. Ma questo si apprenderà solo alla fine.
Intelligentissimo e morbosamente attratto dal passato, da un annetto Ward era improvvisamente invecchiato, si comportava stranamente e mostrava inspiegabili lacune nelle sue conoscenze del mondo moderno: gli specialisti avevano quindi ipotizzato una forma lieve di qualche malattia mentale, il cui inizio viene fatto risalire al 1919/20, quando era iniziata la sua attrazione per il passato. Ma secondo Willett – che è anche il narratore – non si è mai trattato di follia.
Il racconto inizia così a ricapitolare la storia di un certo Joseph Curwen, un antenato di Ward, vissuto tra il diciassettesimo ed il diciottesimo secolo: una nota relativa alla cattiva reputazione che accompagnava quest’uomo nella Providence del Settecento aveva infatti acceso la curiosità del giovane, che così si era gettato in frenetiche ricerche sul suo conto, culminate in scoperte eccezionali.
Di Curwen si è già detto nei paragrafi precedenti e quindi qui lo salto: l’elemento chiave della storia, quello che dà inizio alla catena di eventi, avviene invece nel 1919, quando Ward apprende da vecchi documenti che Curwen abitava in una certa casa di Olney Street, che pur fatiscente è ancora in piedi. Al suo interno Ward trova un ritratto dell’antenato, col quale condivide una rassomiglianza sorprendente, che il giovane fa asportare col permesso del proprietario: il quadro è dipinto su un pannello di legno fissato al muro, così nel rimuoverlo viene portata alla luce una nicchia in cui sono custodite alcune lettere ed un diario, tutti scritti da Curwen. Da quel momento in poi Ward non si interessa più ad altro e, terminati gli studi, rinuncia persino ad andare all’università per poter approfondire le sue ricerche indisturbato. Il ritratto intanto è stato collocato nel suo studio, dove sembra che lo sguardo della figura segua i suoi movimenti.
Col passare del tempo Ward si comporta in maniera sempre più strana: in gran segreto si dedica infatti agli studi negromantici dell’antenato. Compie anche un viaggio di alcuni anni in Europa, dove visita i due sodali di Curwen, che ne perfezionano le conoscenze magiche: e così al suo ritorno a Providence il suo comportamento già eccentrico diventa ancora più misterioso e le sue attività segrete sempre più oscure. Scoperta la posizione della tomba di Curwen, priva di identificazione, alla fine di marzo 1927 recupera dal cimitero la cassa di piombo in cui era stato sepolto l’antenato e due settimane più tardi lo riporta in vita, al termine di un rituale durato ore che include una cantilena demoniaca con invocazioni ad un certo Yog-Sothoth. L’apice della cerimonia è un urlo o lamento che si trasforma in una risata demoniaca, alla quale segue un secondo urlo, sicuramente di Ward, «che echeggiò contemporaneamente alla risata demenziale, la quale apparteneva a un altro essere». Come per simboleggiare che è successo qualcosa di importante, in quel momento il ritratto di Curwen che Ward teneva appeso nello studio si sbriciola e poi si trasforma in una polvere azzurra.

La malattia di Ward
Da quel momento Ward perde importanza, perché il centro dell’azione si sposta su un suo nuovo amico, un certo dottor Allen che, sbucato all’improvviso, è proprio Curwen redivivo: per non essere riconosciuto, lo stregone tornato in vita porta una barba finta. Nelle settimane seguenti al rituale Ward acquista dunque un bungalow nella zona di Pawtuxet, nel quale si stabilisce Allen: la casetta si trova proprio laddove un tempo sorgeva la fattoria di Curwen, quella in cui svolgeva le sue pratiche oscure e che venne distrutta nel 1771 in seguito all’attacco condotto dagli abitanti di Providence.
Nei mesi successivi in città si verificano strani avvenimenti, come numerosi casi di vampirismo e nuove profanazioni di cimiteri: finalmente, nel febbraio 1928, Ward si rende conto di ciò che ha fatto e scrive una lettera al dottor Willett nella quale confessa di aver «riportato alla luce una mostruosa anomalia» e chiede il suo aiuto. Ma quando, quel giorno stesso, il medico si presenta a casa sua non trova Ward, che è scomparso: trascorsa una settimana, Willett si decide a far visita al bungalow di Pawtuxet, dove viene rassicurato e liquidato da un uomo che si spaccia per Ward ma, pur identico d’aspetto, non ha nulla del carattere e della personalità del giovane che conosceva, a cominciare dalla voce, che è un rauco sussurro, e dal modo arcaico di parlare. Così, discussa la faccenda col padre del ragazzo, i due decidono di far ricoverare Ward in clinica: e colui che si spaccia per Ward accetta l’internamento senza opporsi.
Così il bungalow rimane vuoto e la coppia può indagare liberamente: Willett e Ward padre cercano il laboratorio di Ward/Curwen ma non trovano niente di interessante nelle stanze; tuttavia quando esplorano la cantina scoprono che una vasca non è fissata al pavimento come sembra ma ruota su un cardine e rivela una scala che scende nel buio. Aperti il pozzo e la scala che vi discende, dal basso sale una zaffata di aria così disgustosa che mette al tappeto Ward padre, che viene rimandato a casa dal compagno: rimasto solo, Willett scende per la scala, dimostrando un coraggio sovrumano, perché è ormai chiaro che là sotto deve nascondersi qualcosa di terribile.

