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Gordon Dickson – Azzeccagarbugli il piccoletto (Dilbia 3)

Anche se è solo un racconto breve, la terza ed ultima storia di Gordon Dickson ambientata sul pianeta Dilbia mostra finalmente la vera mentalità degli intelligentissimi indigeni: perché questi orsi umanoidi possono anche dare l’impressione di essere così semplici da sguazzare nell’ingenuità ma in realtà sono abilissimi manipolatori, persino degli stessi terrestri, che pure si ritengono più scaltri di loro. Il sospetto era già affiorato nelle due precedenti storie, perché la risoluzione delle crisi in cui l’eroe di turno veniva improvvisamente gettato non solo appariva tanto improbabile da essere quasi miracolosa ma tornava anche sempre a vantaggio dei dilbiani che le avevano provocate: e finalmente in «Azzeccagarbugli il piccoletto» (The Law-Twister Shorty, 1971) questo sospetto diventa una certezza.

Cambiano ancora i nomi
Pubblicata nel 1971 nell’antologia «The Many Worlds of Science Fiction» curata da Ben Bova (mai più ristampata, e nemmeno tradotta) e in Italia nel primo volume dei «Magici mondi di Asimov», la terza avventura ambientata sul pianeta Dilbia introduce il terzo eroe terrestre, Malcom O’Keefe, scelto come i suoi predecessori dal computer in virtù di una qualche affinità psicologica con la contorta mentalità dilbiana per risolvere una crisi alla maniera locale: che significa un bel combattimento a due; ma anche una soluzione incruenta alternativa potrebbe andare altrettanto bene, se però salva capra e cavoli, ossia la faccia ed il prestigio di entrambi i contendenti.
Alla fine infatti tutte le storie dilbiane seguono lo stesso canovaccio: uno o più terrestri vengono rapiti da un indigeno e tocca all’eroe di turno trovare il modo di liberarli senza rimetterci la pelle, cosa molto probabile in caso di duello viste la forza e le dimensioni dei dilbiani, orsi umanoidi di tre metri di altezza e quattrocento chili di peso, per lo più muscoli.
In questo caso i rapiti sono tre e sono tutti antropologi: hanno provocato l’incidente di proposito, per studiare da vicino i metodi usati dal loro liberatore per trattare con i giganteschi indigeni. Sono stati proprio i dilbiani a suggerire – indirettamente, com’è loro costume – l’inscenata del rapimento proprio per questo fine, anche se il loro obiettivo reale era un altro: sistemare i loro problemi personali, che senza l’intrico creato dalla crisi non avrebbero mai potuto risolversi. E questo dovrebbe mostrare l’abilità degli indigeni a manipolare i loro interlocutori, come si vedrà.
Prima però è opportuno soffermarsi sulla scialba traduzione italiana, perché sono stati cambiati ancora una volta i nomi dei dilbiani già noti: l’eroe del primo volume (in origine Mezza Pinta, poi Mezzo Litro) diventa infatti Mezzaspina; mentre il postino un tempo noto come Fregatore delle Colline, poi trasformatosi in Montanaro, si tramuta qui nell’Ingannatore (probabilmente per via dell’originale «Hill Bluffer»); ed il gigantesco ed autorevole Unico Uomo, che nel secondo libro era cambiato in un melanconico Uomo Solo, muta ancora e diventa Un-Uomo. Altre differenze minori riguardano ad esempio Spaccaossa (che diventa Spezzaossa) e Ancora Marmellata (che diventa Altra Marmellata). Piccolezze magari, che però dimostrano la scarsa considerazione dell’Italia per la fantascienza: perché i traduttori, persino quelli che si spacciano prima di tutto per appassionati, non si prendono nemmeno la briga di andare a vedere come fossero stati adattati negli episodi precedenti i nomi dei protagonisti, giusti o sbagliati che fossero, per assicurare almeno una certa uniformità di traduzione.

