Vampiri e fantasmi, assieme a scheletri, zombi e lupi mannari, costituiscono il repertorio classico delle storie dell’orrore: ma la luce elettrica prima e il trionfo dello scientismo poi hanno spogliato queste creature di ogni raccapriccio, con l’effetto che oggi non fanno più paura a nessuno. Tuttavia non sono stati mai scacciati dal campionario del soprannaturale e, perso il monopolio dei racconti orrorifici (ormai saldamente in mano a entità malvagie e maniaci sadici), da una quindicina d’anni sono stati riciclati come protagonisti di un filone parallelo per adolescenti o «young adults», come piace dire: questo tipo di narrativa, tutt’altro che spaventevole, sfrutta i vecchi professionisti del brivido per raccontare storie d’amore contrastato che però non causano nemmeno un’ombra di pelle d’oca. In altre parole, è un po’ una sorta di casa di riposo per vecchie star del cinema muto.
Proprio in questo filone di amori impossibili tra vivi e non morti che si incontrano nella nostra quotidianità si inseriscono anche i «tenui» di Andrea Von Felten, un autore nostrano che recentemente mi ha chiesto la disponibilità a recensire onestamente il suo racconto lungo «La vita delle persone tenui», del quale ho poi ricevuto una copia digitale: ma, proprio perché l’argomento è più adatto all’altalena emotiva di un adolescente che alla mentalità di un lettore maturo, dopo un avvio incoraggiante la storia non è riuscita a confermare la buona impressione iniziale.
A cavallo tra non vita e non morte
Pubblicato l’anno scorso dalla Elison Publishing, «La vita delle persone tenui» è una storia d’amore adolescenziale alla «Twilight», quindi un tiramolla di emozioni in un’ambientazione urban fantasy, che nel nostro caso è la città di Parma: la trama ruota attorno all’unico protagonista, Christian, un commerciale sui quarant’anni abbondanti che ha tutta l’aria di una forte ispirazione autobiografica. Come personaggio – e solo come personaggio: quando ci sono di mezzo i riferimenti autobiografici l’equivoco è sempre dietro l’angolo – questo Christian non riesce a suscitare grande simpatia: è al tempo stesso troppo perfetto e troppo insicuro e così alterna scene in cui sfoggia atteggiamenti da esperto enologo, o grande venditore, o persino abile giocatore di golf (con tutti gli impliciti di ambiente esclusivo che ancora accompagnano questa attività) ad altre in cui si strugge d’amore come un ragazzino quando il buon senso già suggerirebbe di lasciar perdere ogni cosa.
Incapace di suscitare simpatia, Christian non riesce quindi nemmeno a creare quel legame empatico col lettore che è necessario per apprezzare le vicende di un protagonista: e non dico immedesimarsi con lui ma almeno provare un pizzico di interesse per quello che fa o gli succede. Però questo meccanismo non si mette in moto e così si finisce per subire il personaggio, e con lui anche la storia: si spera che accada qualcosa (o, in alternativa, che almeno finisca presto) e soprattutto che ci sia una variazione allo schema «lei mi ama», «la amo anch’io», «lei mi usa», «non la amo più», «sì, ma lei mi ama» e così via che scandisce l’intreccio dall’apparizione della ragazza misteriosa sin quasi all’animata conclusione dell’intera vicenda.
Della storia in sé non scriverò molto, com’è mia consuetudine con i libri recentissimi: mi limiterò solo a dire che gli eventi si consumano nell’arco di una decina di giorni (ma nel capitolo cinque c’è un martedì che si ripete) e iniziano col più classico incontro accidentale – che poi probabilmente così accidentale non è – tra il protagonista e Maria, la donna dal profumo d’incenso che gli fa perdere la testa.
Dietro a questo incontro si cela infatti la regina dei «tenui» del titolo, sorta di vampiri dimensionali benevoli che vivono a cavallo tra l’aldilà e l’aldiquà e succhiano l’energia vitale dei loro compagni umani, anch’essi stregati d’amore come le vittime dei vampiri succhiasangue tradizionali: non serve molta immaginazione per comprendere che è proprio la natura insolita di questa varietà di non morti a costituire il nucleo attorno al quale è stata poi costruita l’intera storia.
Così nella vicenda è facile cogliere anche un lieve sentore delle «ghost stories» ottocentesche inglesi, passate attraverso un filtro più in sintonia con i gusti moderni, che però, proprio come i «tenui» stessi, non appartiene né alle une né agli altri: non è cioè né di questo né dell’altro mondo.
Una dimensione tutta sua, priva di attrattiva.
Una redazione quasi finale
La copia che mi è stata inviata per la recensione non è la versione pubblicata ma la redazione dattiloscritta (quasi) finale, quindi non sono in grado di valutare la qualità dell’edizione in commercio: tra l’una e l’altra potrebbero esserci delle lievi differenze di cui non sono a conoscenza, così le osservazioni che seguono vanno prese con le pinze, perché potrebbero essere state modificate nella versione in circolazione.
