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Antonio Colacicco – Raccontamelo soltanto se piove

Non posso dire di avere troppa familiarità con la narrativa italiana contemporanea, anche se negli ultimi anni ho avuto modo di conoscerla meglio e farmi una mia idea al riguardo, non proprio positiva: merito delle richieste di recensioni che mi sono arrivate – e ho sempre accolto – da quando ho avviato questo blog. E così, dopo aver letto diversi libri di giovani autori italiani che sono riuscito a terminare solo con grande fatica, ormai disperavo di trovarne uno da salvare: finché l’estate scorsa non mi è capitato tra le mani «Sottoterra» di Antonio Colacicco, che mi ha acceso di nuova speranza, perché nell’insieme è una bella storia, scritta bene e con gusto da un autore promettente.
Così quando alcuni giorni fa Colacicco mi ha contattato per presentarmi il suo nuovo lavoro appena terminato, «Raccontamelo soltanto se piove», ho accettato ben volentieri di scrivere una recensione onesta anche di quest’opera, di cui ho subito ricevuto il pdf omaggio: tuttavia il libro non mi ha convinto perché, sebbene tocchi con delicatezza un argomento di grandissima attualità come la solitudine in cui la modernità ha isolato ciascuno di noi, nell’insieme il romanzo stenta a catturare l’interesse ed è almeno un passo indietro rispetto all’opera precedente, più semplice ma anche più godibile.

Due storie in una
Pubblicato dunque appena un paio di settimane fa (metà marzo 2022) dalla Elison Publishing, «Raccontamelo soltanto se piove» è in realtà due storie in una: c’è infatti la storia per così dire «reale», quella dei nostri quattro protagonisti, che occupa la prima metà del volume; e poi c’è quella inventata, «storia nella storia», alla quale la precedente fa da contenitore: ma è questa seconda parte la chiave di tutto il libro, come dimostra la coda che conclude l’opera.
Questa seconda storia, invenzione nell’invenzione, è però anche ciò che rovina il libro: perché non è altro che un racconto nonsense senza capo né coda che ha il sapore di un filmaccio alla Tomas Milian e scimmiotta, prendendole in giro, le storie d’azione tradizionali, con lo scopo di far affiorare i problemi dei protagonisti e dar loro l’opportunità di riconoscerli, superarli e quindi migliorarsi.
Detto così magari non è granché chiaro ma è l’unica premessa possibile per spiegare la struttura del libro senza rivelare troppo della trama, cosa che non mi verrebbe mai perdonata: in sostanza quindi si tratta di due storie giustapposte – l’una per così dire «reale» e l’altra inventata, anche nella finzione di un libro – con la seconda che trae ispirazione dalla prima e la influenza con un effetto benefico.
I primi quattro capitoli sono altrettante vignette dedicate ai protagonisti, ai loro crucci e al modo in cui si sono trovati per caso a bordo dello stesso autobus della linea 105 la sera di una giornata di pioggia a Roma. Il quinto capitolo serve per riunirli infine a bordo del veicolo, rompere il ghiaccio e preparare la scena mentre il sesto è il lunghissimo racconto d’avventura che non c’entra niente con la metà precedente del romanzo, tolte le parti in cui affiorano i frammenti dei problemi personali dei protagonisti, che proprio da questo racconto – lasciato volutamente incompleto dal narratore perché ognuno possa completarlo mettendoci del suo – avranno migliorate le loro vite.
Gli ultimi due capitoli servono per tirare le fila, con la ricaduta immediata di quell’esperienza ed un epilogo che ne mostra il salubre effetto a lungo termine, dieci anni più tardi.

