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Victor Rousseau – The Eye of Balamok

Tra le centinaia di teorie «fantageografiche» che circolano da secoli ce n’è una che non manca mai di affascinarmi: la terra cava. Quella teoria cioè secondo la quale la terra su cui camminiamo non sarebbe altro che un guscio vuoto al cui interno si trova un’altra terra, ovviamente a gravità rovesciata (i suoi abitanti poggerebbero i piedi sull’altro lato del guscio), inaccessibile e abitata – va da sé – dalle immancabili civiltà perdute, da popoli selvaggi e primitivi, da creature pericolose e costellata di misteri di ogni tipo.
È un’ambientazione che sta alla fantascienza come il burro al pane ed infatti c’è stato un tempo, quando i pulp erano giovani, in cui le avventure ambientate al centro della terra erano popolari: non mi riferisco solo al «Viaggio» di Verne (1864), che alla fine delude perché mostra troppo del mondo superiore e troppo poco di quello inferiore, ma soprattutto alle avventure scritte su misura per le riviste d’evasione, come il ciclo di Pellucidar di Burroughs (dal 1914), senz’altro il più famoso, o il racconto «The Eye of Balamok» dell’inglese Victor Rousseau, che costituisce l’argomento di questa Pillola.
Poi però, com’è accaduto con i romanzi planetari ambientati su Marte e Venere, il progresso scientifico ha ucciso la fantasia, e l’immaginazione ha dovuto arrendersi all’evidenza: così la terra è tornata ad essere solo una palla di fango ed i pianeti del sistema solare dei grandi massi privi di vita.
Ma anche se la scienza, la fisica e, fin dov’è stato possibile, l’esplorazione hanno rovesciato la loro Luce del Progresso sul mondo, l’una (la terra cava) e gli altri (i romanzi planetari) continuano ad esercitare il loro fascino perverso su di me: e così quando trovo una storia sull’argomento che pare promettente non so resistere alla tentazione di leggerla.
Solo che non sempre soddisfa le aspettative.

Tutto comincia col solito memoriale
Così è stato appunto con «The Eye of Balamok» di Victor Rousseau, pubblicato in tre puntate su altrettanti numeri di All-Story Weekly nel gennaio 1920, quindi su una rivista di prima fascia: ed in effetti ha tutti gli elementi stucchevoli che piacevano al pubblico dell’epoca, dal memoriale rinvenuto per caso in mezzo al nulla alla storia di baci tormentata sino alle meraviglie di una civiltà perduta che, pur arretrata rispetto alla nostra, è molto più avanzata in molti campi.
E che, pure senza intenzione, viene devastata dall’arrivo dell’esuberante protagonista, il solito unto che giunge dall’esterno e viene subito riverito da tutti per il solo fatto di esistere: qui è un certo Ronald Gowan di Kalgoorlie, chiamato Gowani dal popolo sotterraneo, un cercatore d’oro nel deserto australiano, che deve tutto al tatuaggio ormai sbiadito di un’aquila (lo stemma di famiglia) che si era fatto fare tempo prima sul braccio da un tatuatore di Honolulu.
La storia però parte molto alla lontana: perché prima ancora parla di un altro cercatore d’oro che, ormai impazzito per il caldo e la sete, si imbatte in un angolino accogliente nel bel mezzo del deserto australiano, dove trova il manoscritto lasciato incompleto da Gowan: inizia così il resoconto del vero protagonista, che per interminabili capitoli parla…di una marcia nel deserto alla ricerca dell’oro e dei problemi della sete, perché lui ed il suo infido socio Sewell hanno finito l’acqua.
L’inizio non è proprio scoppiettante: ed è già un indizio di come proseguirà la storia.
Perché quando finalmente trovano l’acqua, seguendo le indicazioni di un altro cercatore d’oro delirante e in fin di vita nel quale si imbattono in pieno deserto (in un momento di lucidità dice di essere stato mutilato da un popolo di diavoli neri che abita nel sottosuolo), dovrebbe iniziare la parte concreta del racconto: ed invece proprio qui la storia fa naufragio. Infatti alla pozza d’acqua vengono catturati anche loro dai diavoli neri, guidati da una bellissima donna bianca, che senza indugio li lega ad un altare e sta per offrirli in pasto sacrificale ad un serpente gigante quando tutti si fermano in adorazione: spogliato della camicia, Gowan ha infatti esposto il tatuaggio dell’aquila lasciando tutti interdetti.

