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Poul Anderson – Crociata spaziale

I miei venticinque lettori ormai dovrebbero conoscere il mio pensiero: idee e ambientazioni vengono prima di tutto, anche delle trame e dei personaggi, che servono solo per dare forma ed espressione alle prime due. Ed è proprio per questa ragione che ho dedicato un intero blog ai vecchi libri di fantascienza, perché è in queste storie che si possono trovare idee brillanti, a volte persino pazze, ma sempre originali: nulla a che vedere con la narrativa stereotipata degli ultimi decenni, attenta prima di tutto a non offendere nessuno e in secondo luogo a non toppare, col risultato che l’originalità è scomparsa e con essa pure la leggerezza e l’ironia, che invece erano una parte essenziale delle opere di, mettiamo, sessant’anni fa.
Cito di proposito gli anni Cinquanta/Sessanta perché proprio nel 1960 usciva «Crociata spaziale» di Poul Anderson (The High Crusade), uno splendido esempio di romanzo originale, leggero ed ironico che unisce le buone idee a un’ambientazione audace: il risultato è un libro divertente, che entra subito nel vivo degli eventi e poi travolge il lettore con una trama impossibile, certo, ma anche così creativa e vivace che non si dimentica più.

Come le invasioni barbariche, ma nello spazio
Pubblicato prima come libro nel 1960 e poi, dal luglio al settembre dello stesso anno, a puntate su Analog (già Astounding), «Crociata spaziale» racconta la storia di un gruppo di inglesi del 1345 che, in procinto di partire per la Francia per prendere parte alla guerra dei cent’anni, si trovano invece attaccati dagli alieni, i Wersgorix: e grazie alla maggiore determinazione degli umani e all’abitudine alla violenza dell’uomo medievale non solo sgominano la nave degli invasori ma se ne impadroniscono pure per attaccare uno dei mondi occupati dagli alieni e da lì – così si spiega il titolo – far crollare l’impero wersgoriano in una sorta di nuova invasione barbarica (ed infatti nel finale viene citato l’ovvio parallelo con Roma).
Va da sé che la storia è improbabile – difficilmente una spada può prevalere contro un fulminatore ed è altrettanto inverosimile che un servo della gleba del quattordicesimo secolo comprenda i principi della navigazione spaziale – ma nell’insieme è divertente e pure credibile, nella sua piccola coerenza interna.
La stessa idea, ma senza un briciolo di umorismo, si trova anche nel racconto «Il ribelle di Valkyr» di Alfred Coppel che, pubblicato nel 1950, per primo aveva mescolato la fantascienza col medioevo per ottenerne un’ambientazione così suggestiva.

Gli alieni dalla pelle blu
Gli antagonisti della storia sono dunque i Wersgorix, un razza di alieni umanoidi evoluti e opportunisti che dominano un impero di un centinaio di pianeti simili alla terra, esteso su duemila anni luce: nella loro sfera di influenza convivono con almeno altre tre razze evolute ma di ambizioni limitate, che loro prudenzialmente tollerano perché non rappresentano né una minaccia né una forma di concorrenza ma al contrario potrebbero divenire un pericolo se minacciate.
Alti sul metro e mezzo e massicci di struttura, i Wersgorix hanno una coda corta e spessa, le orecchie lunghe e appuntite, una fronte alta e spaziosa, la pelle blu e glabra: a causa del loro aspetto spaventoso vengono scambiati inizialmente per demoni dagli inglesi ignoranti.
Sono anche sempre alla ricerca di nuovi pianeti da conquistare: per questa ragione le loro navi esplorano continuamente il nostro braccio della galassia. Quando trovano un mondo abitabile – le loro esigenze sono simili alle nostre – catturano un certo numero di indigeni, raccolgono tutti i campioni che ritengono necessari e poi tornano in patria per compiere tutti gli studi necessari. In seguito ritornano in forze e, dopo aver sterminato o reso schiavi gli indigeni, occupano il pianeta, trasformandolo in uno dei loro mondi giardino: i Wersgorix infatti amano la pace e la tranquillità; a spese delle razze sottoposte, s’intende, alle quali competono tutti i lavori più umili. Questo sarebbe stato anche il destino della terra se la loro nave esplorativa non fosse piombata ad Ansby e se il barone locale non avesse avuto coraggio, ambizione e spirito di iniziativa.
Pur liberi a parole, i Wersgorix sono tuttavia loro stessi schiavi del governo ed incapaci di protestare contro i decreti arbitrari dei loro superiori: la loro classe di governanti infatti non solo è afflitta dagli stessi problemi di corruzione e dispotismo che ci sono già noti ma, commenta l’autore per il tramite del narratore, viene anche definita «la peggior tirannia che l’umanità avesse mai conosciuto, perfino peggiore degli infausti tempi di Nerone».
Ma in definitiva questi alieni sono anche macchiette perché nonostante tutta la loro scienza e tecnologia non riescono a montare alcuna difesa efficace contro un migliaio di inglesi primitivi che montano cavalli e combattono con le spade.

