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John Bellairs – The Face in the Frost

Si sente spesso parlare di «The Face in the Frost», un libro di John Bellairs pubblicato nel 1969 che dieci anni più tardi è stato incluso nella famigerata Appendice N, il primo elenco autorevole delle opere che hanno ispirato Dungeons and Dragons: ed infatti la sua influenza sul padre dei giochi di ruolo è subito evidente per tutto quello che riguarda la magia. Perché i protagonisti del libro sono due incantatori gioviali sui quali sembra proprio essere stata modellata la classe del «magic-user» delle prime edizioni di Dungeons & Dragons: il mago, si badi, non il sistema di magia, che invece è tutta un’altra faccenda ed è debitore verso Jack Vance.
Ma siccome non è del gioco che voglio parlare bensì del libro chiudo qui ogni riferimento a D&D. Il richiamo mi è servito solo per contestualizzare l’opera di Bellairs (noto soprattutto per aver scritto libri per bambini), tanto più che a me maghi e magia non sono mai andati giù: molto meglio bardi, ladri e a volte persino i guerrieri.

Un fantasy ironico e leggero
In questa Pillola cercherò di essere più breve del solito e di limitarmi alle sole informazioni essenziali, dato che non ho letto il racconto per piacere personale ma solo per soddisfare una curiosità. «The Face in the Frost» è un libro a doppia velocità: da un lato, tolti alcuni episodi, la storia è lenta, piatta e poco interessante, rovinata da un fastidioso «effetto sogno» ricorrente che pesa su numerose sequenze e lascia pure con l’amaro in bocca per il flaccido finale; dall’altro è un piccolo gioiello di stile, perché mescola deliziosi toni da fiaba con scene spaventose di autentico terrore che sbucano all’improvviso, e condisce il tutto con ironia, levità e quello stile «gonzo» (all’inglese: strambo) che un tempo si accompagnava col fantasy e lo rendeva tanto più gradevole: basti dire che, pur trattandosi di un mondo di fantasia, sono disseminati parecchi riferimenti al mondo reale odierno, anche nelle sue forme più trash, come un’apparizione di quell’orribile quadro che rappresenta diversi cani seduti ad un tavolo ed impegnati a giocare a poker.
Come accennato, la storia segue le avventure di due maghi, Prospero e Roger Bacon (che non hanno niente a che fare con i personaggi fittizio e storico omonimi), che salvano i due regni del sud e del nord da un terzo stregone, Melichus, che con la magia nera aveva trovato il modo di far piombare un inverno perenne sul mondo: la trama non è certo delle più originali ma il modo in cui viene narrata la rende gradevole, parentesi noiose a parte.
La vera protagonista del libro è però la magia ed il modo in cui viene impiegata: i sortilegi vanno studiati e memorizzati prima di poterli usare (il cosiddetto «sistema vanciano», appunto), così i due protagonisti hanno sempre un gran numero di incantesimi di utilità tra cui scegliere ma mancano dell’artiglieria pesante. Ad esempio, non sono in grado di aprire i pesanti cancelli che sbarrano una galleria attraverso cui devono passare e non hanno nemmeno familiarità con la negromanzia (Prospero rischia anzi di provocare un disastro quando ci prova) ma proprio come Cenerentola sanno trasformare una zucca in un carretto tipo Amish e trovano anche il modo di usare dei rampicanti come ascensori per scalare una parete troppo ripida.
Mancano quindi tutti quei duelli pirotecnici ai quali il fantasy maturo e fosco degli ultimi venti e più anni ci ha abituati (ossia da quando Peter Jackson ha rovinato il genere con i filmacci del Signore degli Anelli) e questa è già una ragione per cui merita prendere in mano il libro ed addentrarsi nella storia, perché l’atmosfera e le vicende sono diverse dal solito: diverse come potevano esserlo solo cinquant’anni fa, in un’epoca più creativa e meno legata a schemi così ingessati e scialbi come sono oggi.