Un trono conteso
Iniziano così i veri problemi del racconto, che non faranno altro che accumularsi di pagina in pagina. Perché la bellissima donna, Hita, sarebbe la vera regina di un vasto impero sotterraneo ma la corona le è stata usurpata dalla sorellastra Thafti, di due giorni più giovane e pure illegittima, che gira col volto coperto perché è talmente orribile da suscitare il ribrezzo di chi lo vede.
Una delle ragioni per cui la nobiltà e quindi il popolo sta con Thafti è perché, per le complicate usanze di queste civiltà, Hita è del clan del Serpente e perciò può sposarsi solo con un uomo del clan dell’Aquila: ma il clan dell’Aquila è stato spazzato via tempo prima dal padre di entrambe le pretendenti. Così Thafti, che invece è del clan del Wallaby, può sposarsi con un uomo del clan del Pesce, che al contrario è ancora vivo e vitale e per questo le è stata preferita sul trono: si aggiunga anche che Thafti è favorevole alle turpi pratiche – sacrifici umani inclusi – del culto del Serpente, che detiene il vero potere, mentre Hita sostiene il benevolo Dio Sconosciuto che non si fila nessuno.
Già a questo punto ci sarebbe abbastanza materiale per mollare la lettura anzitempo: ma della terra cava e del popolo perduto finora si è visto poco, così il lettore curioso non distoglie ancora l’attenzione, determinato a scoprire come siano questo mondo sotterraneo e la sua civiltà. Sotto il deserto australiano, e anche molto più in là, si estende infatti un vasto impero con città grandiose anche se in gran parte in stato di abbandono: ci sono popoli, regni e regnanti, terre coltivate, strade, fiumi, montagne e tutto quello che può venire in mente.
C’è anche un sole, il Balamok del titolo, che però è sempre oscurato dalla nebbia: ed è bene che lo sia perché quando la foschia si dissolve la luce intensa di questo sole interno porta morte e distruzione. Solo i sacerdoti del Serpente conoscono l’incantesimo (o il macchinario: perché il sottosuolo pullula di macchine sofisticate, incluse ali meccaniche con imbracatura che permettono di volare e bombe di luce che bruciano la carne) per levare la nebbia: e non si sa come, dal momento che il culto del Serpente proviene dall’unica regione di questo mondo sotterraneo dove non batte mai il Balamok e che quindi si trova nell’oscurità perpetua.
Anche qui infatti come a Pellucidar il sole interno non tramonta mai: ma mentre per gli indigeni del ciclo burroughsiano il mezzogiorno perpetuo significa che non hanno sviluppato il concetto del tempo, per quelli di questo romanzo ha avuto solo l’effetto che non dormono né sentono il bisogno di dormire ma di quando in quando entrano in una sorta di breve trance.