Nonostante le assillanti ruminazioni del protagonista, lo stile del racconto è per lo più buono: se Christian è realmente una proiezione dell’autore come sono propenso a credere, allora si vedono sia quella formazione umanistica sia quell’aspirazione a diventare giornalista dichiarate dal protagonista, perché le frasi sono scorrevoli, modulate col giusto equilibrio tra ricercatezza e semplicità, che si traduce nello scrivere periodi chiari e comprensibili senza usare né paroloni né frasi fatte né soprattutto quel gergo tutto moderno che vorrebbe essere familiare e schietto ma sa solo di artificiale. Ci sono anche alcuni piccoli errori ma sono rari, i classici refusi come l’interpunzione e lettere in più o in meno che sfuggono sempre sia ad una rilettura sia al correttore ortografico. Come le mosche, sono errori che è impossibile eliminare completamente.
Ma lo stile è per lo più buono: perché da un certo punto in poi tutto cambia e diventa molto più sciatto, ignoro se ciò dipenda dalla copia che mi è stata mandata per la recensione (come detto, dovrebbe essere il dattiloscritto finale ma magari non è ancora così finale) o se lo stesso problema si presenti anche nell’edizione pubblicata. Questo punto è il sesto capitolo, esattamente a metà romanzo: da qui in poi gli errori – non solo di battitura – abbondano, il periodare diventa più macchinoso, le frasi molto meno scorrevoli. Tutto dà l’idea di essere ancora una sorta di bozza da correggere e limare: il primo sentore di questo naufragio inizia con «Edith Piaffe» e si conclude proprio nell’epilogo con «Sheakespeare» ma oltre agli incalcolabili refusi abbraccia una gran quantità di errori di ogni tipo, come termini sbagliati, doppie dimenticate, minuscole a inizio frase e, soprattutto, periodi brevi e frastagliati con uno stile che fa a pugni con quello più gradevole della prima parte.
In altre parole, sono indizi che lasciano sospettare un lavoro non ancora terminato o l’assenza di una revisione finale.
E così, mentre ci si dibatte con i problemi di questa seconda parte, non si può fare a meno di notare anche qualcos’altro che prima era così poco evidente da passare inosservato: la scelta lessicale del racconto risente parecchio dell’ambito commerciale del protagonista (e, sempre per quel sospetto dello spunto autobiografico, probabilmente anche dell’autore), che infatti usa tutti quegli orribili neologismi yuppie tanto in voga oggi, come «campioni a random» (con una «a» di troppo), «interfacciarsi» o «baypassare» (pure con una «a» di troppo). Carta vetrata per le orecchie.
Anzi, a voler ben vedere la storia parla un po’ troppo di lavoro: o meglio, il lavoro entra troppo nella storia e in maniera troppo dettagliata. Infatti, come non si deve mai parlare di lavoro quando si esce con gli amici, così il lavoro andrebbe anche tenuto sempre fuori dalla narrativa: il lavoro rimane in ufficio, non c’è ragione di tediare il prossimo con questo argomento che non interessa nessuno.
Così sapere degli imballi venduti con lo sconto in Olanda, tranquillizzare il cliente serbo, guidare abilmente una squadra di venditori telematici o tenere a bada il datore di lavoro sono argomenti che possono funzionare in un telefilm come «The Office», che dell’ufficio fa il suo tema portante, ma stanno come i cavoli a merenda in una storia che dovrebbe trattare di vampiri innamorati, per quanto attraente possa essere questo argomento. Il lavoro è un male che bisogna sopportare, non scaricare sul prossimo che ne ha già abbastanza del proprio.
Perciò appare evidente come questa seconda metà nuoccia al racconto, che invece nella prima parte mostrava un certo potenziale.
Come un romanzo per adolescenti
La storia fa di tutto per creare interesse attorno ai «tenui», che sono una delle tante varietà in cui vengono serviti i non morti, ma manca di dare quel brandello di informazione che tutti vorrebbero: va bene sapere che Maria è stata la prima, che è la loro regina, che ha il potere di crearne di nuovi e tutte quelle cose lì ma in concreto perché Maria è diventata una di loro? La risposta che viene offerta dal racconto è lacunosa e serve solo ad aggiungere generose dosi di melodramma ad una storia che, a quel punto, sta già diventando diabetica.
Così si insinua il sospetto che quello che in origine sembrava essere il nucleo della storia (i tenui appunto e tutto ciò che ruota attorno a loro) si riduca in realtà soltanto a un’idea: un tipo di creature non morte che per vivere dipendono dai vivi ma per qualche ragione, nonostante il loro parassitismo, non solo hanno mantenuto abbastanza umanità da non trasformarsi in mostri gretti ed egoistici ma amano anche gli umani con i quali hanno deciso di vivere. C’è tutto un oceano di ostacoli e incongruenze da superare per riuscire ad accettare questa idea, che sembra davvero lo spunto di un romanzo d’amore soprannaturale per adolescenti.
L’ambientazione stucchevole diventa quindi il maggiore ostacolo da superare per riuscire ad apprezzare questo racconto: ma l’ambientazione è anche la struttura sulla quale si regge tutto l’intreccio. Così, se si toglie questa impalcatura, non rimane più nulla, solo un protagonista poco simpatico ed un gruppo di non morti che vanno e vengono a piacere dalla nostra realtà: e questo spiega perché nell’insieme «La vita delle persone tenui» non riesce a prendere come storia.
Per usare un altro termine da commerciale che però è assente dal campionario del racconto, probabilmente il libro andrebbe «targhettato» su un pubblico differente, capace di apprezzare quello che è indubbiamente il suo punto di forza: la storia alla «Twilight» appunto.