L’inverno arriva prima quest’anno
Una sera d’agosto il mago Prospero si sente in pericolo anche se si trova nella sua tranquilla casetta: diversi piccoli fatti, come un mantello svolazzante, una falena gigante, un temporale, un qualcosa nell’aria lo mettono sul chi vive. Più tardi quella sera arriva a fargli visita anche l’amico Roger Bacon, appena rientrato da un soggiorno di alcuni anni in Inghilterra: in questo periodo ha indagato anche su un certo libro al quale Prospero era interessato e così riferisce all’amico ciò che ha scoperto al riguardo. Si tratta di un trattato di magia nera scritto in una lingua difficile da decifrare: cinquant’anni prima aveva attirato l’interesse di un monaco che poi, spaventato da ciò che stava riportando alla luce, aveva deciso di disfarsene consegnandolo ad un barcaiolo dall’aspetto affidabile perché lo gettasse nel mare.
Ovviamente quel barcaiolo di affidabile aveva giusto l’aspetto; anzi, ci sono parecchi indizi per pensare che non avesse nemmeno quello e si trattasse solo del travestimento usato da un certo Melichus, un mago malvagio che Prospero conosce molto bene: anche se non andavano d’accordo, in gioventù Prospero e Melichus avevano dovuto collaborare per superare l’esame finale ed essere promossi da apprendisti a maghi compiuti. E così, isolati in una casetta solitaria di uno sperduto villaggio in una remota valle dell’estremo nord, avevano confezionato l’oggetto magico che diventerà la chiave di tutta la storia: una piramide composta di quattro sfere di vetro, tre delle quali mostrano la stessa scena (un incrocio ricoperto di neve) e la quarta vuota. Per le particolarità dell’esame e della magia impiegata per crearlo, l’oggetto (Prospero lo chiama «il fermacarte») non poteva uscire dalla casetta a meno che i due neomaghi non lo avessero trasportato assieme: ma dato che nessuno dei due lo voleva, da allora il «fermacarte» è rimasto abbandonato in quella casetta.
Raccolte le informazioni, Prospero e Roger decidono di andare al nord, perché è chiaro che c’è l’opera di Melichus dietro l’inverno anticipato che sta colpendo i due regni: solo che ben presto i due maghi vengono separati con l’inganno, e così per un lungo tratto la storia segue solo Prospero, che di notte continua ad imbattersi in situazioni spaventose e persino in una foresta infestata, che risveglia per errore interpretando male una formula magica incisa su una certa pietra tombale.

Un fermacarte magico
Finalmente riunitisi, Prospero e Roger entrano nel regno del nord, solitamente tranquillo, dove però l’arrivo dell’inverno anticipato ha portato anche la minaccia della guerra: dopo settimane di viaggio raggiungono finalmente la valletta isolata dove si trova ancora il fermacarte, dato che nessuno lo aveva voluto.
E, in una delle casette abbandonate del villaggio, scorgono anche Melichus, assorto nello studio dell’ultima pagina del libro terribile, alla comprensione del quale ha dedicato la vita: attraverso il fermacarte Prospero riesce ad attirare l’attenzione dell’avversario e a farsi inseguire all’interno dell’oggetto; il punto di partenza è proprio quell’incrocio ricoperto di neve che era l’unica immagine mostrata dal fermacarte.
Melichus ha la situazione in pugno, tanto che Prospero da subito non può far altro che fuggire sotto una tempesta di neve: raggiunge così una casetta, dove trova un ometto gentile che lo aiuta a scappare attraverso una porta dimensionale che lo riporta a casa, nel regno del sud, nel mondo reale. Ma intanto alla casetta dentro il fermacarte è arrivato anche Melichus, che fuori scena ingaggia una feroce battaglia magica con l’ometto e, sempre fuori scena, viene sconfitto.
A casa sua, Prospero intanto è assediato dalla magia liberata da Melichus che sta per travolgerlo quando gli viene in mente una certa chiave che gli era stata consegnata durante il viaggio verso nord: con questa chiave apre una nicchia dentro casa che non era mai riuscito ad aprire prima e dentro la nicchia trova una statua di legno con un messaggio che gli ricorda di usare un certo incantesimo già apparso nelle primissime pagine, del quale non aveva mai capito l’utilità. E con quello mette fine all’incubo in cui era piombato.
Il capitolo finale è dedicato alla festa di Natale nella casetta di Prospero, dove vengono offerti gli ultimi brandelli di informazioni e si ha la certezza che a sconfiggere Melichus non è stato il protagonista ma l’ometto sconosciuto trovato nel fermacarte: di cui sta per essere rivelata la vera funzione ma proprio in quella il libro termina, lasciando a metà la frase.

