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H.P. Lovecraft – Il colore venuto dallo spazio

Se la memoria non mi inganna, «Il colore venuto dallo spazio» (The Colour Out of Space, 1927) deve essere stato il primo racconto di Howard Phillips Lovecraft che abbia mai letto, quando ero ancora un adolescente: la storia mi catturò e mi impressionò a tal punto che subito decisi di leggere anche le altre. E si trattò di una fortunata coincidenza, perché altrimenti avrei rischiato di non scoprire mai la suggestione dell’«orrore cosmico», o magari di scoprirla troppo tardi per apprezzarlo. Ancora oggi «Il colore venuto dallo spazio» è una delle storie dell’orrore che prediligo: infatti occupa il terzo posto nella classifica dei migliori racconti di Lovecraft che ha ispirato la serie di riletture e recensioni iniziata l’anno scorso con le prime due posizioni, ossia «Il richiamo di Cthulhu» ed «Il caso di Charles Dexter Ward», ai quali rimando per ulteriori approfondimenti.

Non proprio Cthulhu ma quasi
Pubblicato nel numero di marzo 1927 di Weird Tales, «Il colore venuto dallo spazio» è uno dei racconti più famosi di Lovecraft, che pare lo considerasse il suo preferito: quegli anni – la seconda metà degli anni Venti – sono stati infatti i più creativi della sua carriera, il periodo in cui ha non solo ideato Cthulhu e gettato le basi di quello che sarebbe diventato il Mito ma anche scritto buona parte delle sue storie più riuscite, come i già citati «Il caso di Charles Dexter Ward» (che è dello stesso anno) ed «Il richiamo di Cthulhu» (che è dell’anno prima). Ma a differenza di questi, che sono praticamente dei romanzi, «Il colore» è abbastanza breve e si legge in poco più di un’ora: ma è un’ora intensissima, perché dall’inizio alla fine non si riesce a distogliere l’attenzione dalla storia e si viene anzi avvinghiati da un senso di orrore crescente che rende impensabile non solo sospendere la lettura ma persino staccare gli occhi dal libro, sia pure per un momento solo.
Anche se non compare nessun elemento caratteristico delle storie di Cthulhu – come tutti quei nomi, quelle formule e quei riferimenti divenuti ormai comuni – il racconto può essere considerato parte marginale del Mito perché nella vicenda narrata si manifesta tutto quell’«orrore cosmico» che è l’elemento distintivo di queste storie: il colore che dà il titolo al racconto infatti proviene da un angolo sconosciuto dell’universo, non si cura degli uomini (dei quali anzi dispone a piacere) e poi, a poco più di un anno dall’arrivo, dopo essere cresciuto ed aver compiuto lo scempio narrato, ritorna allo spazio profondo da cui era giunto.
O forse no, se è vero – come sembra – che sulla terra ha lasciato ancora un ricordino, un pezzo di sé, o magari un fratellino: impossibile dirlo, proprio perché è impossibile capire questa creatura, che sfugge ogni legge fisica nota all’uomo, a cominciare dal suo aspetto, che è quello di una nebbia tangibile di un colore indescrivibile. E così proprio l’uomo è costretto a riconoscere ancora una volta la sua piccolezza davanti ad un universo che non conosce, abitato da creature così potenti che non si curano nemmeno di stabilire un contatto con l’umanità ma se ne servono per crescere e svilupparsi, proprio come l’uomo stesso farebbe con gli animali.