La pietra della legge
A causa della sua brevità, la storia è molto più lineare delle precedenti, che già non brillavano per imprevedibilità: Malcom O’Keefe, giovane studente di legge, viene scelto dal computer del servizio diplomatico spaziale per liberare tre terrestri adottati loro malgrado come orfani da una dilbiana, Dolce Fanciulla, che così ha potuto legalmente nominare un gigante di nome Piegaferro – di cui è innamorata – come suo protettore. Come già visto infatti i dilbiani ripongono un rispetto spropositato nella legge, salvo cercare di eluderla con ogni mezzo legale: che significa ignorarne lo spirito e distorcerne la lettera fino al punto di farle dire il contrario di ciò che è in realtà dice. E quanto più si è abili ad interpretare la legge tanto più si viene rispettati.
Secondo i costumi locali, ogni disputa può essere risolta con un combattimento tra le parti in causa, in questo caso Malcom come rappresentante dei terrestri e Piegaferro come protettore di Dolce Fanciulla: ma Malcom è abile a districarsi nella situazione e risolverla in maniera incruenta in poche ore.
Il clan (qui diventa una tribù) al quale appartengono i due dilbiani ha infatti una pietra della legge, posta nel remoto passato da un certo Gran Lottatore di cui tutti a parole hanno grande rispetto: per sua decisione, chiunque riesca a spostarla di dieci passi può aggiungere o cambiare una delle leggi in vigore. L’unico problema è che la pietra è enorme e deve pesare almeno una tonnellata: ed infatti nessun indigeno ha mai tentato di spostarla, per non fallire e quindi rendersi ridicolo davanti a tutti.
Ma il trucco e la dissimulazione della realtà fanno parte della mentalità dilbiana: la pietra della legge infatti è cava e, sebbene abbia un certo peso, non è impossibile da sollevare per un uomo allenato qual è Malcom. Per il loro stesso agire, i dilbiani coinvolti nel «complotto» mostrano di esserne al corrente ma non solo fanno finta di non saperlo (perché così deve comportarsi un indigeno irreprensibile) ma nel finale rifiutano anche la confessione di Malcom con uno dei loro tipici rigiri logici: intanto, sempre in modo indiretto, hanno spinto il protagonista a tentare l’impresa.
Che gli riesce: così può cambiare la legge relativa alle adozioni e liberare i tre antropologi, che però nonostante i tanti studi continuano a non capire la mentalità ed i costumi dei dilbiani.
Peccato che dopo questa Dickson non abbia scritto altre storie sugli orsi umanoidi, che sono migliorati di episodio in episodio sino a divenire una delle razze aliene più memorabili di tutta la fantascienza.

Problemi di comunicazione
Anche se è la più leggera delle tre storie dilbiane, che sono leggere quasi per definizione, «Azzeccagarbugli il piccoletto» riesce la migliore del lotto, perché è solo un racconto e quindi più concisa: non si perde in sottotrame sballate (ad esempio, degli emnoidi, l’altra razza aliena in competizione con gli umani per il primato su Dilbia, compare solo un riferimento senza divagazioni) e va subito al cuore della faccenda, che sbriga in una mezza giornata di tempo locale e poco più di un’ora di lettura.
Soprattutto, è la migliore perché mostra finalmente la vera mentalità dei dilbiani, che, per usare le parole del racconto, «a causa del loro tabù verso qualsiasi palese bugia, erano esperti nel fingere di dire una cosa mentre in realtà ne dicevano un’altra» e quindi hanno sviluppato l’abitudine «di aggirare le bugie palesi fingendo di perseguire l’opposto di quel che una persona davvero voleva».
Con questa chiave diventa evidente che i dilbiani, ritenuti primitivi dagli umani (antropologi inclusi), sono i veri manipolatori sin dall’inizio, cioè sin dall’arrivo dei terrestri sul pianeta, avvenuto pochi anni prima: perché proprio in virtù della loro abitudine a girare sempre attorno alle cose senza mai dire apertamente ciò che pensano o vogliono, ma al contrario esprimendo l’opposto di quello che intendono dire e lasciando che sia l’interlocutore ad intuire i loro veri pensieri, riescono a manipolare persino i diplomatici terrestri e a spingerli a prendere iniziative che paiono nel loro interesse (dei terrestri) ma in realtà premiano soprattutto i dilbiani. Il loro è un metodo di comunicazione complicato, alla tenente Colombo, che sembra non portare mai a niente (i dilbiani infatti sono litigiosissimi tra loro) ma si mostra estremamente efficace quando si deve trattare con razze che si ritengono più evolute o scaltre.
Perché in questo caso è stato l’Ingannatore (già Fregatore delle Colline) a suggerire le modalità dell’incidente, per creare la cornice in cui sistemare in maniera del tutto legale sia le ambizioni del vecchio Sberla, un dilbiano che ambiva a diventare Nonno (l’anziano del clan), sia l’unione altrimenti impossibile tra Piegaferro e Dolce Fanciulla. E, nella faccenda, guadagnarci pure, lui stesso, in prestigio: il postino infatti è il tifoso più sfegatato dei terrestri su Dilbia. Di conseguenza, i loro successi sono anche i suoi.
Che forti i dilbiani!