L’efficienza dell’uomo medievale
Dopo un prologo brevissimo, che serve a far capire al lettore che, nonostante le apparenze, non ha in mano un romanzo storico ma di fantascienza, la storia entra subito nel vivo dell’azione, senza ulteriori preamboli: una mattina di maggio del 1345 un’astronave gigantesca atterra ad Ansby, un piccolo villaggio inglese di duemila anime, inclusi i soldati dei valvassini che qui si stanno radunando. Il modesto esercito infatti è in procinto di partire per la Francia col loro valvassore, il barone Roger de Tourneville (il protagonista indiretto della storia), per unirsi alle forze inglesi impegnate al di là della Manica nella guerra dei cent’anni.
L’astronave, alta seicento metri, getta nel panico i villici, che temono di essere stati attaccati dai demoni: ma, quando il portellone si apre e ne escono quattro occupanti che iniziano a sparare coi fulminatori sulla folla raccoltasi ai piedi della nave, scattano gli automatismi di un popolo abituato a convivere con la violenza. E nel momento in cui la prima freccia scagliata da Red John Hameward, il capitano degli arcieri, trafigge uno degli alieni, gli inglesi comprendono che questi demoni possono essere uccisi, e pure facilmente: così attaccano in massa la nave, ammazzano i tre superstiti al portellone e poi, guidati dallo stesso ser Roger in sella al suo destriero, penetrano nella nave e fanno scempio dell’equipaggio, subendo perdite minime.
Un solo alieno si salva, un certo Branithar (i Wersgorix non hanno cognome, sostituito da una matricola), figura chiave di tutti gli eventi che seguiranno: sarà lui infatti a istruire gli inglesi, sotto minaccia di morte e tortura, sul funzionamento della nave e sulle usanze del suo popolo. Incatenato in una cella sotto l’abbazia, circondato di reliquie perché non fugga, il Wersgor – ancora sospettato di essere un demone – viene infatti interrogato per giorni da fra Parvus, il nostro cronista: il monaco prima gli insegna i rudimenti del latino, che diventa la loro lingua di comunicazione (almeno fino a quando Branithar non avrà insegnato – sempre sotto minaccia – i rudimenti della sua lingua agli inglesi), e poi può finalmente ottenere le notizie che ser Roger desidera.
Sulla base di queste informazioni il barone decide quindi di caricare il suo popolo – tutti: villici e bestiame inclusi – sulla nave e di partire con quella alla volta della Francia e poi, vinta colà la guerra, di proseguire per liberare la Terra Santa: ma Branithar è ancora l’unico che sappia pilotare un’astronave e così devono affidarsi a lui per il viaggio.

Tradimento!
L’alieno però ha altri progetti: imposta infatti una rotta diversa da quella concordata e la blocca in modo tale che non possa più essere cambiata sino all’arrivo su Tharixan, il più vicino mondo colonizzato dei Wersgorix. In questo modo vuole punire gli inglesi, consegnarli ai suoi e portare a termine la missione che era stata affidata alla nave, perché la terra è perfetta per le esigenze degli alieni dalla pelle blu.
Ma all’arrivo sul pianeta ser Roger prende in mano la situazione e, nel tentativo di atterrare, fa schiantare la nave su Ganturath, una delle tre fortezze aliene poste a difesa del pianeta, distruggendone una parte: nella battaglia che segue gli inglesi sorprendono i Wersgorix, non abituati al combattimento terrestre e men che meno al corpo a corpo (per non dire della ferocia degli uomini medievali), che soccombono rapidamente. Nell’incidente però vanno perdute le coordinate della terra, che bruciano assieme alla cabina di pilotaggio: i terrestri sono a tutti gli effetti dei naufraghi.
Gran parte del libro è dedicata alla conquista del pianeta da parte degli inglesi: ser Roger dà disposizione di fortificare le difese della cittadella su cui sono piombati in vista del contrattacco. Il giorno dopo infatti arriva un distaccamento di truppe dalle altre due fortezze, che prima di dare battaglia accettano di parlamentare, per studiare il nemico: i Wersgorix infatti non conoscono gli umani e, in mancanza di informazioni, li temono. L’astuto ser Roger, con l’aiuto di fra Parvus come traduttore (che adesso ha anche un’infarinatura della lingua degli alieni), fa di tutto per tenere vivo il loro sospetto.
Alla fine però anche le trattative falliscono e i Wersgorix attaccano: prima coi carri armati, molti dei quali però finiscono nelle buche con pali appuntiti che gli inglesi avevano scavato la notte prima, dalle quali non riescono più ad uscire perché i pali si infilano negli ingranaggi dei cingoli e li bloccano; poi con jeep e fanteria, di cui però i fanti, arcieri e cavalieri medievali fanno scempio, proprio perché sono abituati al combattimento corpo a corpo, mentre i campi magnetici che proteggono entrambi gli schieramenti dalle armi ad energia (interrogando i prigionieri, gli inglesi hanno riattivato quelli del forte) rendono inoffensive gran parte delle armi avanzatissime dei Wersgorix.
La battaglia si risolve in una vittoria degli inglesi, che ancora una volta subiscono perdite contenute ma fanno strage degli alieni. Tuttavia ciò che decide lo scontro e getta nel panico gli attaccanti è un altro evento: la distruzione totale del secondo forte per mano di un piccolo distaccamento guidato da ser Owain, il protetto del barone.