Un colore sconosciuto
La cosa venuta dallo spazio non può essere descritta in altro modo che come un colore impossibile, diverso da qualsiasi spettro conosciuto, perché è immateriale e al massimo si manifesta come una nebbia, che però ha una sua consistenza materiale: piomba accanto al pozzo della fattoria di un certo Nahum Gardner con un meteorite a sua volta composto di una sostanza che lascia interdetti persino gli studiosi dell’università accorsi ad esaminarlo, perché si tratta di un metallo ignoto all’uomo che col tempo si scioglie e tra le sue tante proprietà insolite non solo possiede calore e magnetismo inspiegabili ma attacca anche i composti di silicio, provocando la reciproca distruzione. Ma il meteorite è solo la buccia protettiva di quelle che, in definitiva, paiono essere delle uova di un qualche abitatore dello spazio profondo: sono sfere vuote sui sette centimetri di diametro, il cui guscio risplende dello stesso colore sconosciuto della nebbia; quando vengono toccate, si rompono senza lasciare traccia, a parte un cattivo odore.
Una volta sviluppatasi, la creatura è in grado di corrompere non solo il terreno attorno alla propria tana ma anche ciò che vi cresce e le creature che lo abitano, come gli animali e gli insetti: pure gli uomini ne subiscono l’influsso e diventano folli per qualche tempo prima di morire di una morte orribile, perché cadono a pezzi e anche da morti continuano a muoversi e parlare. Dalle descrizioni pare quindi esserci qualcosa di diabolico nel colore, perché il diavolo non crea ma sa solo corrompere: ed il colore corrompe la vita.
Terminato ciò che doveva fare sulla terra, dopo poco più di un anno dall’arrivo del meteorite la creatura torna nello spazio da cui proviene, probabilmente Deneb nella costellazione del Cigno, dal momento che è lì che pare diretta la colonna di luce che ne indica la partenza. Durante lo spettacolo pirotecnico del finale tuttavia un suo frammento pare staccarsi dal colore per ripiombare nello stesso punto da cui si era levato: ed infatti da allora, quasi cinquant’anni fa, la terra attorno al pozzo non è mai guarita ed ancora oggi suscita il terrore in chiunque vi passi accanto.
Come sempre, tutto indica che il mistero riguardo a questo essere non può essere penetrato dall’uomo.

Il preambolo
Anche se il fatto è avvenuto tra l’estate del 1882 e l’autunno del 1883, la vicenda è raccontata da un anonimo narratore moderno (nel senso di contemporaneo alla pubblicazione del racconto su Weird Tales, quindi tardi anni Venti), un dipendente dell’impresa di costruzioni che deve realizzare un bacino idrico in un’aspra valletta selvaggia ad occidente di Arkham: il lago artificiale infatti includerà anche i cinque acri di terra sorprendentemente grigia dove un tempo sorgeva la fattoria di Nahum Gardner. Durante i suoi rilevamenti il narratore viene colpito dall’aspetto spaventevole di questo campo, che i locali chiamano «la landa folgorata» («blasted heath» in inglese): il terreno pare ricoperto di polvere e cenere che il vento non è in grado di spazzare via. Incuriosito dai resti della casa e del pozzo sul quale ristagnano vapori malsani, mentre attraversa il campo il narratore viene sopraffatto dalla paura, tanto che al tramonto per tornare in città sceglie una strada alternativa.
Quella sera si informa presso gli abitanti della zona sulla storia di quel terreno ed infine trova in un certo Ammi Pierce, un vecchio che risiede nei paraggi, l’unico disposto sia pure con una certa riluttanza a raccontargli la storia di Nahum Gardner e dei tragici eventi iniziati nel giugno 1882.
E l’indomani, terrorizzato, il narratore fuggirà per licenziarsi e non tornare mai più ad Arkham.

