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Kurt Vonnegut – Harrison Bergeron

Quando sento parlare di «fantascienza profetica» – o delle profezie della fantascienza – non posso fare a meno di sorridere alla dabbenaggine di chi l’ha detto o scritto: il compito della fantascienza infatti, così come di tutta la narrativa, non è tanto di prevedere il futuro quanto invece di raccontare una bella storia. Se riesce poi ad anticipare quello che verrà o a fare una bella critica di ciò che non funziona nella nostra società, tanto meglio: ma questa sua capacità divinatoria deve sempre essere un aspetto secondario, marginale, quasi involontario, rispetto alla storia.
Non sono più gli anni Venti di Gernsback, che poteva infarcire le sue storie di predizioni tecnologiche (spesso azzeccate, lo riconosco), perché quello era il ruolo dello «scientific romance» precursore della fantascienza, ed il progresso scientifico ce l’aveva nel nome: a dire il vero, non lo sono più già da quasi un secolo, ed infatti quel genere già marginale all’epoca è invecchiato malissimo, tramontato nell’indifferenza a favore di un fantastico che vorrebbe raccontare una storia con una sua trama prima di confondere il lettore con la generica anticipazione del futuro che verrà.

L’eccezione: la fantascienza sociologica
Ciò non toglie però che alcune storie riescano ad essere profetiche, loro malgrado: solitamente sono quelle che vengono scritte sin dal principio con un intento polemico, non tanto per anticipare il futuro quanto per cogliere un aspetto che non funziona del nostro presente e proiettarlo sì nel futuro, ma portato alle sue estreme conseguenze. Una sorta di tirata di orecchie al lettore, se vogliamo, per metterlo in guardia da ciò che lo aspetta se non cambia qualcosa nel suo modo di vivere – o nella società stessa – perché un cattivo comportamento oggi diventa una pessima abitudine domani e un problema radicato, irrimediabile, dopodomani, ormai così connaturato alla nostra società da essere incorreggibile.
Si entra così nel campo della fantascienza sociologica, che scrive sì una storia per immaginare il futuro ma lo fa non con col fanatismo tipico dello scientista acritico – al quale preme solo sapere chi sia stato il primo autore ad immaginare, mettiamo, il telefonino o quante innovazioni tecnologiche si trovino in Asimov, per una questione di validazione – bensì con l’amarezza del veggente che ha già visto dove andremo a finire ma compie un estremo tentativo di frenare il crollo, o almeno rallentare il declino, perché ormai è troppo tardi per invertire la rotta, e già sa che ogni suo sforzo è destinato al fallimento.
In questo campo, si sa, ho un debole per Frederik Pohl, che ha saputo vedere con decenni di anticipo il crollo del nostro mondo in favore di una società malata, degradata e corrotta, in cui l’uomo è solo una rotellina che serve a produrre e consumare mentre la sua anima viene divorata dalla grande macchina di cui è un meccanismo insignificante.
Ma Pohl non è l’unico ad aver «gridato nel deserto» senza ricevere attenzione: nel primo dopoguerra molti altri autori hanno preso seriamente questo loro ruolo di guardiani finché un bel giorno, approssimativamente tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, queste grida di avvertimento hanno taciuto. O, meglio: sono state silenziate, ignorate, schiacciate, sostituite dal fantastico da decerebrati che ha raggiunto il suo culmine vent’anni più tardi con la narrativa da «giovani adulti» ed il fantastico «flashoso», inclusivo, pieno di lucette che brillano qua e là ma privo di contenuti, e pure di storie che meritino di essere lette.
La spazzatura cioè che ancora adesso infesta il fantastico di qualsiasi tipo, e su qualsiasi mezzo di divulgazione.