La potenza dell’atomo
La notte prima della battaglia ser Roger aveva infatti mandato un manipolo di uomini a bordo di una navicella (che nel frattempo alcuni di loro avevano imparato a pilotare) a saccheggiare Sturalax, il secondo forte del pianeta: il piano prevedeva che il manipolo atterrasse ad una certa distanza dalla cittadella, costruisse un trabucco nella foresta e da qui poi bombardasse il forte con le bombe trovate a Ganturath. Quindi, approfittando della confusione provocata dall’attacco, il manipolo di ser Owain avrebbe dovuto compiere una sortita nell’armeria del forte, in modo da recuperare quante più armi moderne possibile.
Ma gli inglesi ignoravano ancora la potenza delle bombe atomiche e così sono genuinamente sorpresi quando la prima che tirano su Sturalax lo rade al suolo.
Tornati quindi a mani vuote durante il secondo giorno di battaglia, atterrano non visti a buona distanza da Ganturath, costruiscono un altro trabucco e ripetono la stessa operazione del giorno precedente, questa volta con consapevolezza: bombardano a tappeto le retrovie wersgoriane con le bombe atomiche, gettando nel panico gli alieni, che si danno ad una fuga così precipitosa che lasciano sul campo armi, munizioni e veicoli.
A questo punto il governatore wersgoriano si decide a chiamare aiuto dall’impero ma i tempi delle comunicazioni spaziali sono lunghi: può passare anche un mese prima che arrivino i rinforzi. Così il barone sfrutta questo tempo per razziare il continente su cui si trovano e fare prigionieri, che settimane dopo scarica davanti all’ultima fortezza, Darova, quando la cinge d’assedio: ha infatti intuito che, grazie alle loro armi micidiali, gli alieni devono essere così abituati a risolvere le guerre in maniera rapida e impersonale da essere impreparati a reggere un assedio.
E infatti l’arrivo di centinaia, forse migliaia di profughi wersgoriani che gli assediati non possono respingere mette in crisi Darova, che non ha scorte di cibo sufficienti per tutti: quella sera stessa il governatore si arrende e cede Tharixan agli inglesi.

Ancora tradimento!
Conquistato così il pianeta e la sua flotta, ser Roger avvia subito le trattative di alleanza con le altre tre razze evolute che convivono con i Wersgorix: una di umanoidi ricoperti di pelliccia, un’altra di centauri ed una terza di esseri tentacolari che respirano un’atmosfera velenosa, tutti egualmente tollerati dai signori del settore. Assieme formano un’alleanza che presto diventerà la «crociata spaziale» del titolo e che porterà alla capitolazione dell’impero wersgoriano, sostituito dal sistema feudale più familiare agli inglesi.
Prima del trionfo però c’è ancora tempo per un’ultima dose di guai, che fin qui sono mancati: un po’ per abilità, un po’ per fortuna, sinora agli inglesi è andato tutto liscio. Ci pensa così ser Owain, protetto di ser Roger e cavaliere galante della moglie di questi, lady Catherine, di cui è innamorato: costui trama dunque un complotto che, con l’aiuto dell’ipnosi, permette a Branithar di ricordare la posizione della terra, che infatti ritrovano assieme in un viaggio esplorativo; poi rapisce con l’inganno lady Catherine, indotta a credere di essere stata convocata dal marito; ed infine è pronto a cedere le coordinate della terra – e consegnare l’umanità al vorace impero wersgoriano – se ser Roger non accetta la resa. Ma nel trambusto che accompagna l’incontro tra i due, nella piccola navicella usata dal traditore, ser Owain viene ucciso da una freddissima lady Catherine, dopo che il marito aveva eliminato la mezza dozzina di sodali wersgoriani dell’ex fiduciario, tra i quali Branithar: purtroppo nella lotta vengono perse nuovamente le coordinate della terra, questa volta per sempre.
Gli inglesi sono così condannati a stabilirsi tra le stelle.
Nell’epilogo, che finalmente contestualizza la storia, si apprende che il barone Roger diventerà re e stabilirà il sistema feudale sui mondi strappati ai Wersgorix, una piccola parte dei quali (laddove non vi siano popolazioni indigene) viene spartita tra gli alleati degli umani: ma la gran parte ha una sua specie autoctona. Questi pianeti vengono quindi lasciati agli umani, che nel corso dei secoli stabiliscono vincoli di fedeltà con i popoli liberati.
Proprio su uno di questi è appena atterrata l’astronave vista brevemente nel prologo, il cui equipaggio non si aspettava certo di incontrare altri umani nello spazio: ed invece sono finiti nel feudo di un discendente di Red John Hameward (il capitano che aveva scagliato la prima freccia all’arrivo degli alieni sulla terra) che ora, rintracciato dai servitori durante una battuta di caccia, sta tornando al suo castello per incontrare gli ospiti. E dal contesto si intuisce che il sistema feudale come lo immaginiamo gode ancora di ottima salute, sebbene siano passati un migliaio di anni dagli eventi narrati da fra Parvus.