Il racconto di Ammi Price: il meteorite
Nel giugno 1882 un meteorite piomba dunque accanto al pozzo della fattoria di Nahum Gardner: in realtà non è proprio un meteorite ma una sostanza che nemmeno i ricercatori dell’università di Arkham subito accorsi riescono ad identificare, a causa delle sue proprietà singolari. Pare essere una massa di qualche tipo con delle palline di sette centimetri al suo interno, vuote, simili al guscio di un uovo, che si rompono ed emettono un cattivo odore quando vengono toccate.
In pochi giorni dall’arrivo, complice anche un temporale, il meteorite si dissolve e con esso anche il suo carico di uova: la creatura o le creature che ne nascono si stabiliscono nel pozzo e già solo con la loro presenza iniziano a corrompere il terreno attorno alla fattoria. Un paio di mesi più tardi il raccolto della frutta è guasto: per quantità, aspetto e dimensioni mele e pere paiono appetitose ma non appena le si addenta si scopre che sono immangiabili, marce all’interno e amare di sapore.
Nei mesi successivi l’influenza dell’ospite del pozzo corrompe anche gli insetti e i piccoli animali del bosco, come gli uccelli e gli scoiattoli, che mutano d’aspetto: piccole cose, a volte impercettibili, ma sufficienti per dare un’idea di mostruosità a chi li osserva. Prima dell’inverno tutto nella zona della fattoria si contamina: i cavolfiori crescono enormi e contorti, emettono un cattivo odore e brillano del colore sconosciuto; gli alberi perdono le foglie e sembrano muovere i rami anche quando non c’è vento; la notte tutto – fauna e flora – emana una strana luminescenza. Gli animali della stalla ingrassano inspiegabilmente ma come tutto il resto non sono commestibili perché la loro carne ha un cattivo sapore: e poco tempo dopo diventano grigi e «friabili», tanto che cadono a pezzi prima ancora di esser morti.
Durante l’inverno la stessa famiglia di Nahum, che aveva resistito per tutta l’estate e l’autunno, inizia a soffrire per la presenza della cosa nel pozzo: nei mesi successivi tutti moriranno in modo terribile. La prima a cedere è la moglie, che impazzisce e viene rinchiusa in soffitta, dove più tardi la raggiungerà anche uno dei figli, anche lui chiuso a chiave ma in un’altra stanza: i due parleranno tra loro in una lingua sconosciuta attraverso le porte sbarrate.
Gli altri due figli semplicemente scompaiono in due occasioni diverse, quando si avvicinano al pozzo per prendere l’acqua: infatti, anche se era diventata amara ed imbevibile come tutto il resto, la famiglia continuava a berla e servirsene come se ne niente fosse.
L’ultimo a cedere è Nahum stesso che, prima di sbriciolarsi davanti all’amico Ammi Pierce che era andato a trovarlo, descrive il colore come una specie di fumo che brucia il corpo e succhia la vita. Ma anche da morti le cose che erano stati esseri umani continuano a muoversi e contorcersi e parlare.

La testimonianza di Ammi Price: la colonna di luce
È il novembre 1883 quando Ammi Pierce assiste alla morte dell’amico: dato che ormai non può più far niente, torna in città ed allerta la polizia, che si mobilita immediatamente. Quel pomeriggio stesso svolge tutte le indagini ma ovviamente non è in grado di comprendere tutta la situazione: un agente scende anche nel pozzo per sondarne il fondo con una pertica, che penetra nel fango senza incontrare alcuna difficoltà, tanto che potrebbe scendere ancora più a fondo se solo il palo fosse più lungo. Così però vengono rinvenuti i resti dei due figli scomparsi di Nahum.
Ma probabilmente il rimestamento della melma risveglia o disturba la creatura, che al calare della sera fa sentire la sua presenza: avvertendo qualcosa di sbagliato nell’aria, Pierce e gli agenti si rifugiano nella fattoria, che nel buio viene assediata dalla nebbia. E quando la foschia trova il modo di entrare dalle fessure, il gruppo fugge dalla porta sul retro verso una collinetta, dove tutti trovano la salvezza: solo un cavallo, legato, viene ucciso dalla nebbia.
Raggiunta la sicurezza in cima al pendio, Ammi Pierce si ferma un momento e si volta per dare un’occhiata alla fattoria ormai distante: vede così uno spettacolo agghiacciante, tra cui una quantità di fiammelle su ogni ramo degli alberi, che effettivamente si muovono. La fattoria è stata ormai inglobata interamente dalla nebbia che ora, all’improvviso, si lancia nello spazio, una colonna di luce che buca le nuvole e pare diretta a Deneb, la stella più brillante della costellazione del Cigno.
Nemmeno il tempo di tirare un sospiro di sollievo per la fine dell’incubo che Ammi Pierce – e solo lui – vede anche una cosa che non avrebbe mai voluto vedere: un frammento si stacca dalla colonna di luce e ricade nuovamente nel pozzo. Probabilmente una creatura o una sua parte che non era ancora maturata.
Da allora il campo di Nahum Gardner non si è mai più ripreso: ed i pochi locali che ancora vivono nella regione giurano che anno dopo anno la zona grigia, contaminata, continua ad allargarsi leggermente, magari solo un paio di centimetri all’anno.
Appreso ciò, l’indomani mattina il narratore abbandona la città ed il lavoro: e giura non solo di non tornare mai più ad Arkham ma soprattutto di non berne mai l’acqua. Perché la città sarà servita dal bacino che sta per essere costruito proprio sul campo e sul pozzo di Nahum Gardner.