Finalmente la recensione
Tra quelle voci che un tempo si facevano udire merita ricordare quella di Kurt Vonnegut, un autore che ho spesso trovato indigesto ma che certo sapeva scrivere, e sapeva quello che scriveva: è il caso ad esempio dello sconfortante racconto «Harrison Bergeron», uscito nell’ottobre del 1961 sul Magazine of Fantasy e Science Fiction e pubblicato in Italia già l’anno successivo nel numero d’esordio della rivista Fantasia e Fantascienza, che ha avuto vita brevissima. Poi è scomparso, espunto in Italia persino dalle raccolte monografiche su Vonnegut: per quanto mi è dato sapere, è riapparso in italiano solo a partire dal 2017, ormai fuori tempo massimo per essere di qualche utilità, ed oggi lo si trova facilmente in rete, pubblicato acriticamente su diverse pagine che però non offrono nemmeno una riga di commento o approfondimento od opinione, il che già di suo basta per dimostrare che quella vocazione all’istupidimento di regime contro cui Vonnegut scriveva ha trionfato, ed oggi se ne raccolgono i frutti.
Perché è impossibile restare indifferenti alla lettura di questo racconto, che – come già «Gli idioti in marcia» (The Marching Morons, 1951) di Cyril Kornbluth, uscito una decina di anni prima – sembra proprio essere stato costruito apposta per far ribollire il sangue nelle vene e scatenare reazioni omeriche di disgusto e ribellione nei lettori, e per ispirare il rifiuto totale di quella società dissennata dell’eguaglianza forzata che condanna l’umanità al declino e alla sua rapida estinzione.
Dal momento che il livellamento verso l’alto, verso l’eccellenza, è impossibile, l’obbligo all’uguaglianza schiaccia quindi tutti verso il basso, verso la sentina dove strisciano le menti meno brillanti; li incatena al livello del terreno, taglia loro le ali ed impedisce a chi è più bravo, dotato, capace, volonteroso di spiccare il volo ed ottenere, sì, risultati impensabili per l’uomo comune ma anche di elevare, migliorare la società stessa proprio in virtù dei suoi successi: è la storia stessa del progresso umano. Ma questo è proprio ciò che spaventa quelle…genti che credono di essere i nostri padroni e certo a tali si atteggiano, che controllano ogni nostra azione (ed oggi hanno vita semplificata in virtù della tecnologia, che invoglia le masse a spegnere il cervello e le attira alla schiavitù volontaria) e che hanno solo da guadagnare da una società di decerebrati incapaci di pensare e di vedere più in là della punta del proprio naso.

I punti salienti
La storia è così breve che non ha senso riassumerla: preferisco quindi soffermarmi sulle sue parti più grottesche, a cominciare da quell’arrendevolezza della nazione che non solo accetta l’oppressione, fisica e figurata, da parte del governo ma crede anche nel vago concetto dell’eguaglianza forzata con cui la propaganda è riuscita ad indottrinare la popolazione, ormai composta solo di minus habens (habentes, vabbè) che ancora si commuovono ma non sanno perché, e un momento dopo se lo sono persino dimenticato.
Anche se la causa di quel pianto è la morte – omicidio – in diretta del loro stesso figlio, l’Harrison Bergeron eponimo, colpevole di essere un genio ed un atleta e di aver via via soverchiato gli handicap fisici sempre più gravosi che gli venivano imposti sin dall’età di quattordici anni (l’ultima zavorra pesava quasi centocinquanta chili: trecento libbre); e, soprattutto, di non aver mai accettato di piegarsi alla dittatura degli inferiori e all’uguaglianza forzata, il trionfo del socialismo, che non si limita più a distruggere il benessere di un paese e a renderne schiava la popolazione ma, malevolo, vuole anche distruggerne le vite, condizionarle e schiacciare i più bravi, o dotati, per impedire loro di distinguersi, di prendere il volo, qui letteralmente.
Così, sullo sfondo del balletto grottesco in cui le ballerine – pure oppresse da chili di zavorra che ne limitano la leggiadria, abbruttite da protesi facciali perché troppo graziose, o addirittura travisate da un sacco in testa perché decisamente belle – continuano a cadere e a muoversi con la grazia di un elefante, viene lanciata un’edizione straordinaria del telegiornale per riferire l’evasione del noto antisistema Harrison Bergeron: ma dopo cinque minuti di balbettii l’annunciatore balbuziente non è ancora riuscito nemmeno a dare il buonasera agli spettatori (ma va bene così, commenta la mamma «minus», cioè perfettamente nella norma, dello stesso Harrison: «L’importante è che ci abbia provato, e abbia fatto del suo meglio. Solo per questo dovrebbe ricevere un aumento dello stipendio»).
E subito dopo appare finalmente in scena il pericoloso criminale, che proclama la ribellione: di brevissima durata, perché viene subito freddato dall’Handicapper General, la ministra dell’handicap, dipinta nelle stesse tinte di una femminista contemporanea, ottusa, cieca e fanatica nella sua caccia agli ultimi resti di una società sana e funzionale.