Niente può fermare l’umanità
Il libro è godibile dalla prima all’ultima pagina, anche se nella parte conclusiva (quella che ruota attorno al tradimento) scade leggermente: la storia infatti non vuole essere altro che evasione pura, condita da un certo umorismo dotto, perché non getta la battuta scontata in faccia al lettore ma richiede di ricavarla dal contesto, dai giri di parole, dagli indizi che l’autore dissemina per tutto il libro. Lo stile cronachistico, poi, si adatta alla perfezione, perché non solo è la forma tipica del documento storico medievale – e quindi tematico – ma aiuta anche a tenere un ritmo serrato nella narrazione: permette infatti di eliminare tutti gli aspetti secondari (come l’ossessiva caratterizzazione dei personaggi) senza conseguenze sulla trama o «leggibilità» a vantaggio delle idee e del sorriso, suscitato dal contrasto tra due culture così distanti.
C’è infatti tutta una serie di vignette messe lì per divertire il lettore moderno, specialmente quando la società medievale, che non si può proprio definire scientifica, incontra la massima espressione della scienza, il volo spaziale, e cerca di appropriarsene o almeno comprenderlo e per farlo deve costringere l’ignoto nelle forme troppo strette del noto: così la rotta delle navi viene tracciata dagli astrologhi; i giovani cavalieri partono ancora per le loro cerche, ma invece del Sacro Graal vagheggiano la Terra; e le crociate continuano a farsi, ma non più per liberare la Terra Santa bensì per cancellare i Draghi dalla galassia.
In definitiva il libro celebra l’ingenua intelligenza dell’uomo (medievale), che supera la tecnologia degli alieni proprio perché quest’ultima, per quanto prodigiosa, finisce per rammollire chi ne fa uso: l’essere tecnologico infatti perde l’abitudine a contare solo sulle proprie risorse e si trasforma invece in una creatura capace sì di premere i bottoni giusti al momento giusto ma per il resto incapace di provvedere a sé e alla propria sopravvivenza quando la macchina si guasta.
In altre parole è il classico scontro tra barbarie e civiltà, dal quale quest’ultima esce sempre malconcia.
Gli alieni stessi riconoscono la superiorità degli umani, secondo la vecchia tesi della fantascienza secondo la quale l’uomo è la creatura più violenta, temibile e selvaggia della galassia: dopo la conquista del pianeta Tharixan ser Roger, che ancora teme gli alieni anche se ai sottoposti si mostra sempre sicuro del fatto suo, osserva infatti che «è qualcosa di più della brama di territori che costringerà i Wersgorix a impadronirsi della Terra; è il fatto che la nostra razza si è dimostrata mortalmente pericolosa». Gli inglesi del libro infatti saranno anche dei barbari selvaggi e ignoranti ma sono tutt’altro che stupidi: usano il cervello e, come tutti gli uomini primitivi, sanno arrivare rapidamente al nucleo dei problemi e trovarne la soluzione su due piedi, ingenua magari ma efficacissima.
Il libro si legge quindi come una grande celebrazione dell’umanità e delle sue risorse inesauribili, prima di tutto intellettuali: qui si mescola all’altro grande tema tipico di Anderson, la libertà individuale e la conquista dello spazio come strumento per garantirla. Infatti, nonostante il richiamo al feudalesimo, necessario per la provenienza culturale dei protagonisti, la società che si forma appare molto libera, quasi «fluida», al punto che per soddisfare il continuo bisogno di nuovi vassalli re Roger non esita a creare nobili persino i villici.
Così, grazie alle abbondanti dosi di umorismo intelligente con cui innaffia la trama, il libro non solo si legge tutto d’un fiato ma sostiene anche i grandi ideali della fantascienza di un tempo, ormai scomparsi perché soffocati dall’anonima ed asettica tecnofilia fine a se stessa.

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