Siamo soli anche in mezzo ad una folla
Come la seconda parte è la chiave del libro, così la figura chiave della storia è il suo narratore, Maestro Memmo, che si inventa il racconto di avventura mettendo insieme elementi che erano affiorati nelle quattro vignette introduttive: i suoi precedenti incontri sullo stesso autobus con viaggiatori scorbutici, la depressione/ossessione di un giovane, l’insicurezza e la militanza ambientalista di una studentessa, la rabbia verso il mondo, la famiglia e se stesso di un uomo maturo sconfitto dalla vita.
Magicamente, Memmo sembra conoscere l’intimo dei suoi tre uditori e se ne serve per far affiorare i loro problemi qua e là nella storia che ricama per un’intera ora di viaggio: con le parole spinge i diretti interessati ad affrontare i problemi che li affliggono, a superare gli ostacoli che non esisterebbero se ciascuno non se li fosse posti da sé sulla propria strada, e in definitiva a migliorare la propria esistenza. Non propone nessuna terapia ma il metodo emerge da sé: è la semplice socializzazione; parlare e ascoltare, magari anche fantasticare, perché l’origine dei nostri mali è la solitudine, l’incapacità di aprirsi e di stare con gli altri.
E questo è il cardine di tutta la storia.
La solitudine infatti è divenuta la condizione comune della nostra epoca: tutti abbiamo bisogno di calore umano e vorremmo comunicare col prossimo perché a questo ci spinge la nostra natura di «animale sociale»; ma ormai ne siamo diventati incapaci, a causa del lavoro, della tecnologia, della timidezza, della paura o delle altre diavolerie frutto della modernità, che passo dopo passo ci isolano sempre più dagli altri costruendoci un muro tutt’attorno.
Persino in ambienti affollati come un autobus ad un’ora di punta di un giorno di pioggia ognuno sta sulle sue, chiuso ad ogni interazione col prossimo: certo, i mezzi di trasporto pubblico non sono esattamente il luogo migliore per socializzare con gli sconosciuti ed il modo di attaccare bottone di Memmo, per non dire il suo aspetto da barbone, non ispira fiducia ma nel contesto del libro offrono una situazione esemplare per mostrare la solitudine degli individui persino quando si trovano in una folla.
Siamo soli ma nell’intimo desideriamo relazioni umane autentiche, è in sostanza il messaggio del libro: e questo in condizioni normali è divenuto difficile a farsi perché nessuno ha più il coraggio di aprirsi per primo o, meglio, prova l’impulso di affrancarsi dal comodo giogo della modernità che ci ha resi schiavi. Tuttavia se c’è un facilitatore come Maestro Memmo, che è immune alle influenze dell’ambiente e non si cura del giudizio altrui, i più coraggiosi o disperati sono disposti ad aprirsi e a stringere relazioni autentiche e durevoli, capaci di cambiare la vita a se stessi e agli altri: l’effetto terapeutico del racconto di Memmo infatti – che appare e scompare come un folletto benevolo – non è tanto la storia in sé quanto la reazione a catena che la sua storia è riuscita a provocare negli altri.
Non è difficile scorgere un riversamento dell’autore in questo personaggio: anche Colacicco infatti è un buon narratore o «contastorie» (uso qui lo stesso termine usato nel libro, nonostante la sua connotazione per lo più negativa) e come Memmo anche lui prova a parlare al cuore del suo pubblico, mostrando che la solitudine può essere vinta se solo tutti facciamo un passo per incontrare gli altri.

I soliti alti e bassi editoriali
Come si era già notato per «Sottoterra», anche questo «Raccontamelo soltanto se piove» è nell’insieme un prodotto abbastanza curato, anche se compaiono più o meno gli stessi problemi editoriali già evidenziati nel precedente volume.
Primo tra tutti, l’assenza dei numeri di pagina e quindi dell’indice, che in un libro di quasi duecento pagine è gravissima: non c’è dubbio che la numerazione sia superflua ed anzi fastidiosa in un formato puramente elettronico come l’epub ma in un formato spurio come il pdf, che in definitiva è il libro senza la carta, sapere a quale pagina si sia arrivati – e quindi quante ne manchino alla fine – è necessario e la sua mancanza dà un’impressione di disordine, di lavoro lasciato a metà.
Sul piano tipografico, compaiono alcuni piccoli errori: si tratta per lo più di semplici refusi (come «uscì in strada per dirigesti al Capolinea», «correndo a per di fiato», «un ricordo vivido e presento»), inversioni di genere («un isba abbandonato», il «dragamine/governo guatemalteca»), modi verbali tipici del parlato («non credi che i motivi per cui la gente divorzi sia per colpa dell’egoismo», «non vi nego che all’inizio fossi diffidente verso di lui») e coniugazioni imprecise («quella sera al Capolinea, tu mi dissi proprio questa parola»). Le virgole che affliggevano «Sottoterra» sono invece sotto controllo, nonostante il rigurgito di una frase piuttosto impegnativa come: «Signorina, è stata, davvero, una bella chiacchierata quella con lei, ora però, la saluto perché devo proprio andare. Poi, qui c’è, davvero, troppo chiasso».
Lo stile è per lo più semplice e scorrevole, grazie all’impiego di frasi brevi e una profusione di punti a capo; tuttavia la lettura è spesso appesantita da una varietà di paroloni e termini inconsueti, che appaiono all’improvviso e vengono usati anche in maniera imprecisa: così la «palina», che il dizionario spiega essere un’asta usata per le operazioni topografiche o una connessione per le reti telefoniche, compare alcune volte per indicare il palo della fermata dell’autobus; o il «cercine», che dal contesto si intuisce essere un tipo di bottiglia, ma nel dizionario non si trova nessuna definizione a sostegno di questa interpretazione.
Alcune di queste parole o espressioni inconsuete compaiono addirittura più volte: ad esempio, lo sguardo o l’espressione «da aringa» (a volte anche «bollita») ricorrono undici volte; la «zazzera» sette; il verbo «ciabattare» (quasi sempre nell’acqua) cinque; e la «dura madre/amigdala» cinque/tre volte, quando «mente» o «cervello» sarebbero stati meno clinici e più efficaci.
È tuttavia apprezzabile l’assenza del turpiloquio e delle situazioni scabrose, salvo alcune ricorrenze qua e là che però nell’insieme sono innocue.
Da ultimo, leggere «Sottoterra» prima e «Raccontamelo» poi mi ha fatto nascere un sospetto: data la frequenza con cui compaiono termini, riferimenti ed altre situazioni collegate alla pesca e la competenza con cui ne parla, credo si possa affermare che l’autore è un appassionato pescatore lui stesso.