Una storia a due velocità
A questo punto ci si chiederà: cosa c’entra il titolo con la storia? Poco, a parte il riferimento all’inverno perenne in cui Melichus voleva gettare il mondo. Il titolo però si rifà soprattutto ad una particolare serie di indizi raccolti dai due maghi nel loro viaggio verso nord: di notte infatti i vetri delle abitazioni si coprono di brina. E nella brina si forma sempre l’immagine stilizzata di un volto (una sorta di faccina: due occhi ed una bocca ghignante) che la mattina scompare, ma sempre deformandosi prima in espressioni terrificanti.
Risolto così il mistero del titolo, resta da parlare della storia.
Il libro in sé è gradevole per lo stile, leggero e scanzonato, anche se poi si perde spesso in lunghe descrizioni e in ancor più lunghe scene a cavallo tra il sogno e la realtà, che trovo sempre particolarmente sgradevoli: i sogni intendo, che non aggiungono mai niente di utile ad una storia perché loro stessi non sono nulla di concreto ma solo invenzioni della mente di un personaggio. Tuttavia gran parte degli eventi narrati si svolgono al buio o di notte, probabilmente perché il potere di Melichus è più forte col buio, come dimostrerebbe la faccia che si forma ogni notte sui vetri: e sono proprio queste scene – come la notte nella foresta infestata, quelle trascorse nelle locande, una delle quali è pure un’illusione, la lotta finale nel fermacarte – quelle che si trascinano più a lungo e che rendono così pesante la lettura del libro.
Pesante soprattutto quando non si è troppo motivati, come certo non ero io: non ho mai avuto pazienza per la magia e la figura del mago mi ha sempre annoiato a morte. L’unica ragione per cui ho letto «The Face in the Frost» è stata infatti la curiosità, per averlo visto incluso nella citata Appendice N, che lo rende un’opera di riferimento per ogni (ex) giocatore di ruolo: così questa è la prima e probabilmente unica volta che parlo di high fantasy in questo blog, dato che non è un genere di cui sono appassionato, a differenza della sword and sorcery, che invece trovo molto più attraente.
Tuttavia, nonostante il giudizio per lo più negativo, qualcosa di buono c’è anche in questo libro: il tono da fiaba, che si accompagna benissimo all’ambientazione; o l’ironia sottile che esce all’improvviso, come quando scrive che il re Gorm «was a magician, but an introspective one, a model-railroad hobbyist» per via del suo interesse per gli enormi astrolabi, che osserva felice come un modellista i suoi trenini; o il saltuario cambio di prospettiva, per cui all’improvviso l’autore sembra rivolgersi direttamente al lettore; o, ancora, l’abbinamento tra elementi fantastici e mondo reale, per cui ad esempio i due regni della storia coesistono assieme a nazioni reali come l’Inghilterra ed il latino è anche qui la lingua dotta per eccellenza. Anzi, la padronanza con cui Bellairs cita il latino e maneggia gli altri riferimenti dotti sono una qualità delle più apprezzabili, perché solitamente le scienze umanistiche sono trattate come cenerentola dalla nostra società mentre qui sono davvero la base su cui si regge l’intera storia.
Ma purtroppo anche questo non è abbastanza per salvare il libro nella sua interezza: per apprezzarlo occorre infatti una forte motivazione, che viene solo dall’attrazione per la magia e la figura del mago.

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