Una catena di errori e cattive decisioni
E qui finiscono le parti interessanti del racconto: perché poi diventa melodrammatico, con una sequela di scene una più stupida dell’altra (e molte dall’esito prevedibile, quindi prevenibili) che allungano la storia e ne rendono gravosa la lettura: quello che conta è che appena arrivato Gowan si fidanza con Hita, poi si sposano in gran segreto (perché non sarebbe conveniente farlo in pubblico), poi abboccano alla trappola di Thafti e accettano il suo invito, presentandosi a palazzo senza armi né l’esercito che vorrebbe seguirli (perché non sarebbe conveniente portarselo dietro) e così vengono catturati senza grosse difficoltà.
Poi scoppia la ribellione in città, con bagni di sangue, tattiche fantasiose e Gowan che si improvvisa generale ma riesce solo a complicare le cose: per rendere tutto più conveniente, ad un certo punto Hitha si suicida e più tardi Gowan decide di sbarazzarsi finalmente di Sewell, che lo aveva già tradito più volte.
Il risultato dell’interminabile tira e molla è tuttavia inaspettato, perché i nostri avevano la vittoria in tasca ma riescono a farsela scippare: Gowan e Hita sono già fortunati a riuscire a mettersi in salvo, dopo aver fatto piombare il regno sotterraneo nel caos e aver contribuito alla devastazione della sua capitale, del suo popolo e della sua civiltà.
Emersi alla superficie in un angolo di paradiso nel mezzo del deserto, vivono qualche tempo nell’idillio dell’amore ma poi nelle ultimissime pagine esplode il vero dramma, che stava covando sin dall’inizio: nei pochi giorni trascorsi dalla fuga – non più di alcune settimane – Hita invecchia ed avvizzisce come una prugna secca, perché non ha più ricevuto il trattamento di ringiovanimento che nonostante tutto i sacerdoti del Serpente ancora le garantivano.
Così i due tornano di corsa nel mondo sotterraneo, dove però trovano la situazione completamente cambiata: nel tempo relativo del sottosuolo sono passate ere dagli eventi narrati dal romanzo e quell’epoca appartiene ormai alla storia antica del mondo di sotto. Tuttavia i sacerdoti sottopongono comunque l’ex aspirante regina al trattamento di ringiovanimento: e nelle sue ultime parole scritte Gowan sta attendendo con ansia che Hita rinasca e lo riconosca.
A questo punto un brivido corre lungo la schiena del lettore, perché il racconto è davvero finito: ce l’abbiamo fatta.

Troppo stucchevole per essere gradevole
Come ho scritto nel cappello, solitamente amo questo genere di storie, perché l’argomento esercita un forte richiamo sulla mia immaginazione: ma purtroppo è tanto difficile scovare buone storie sulla terra cava quanto lo è trovarne di così cattive come questa. Questa è in parte anche la ragione per cui ho deciso di scrivere una Pillola sull’«Occhio di Balamok»: sfogarmi ed esorcizzare così lo sforzo immane che è stato necessario per terminarla.
Nonostante la mia propensione per l’argomento, l’ambientazione della terra cava non basta da sola a salvare una storia quando è così carente e insensata come questa: infatti ha più o meno tutti gli ingredienti necessari – magari con un’eccessiva attenzione sulla storia d’amore e una scarsa considerazione per gli elementi chiave come la geografia, il mistero e la civiltà del sottosuolo – ma tradisce anche l’interesse primario dell’autore, che non era tanto di creare una bella ambientazione quanto di scrivere una bella storia strappalacrime.
E proprio questo la rende un prodotto troppo tipico dell’epoca in cui è stata scritta per essere godibile anche oggi: la ragione per cui le analoghe storie di Burroughs vengono ancora lette e ricordate è che, pur con i loro limiti, riescono a parlare anche al lettore moderno perché mescolano solo piccole quantità di quegli elementi stucchevoli tipici di inizio Novecento con dosi ben più generose di creatività e d’azione, che sono invece quelle in definitiva attraggono maggiormente.
Per concludere, «The Eye of Balamok» è quindi notevole solo come reliquia di un’epoca ormai superata, perché offre uno spaccato di quello che piaceva tanto ai lettori di ormai un secolo fa: e la pubblicazione su una rivista di prima fascia come All-Story Weekly dimostra che l’autore era riuscito a centrare il bersaglio. Tuttavia, l’impegno e la forza di volontà necessari oggi per arrivare in fondo alla storia sono spropositati rispetto al piacere di leggerla: se solo fosse più breve probabilmente riuscirebbe anche molto più gradevole.
Ma il ciclo di Pellucidar rimane ancora migliore.

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