Le piccole aperture creano un circolo virtuoso
Pur apprezzabile per il messaggio che vuole comunicare, «Raccontamelo soltanto se piove» manca tuttavia il bersaglio: perché il punto focale del libro – una sorta di analisi della solitudine e una sua empirica terapia – non appare né da subito né subito chiaro ma deve essere cercato, occorre cioè scavare un po’ nel testo per trovare la vena e seguirla.
Infatti, nonostante le piccole pepite sparse come indizi già nelle vignette iniziali, questa vena comincia troppo tardi, a metà del libro, quando però intervengono anche altri due elementi di distrazione: il primo è il cambio repentino di scena, dall’autobus e dalle situazioni individuali di quelli che si sono individuati come protagonisti ad un racconto che non ha chiari agganci con quanto si è letto in precedenza. Il secondo invece è proprio questo nuovo «racconto nel racconto» che, al di là dell’intreccio privo di attrattiva, non aggiunge nulla di concreto alle storie personali dei protagonisti ma cerca piuttosto di spostare l’interesse del lettore da quelle a questa nuova avventura, aggiungendo pure un eroe fittizio che esce quasi dal nulla. Le brevi interruzioni che di quando in quando tentano di ricordare le debolezze dei protagonisti faticano a fissare l’attenzione del lettore sul problema della solitudine perché in precedenza questo non era stato ancora definito chiaramente.
Sapere in anticipo l’argomento del libro (la citazione iniziale è un po’ vaga ma certo vuole essere un indizio) aiuta a non perdersi e soprattutto a non perdere di vista il tema della solitudine umana che si può superare, se solo ci apriamo con chi ci sta vicino: ma nonostante questo suo intento pregevole l’opera lancia un messaggio discordante, perché proprio nell’epilogo, quando emergono tutti i buoni sentimenti, la storia stessa sembra incoraggiare l’uso dei social network, il cui abuso è indubbiamente una delle principali cause della solitudine contemporanea. Infatti dapprima due dei protagonisti trovano un gruppo online al quale si interessano poi, giusto un paio di pagine prima della conclusione, vengono addirittura mostrati «accoccolati sul divano in un silenzio profondo, ognuno con il proprio cellulare fra le dita». Una scena di un gelo spaventoso, che sembra quasi contraddire quello che la storia aveva sostenuto fino a quel punto: infatti sono vicini fisicamente ma distanti con la testa, chiusi in se stessi, l’attenzione rivolta allo schermo luminoso del telefono. È un’immagine che grida solitudine, quasi più delle vignette con le quali erano cominciate le loro storie.
Così «Raccontamelo soltanto se piove» manca di mordente: ha una buona idea che però non è capace né di difendere né di mostrare chiaramente. È senz’altro encomiabile nel suo intento di affrontare un argomento difficile come la solitudine umana, che tocca tutti ma sembra sempre sgusciare tra le mani quando si cerca di afferrarla, ma nell’insieme non riesce a costruirsi un’identità propria.
Dicono che un gesto di gentilezza è contagioso, perché mette in moto un circolo virtuoso di piccole cortesie tra sconosciuti: e sicuramente «Raccontamelo» parte dallo stesso principio, ossia che mostrando una piccola apertura all’altro si può avviare una serie di relazioni col prossimo di cui la nostra società può solo beneficiare.
Il difficile però non è tanto cominciare quanto capirlo.

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