La musica che riempie le menti vuote
Dei tanti spunti di questa storia ce n’è uno in particolare che non sono mai riuscito a togliermi dalla mente, perché è di un’attualità prodigiosa: Vonnegut immagina che, sempre per una questione di eguaglianza, gli individui più intelligenti siano costretti ad indossare una sorta di auricolare che ogni venti secondi assorda il malcapitato con suoni fastidiosi e perforanti, interrompendone quindi i pensieri, il flusso della mente; in altri termini, la capacità di pensare, di ragionare, di seguire un’idea e approfondirla.
Il rumore infatti disturba: è una fonte di distrazione, il peggior nemico della riflessione e dell’intelligenza, perché distoglie l’attenzione, tronca i pensieri, neutralizza l’introspezione, ed impedisce di concentrarsi su quella certa idea emergente, con una continua sollecitazione dell’udito.
Non è un caso infatti che oggi, e già da molto tempo, si viva in una continua fonte di rumore, spesso dissimulato da musica: i cantieri stradali ed il cicalino insistente delle macchine in movimento; la nettezza urbana, che inizia a infestare le strade ed i sogni dei dormienti già alle cinque di mattina e prosegue fino a notte inoltrata; il continuo sorvolo degli elicotteri, che incrociano sulle città a quota bassissima, producendo con le loro pale un rumore penetrante e martellante (e fingo di ignorare qui quell’immagine di controllo autoritario totale che vogliono proiettare nelle menti dei «cittadini»); e poi, soprattutto, la musica, spesso anche solo un gracchiare raspante che viene sputato dall’altoparlante di un telefonino mentre si è per strada e serve solo a produrre rumore a basso prezzo mentre si cammina.
La si trova dappertutto: al bar, al ristorante, nei negozi, nei supermercati, negli ascensori, nelle sale d’aspetto, negli ambulatori, nelle auto a tutto volume, e persino quando si va in visita a conoscenti, spesso accompagnata dalle immagini caleidoscopiche di televisori sempre più grandi, che occupano ormai un’intera parete del salotto – la cappella domestica riservata al culto della nuova religione dominante – al punto che si può ipotizzare una relazione inversa tra le dimensioni del televisore ed il quoziente intellettivo di chi lo possiede.
Il rumore ormai ci accompagna in ogni luogo, e qualcuno ci ha fatto un’abitudine tale che riesce persino ad ignorarlo. Io però non posso fare a meno di ritenere questa presenza costante del rumore di sottofondo – del quale molti nemmeno si accorgono più ma anzi sentono il bisogno, spiegandolo con un generico «mi fa compagnia» – come il bisogno di riempire menti vuote; menti addestrate a non pensare, che anzi hanno paura di pensare e di scoprirsi vuote; o di scontrarsi con le idee, esperienza nuova e terrificante; o, ancora, di sentire quella voce interiore che ci guida: perché è la voce della coscienza, uno specchio davanti al quale siamo nudi e dal quale riceviamo un riscontro che magari non apprezziamo ma è sicuramente corretto e, soprattutto, per il nostro bene. Perché viene da noi stessi.
Il rumore quindi è la chiave per il controllo delle menti: perché quando una mente è straziata dal rumore smette di fare il suo lavoro, e l’individuo diventa così una marionetta nelle mani di quei burattinai che vogliono tutto tranne il nostro benessere.
Spegnete quella dannata radio, diamine!