La catacomba degli orrori
In pagine che brillano per la capacità di evocare malvagità ed orrore nel buio quasi tangibile di antichi corridoi e sale che erano il laboratorio di Curwen, Willett fa una scoperta dopo l’altra, l’una più terribile delle precedenti: trova anche un altare incrostato di sangue secco e pozzi in fondo ai quali vivono da secoli abomini simili ad uomini e ad animali che però non sono né umani né animali. Ma trova anche il laboratorio di Curwen e due scaffali colmi di vasi: da una parte quelli denominati «Materia», dall’altra quelli classificati «Custodes». Si tratta dei «sali essenziali» capaci di riportare in vita personaggi morti da tempo, un procedimento al perfezionamento del quale Curwen ha dedicato la vita: per lo meno devono esserlo i vasi della «Materia» perché i «Custodes», comprende Willett ripensando alla corrispondenza di Curwen, devono invece essere dei demoni che si nutrono delle teste delle vittime.
Nella sala adiacente Willett trova già tutto pronto per l’evocazione dei sali del vaso 118: e preso da un impulso improvviso, il dottore pronuncia la formula scritta sul muro necessaria all’operazione. Poi il buio.
Al risveglio, il medico si ritrova nello scantinato del bungalow: la vasca è tornata al suo posto e non si sposta: ma Willett sa di non aver sognato perché in tasca trova un biglietto scritto in latino nella grafia sassone dell’ottavo o nono secolo che, una volta decifrato, gli ordina di uccidere Curwen e di distruggerne il corpo nell’acido.
Chi l’abbia scritto non si sa: o meglio, si intuisce che l’abbia fatto il misterioso 118, che poi ha provveduto anche a isolare o forse distruggere il laboratorio di Curwen. Ma chi sia questo 118 non viene detto, si possono solo fare supposizioni: così, dato che il biglietto è scritto in latino deve trattarsi di un europeo; dato che la grafia è il sassone del 7/800, deve essere probabilmente qualcuno che sia vissuto nelle isole britanniche; e dato che sembra essere di indole buona e capace di usare la magia, le possibilità si restringono ad un solo personaggio: il mago Merlino. Questa almeno è la mia supposizione con gli elementi di cui sono in possesso, anche se la sorpresa di Curwen quando apprende che Willett ha evocato il 118 e non è morto lascerebbe intendere che si tratti di qualcuno di molto più pericoloso e meno socievole del protettore di re Artù.
Tornando alla storia, nei giorni successivi strani incidenti colpiscono i due corrispondenti europei di Curwen, che rimangono uccisi nei disastri delle loro abitazioni: rimane così solo lo stregone, che Willett finalmente si decide ad affrontare, dopo aver scoperto il cadavere del vero Charles Dexter Ward, che Curwen aveva nascosto nello studio nella casa paterna quando aveva deciso di sostituirsi a lui.
Messo di fronte alla verità, Curwen abbassa la maschera e si rivela per quello che è realmente: e intanto si prepara a scagliare un incantesimo contro Willett, che però se l’aspettava e subito pronuncia una formula trovata nel laboratorio, che poche parole più tardi trasforma lo stregone in un mucchietto di polvere azzurra, simile a quella in cui si era dissolto il quadro un anno prima.
E così la storia si conclude proprio nel punto in cui era cominciata.

Un racconto d’atmosfera
Se state cercando un racconto d’atmosfera, questo è il racconto che fa al caso vostro, perché tutto ruota attorno alla suggestione che la narrazione riesce a creare nel lettore; se invece cercate una storia dell’orrore con tanto sangue e suspense, non è qui che dovete guardare: «Il caso di Charles Dexter Ward» è infatti un tipo di orrore diverso, più intellettuale che fisico, spaventoso più per gli impliciti e i sottintesi che per le scene di violenza e le gallerie di orrori.
La sua formula funziona benissimo ma occorre avere la voglia di leggere una storia lentissima, che affronta i dettagli con pignoleria e li presenta come se fossero i risultati di un’indagine storica accurata, confortata dalle testimonianze di antichi documenti: solo che questi documenti sono tutt’altro che completi e lasciano parecchie lacune che devono essere completate dal lettore, chiamato così a mettere assieme gli indizi sparsi qua e là nella storia. Da ciò si intuisce che non è un racconto facile né tantomeno leggero: per apprezzarlo occorre essere sempre concentrati e tenere a mente il maggior numero di dettagli, perché altrimenti si rischia di perdere qualche passaggio chiave che appare solo tra le righe e serve a spiegare una successiva concatenazione di eventi. E questo è il classico punto debole delle storie di Lovecraft, che tendono a perdersi nella pedanteria dei dettagli invece di tagliare le curve e concentrarsi sull’azione: e infatti di azione qui (come altrove) non ce n’è affatto.
Perché è tutto ambientazione e suggestione. Come si è già detto, la storia è esemplare se non altro per la descrizione del laboratorio sotterraneo di Curwen, che trasuda perversità: è davvero il modello della catacomba di nequizie in cui si consumano misfatti ed orrori di ogni tipo. Sono pagine quasi cinematografiche, par quasi di vedere quello che il narratore descrive: ed il suo panico quando rimane al buio nella grande sala con l’altare incrostato di sangue al centro e i pozzi con gli abomini sul pavimento, di cui uno aperto, è quasi tangibile.
Così, nonostante il parere negativo dello stesso Lovecraft, che nell’insieme risulta esagerato se non addirittura ingiustificato, «Il caso di Charles Dexter Ward» si legge come uno dei suoi migliori racconti: e, anche se non rientra appieno nel ciclo di Cthulhu, condivide almeno alcuni elementi con il Mito.

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