Commento finale
Il racconto è breve così nel riassumerne la trama anch’io ho cercato di non dilungarmi troppo: il senso di questo sommario infatti è prima di tutto rinfrescarsi la memoria se lo si è letto molto tempo fa o farsi un’idea della storia se ancora non lo si è fatto. Andare direttamente alla fonte infatti è meglio che leggerne il commento, proprio perché farsi un giudizio proprio è meglio che far proprie le idee di qualcun altro: e in casi come questo, quando il materiale originale è così breve che non solo non costa fatica leggerlo ma si viene anche premiati dalla suggestiva atmosfera, non si può nemmeno invocare la scusante della lunghezza.
Oltre che il progenitore delle successive storie del filone «blob» che invade la terra, «Il colore venuto dallo spazio» è prima di tutto un compendio del gusto di Lovecraft: già si sa che qualcosa di terribile è accaduto e, a differenza del consueto, presto se ne scopre anche la causa, anche se si ignorano la natura e le intenzioni di questa creatura. Il trucco sta proprio nello stuzzicare la curiosità del lettore e lasciargli credere che alla fine verrà spiegato tutto (dopotutto la storia è ambientata quarant’anni dopo gli eventi, quindi l’incidente deve essersi risolto positivamente); ma in realtà non c’è nessuna rivelazione finale, perché alla fine del colore sappiamo tanto quanto sapevamo all’inizio: praticamente niente.
La struttura stessa è una progressiva aggiunta di scene via via sempre più fosche, per far crescere l’orrore di un passo alla volta: l’arrivo della meteora; il raccolto andato a male; la mutazione degli animali e della vegetazione; la morte di tutte le cose vive e infine pure dei personaggi. Anche se non viene detto, questa catena di eventi suggerisce un indizio che non poteva sfuggire al lettore di un secolo fa ma probabilmente non è subito evidente a quello moderno: c’è qualcosa di diabolico nel colore, perché il diavolo non sa creare ma solo corrompere. E dal suo arrivo il colore ha solo contaminato la vita.
Il crescendo dell’orrore culmina nello spettacolo pirotecnico del finale, con la sorpresa inaspettata del frammento di qualcosa che torna nel pozzo: che, per collegare una storia lontana nel tempo con l’attualità e ricordare al lettore che l’orrore è nel suo presente, presto entrerà in contatto con l’acqua bevuta da tutta Arkham.
Proprio questo finale è l’aspetto più spaventoso della storia: perché il lettore ha avuto un assaggio di ciò che la creatura è riuscita a fare quando era confinata in una piccola area di pochi acri. Quando il colore avrà un intero bacino a sua disposizione ed un facile accesso alla rete idrica di Arkham cosa farà? La città ed i suoi abitanti paiono già condannati. Si rivela così tutta la depressione dell’orrore cosmico, che è proprio la consapevolezza dell’uomo di essere un niente a confronto con l’universo, di cui crede di conoscere ogni segreto ma in realtà ignora tutto: e proprio il comportamento del colore, che usa la terra e gli uomini come una specie di riserva per crescere – come l’uomo stesso farebbe con animali di ordine inferiore – senza nemmeno preoccuparsi di stabilire un contatto, dimostra la piccolezza dell’uomo, il suo esser nulla di fronte alla vastità dell’universo.
Ed aggiunge uno strato più profondo di orrore psicologico all’orrore pratico, materiale, del colore che corrompe il creato.

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