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Steven Utley – Al cospetto degli Sreen

Uno dei racconti che mi capita di rileggere di quando in quando e non manca mai di deliziarmi è il solido «Al cospetto degli Sreen» (anche «Il parvenu») di Steven Utley (Upstart, 1977): brevissimo, appena quattro paginette, è stato ripreso da diverse antologie anche italiane.
È caratterizzato da un finale repentino, che arriva proprio sul più bello e lascia interdetti: si crede che manchino una pagina o due; poi però si torna indietro, si rilegge la storia e tutto diventa chiaro: la forza del racconto sta proprio qui, nel finale apertissimo, così stuzzicante che potrebbe servire da incipit per un esercizio di scrittura creativa.

«E a voi che ve ne frega»?
La storia è ambientata nell’enorme astronave dei citati Sreen, alieni che non vediamo mai direttamente ma di cui udiamo una volta la voce, che «fa tremare le montagne»: questi bulletti spaziali, «i veri e indiscutibili padroni dell’universo» secondo le razze inferiori che li servono, hanno catturato con facilità il primo vascello terrestre diretto fuori dal sistema solare e l’hanno parcheggiato nel loro planetoide gigantesco. Quando la storia si apre, i due piloti della navicella sono già a colloquio con gli Intermediari, una delle citate razze inferiori, che hanno appena notificato loro il verdetto dei loro padroni: tornatevene a casa.
L’innominato capitano dell’astronave terrestre non accetta l’ordine e, sbarazzatosi a calci e pugni degli Intermediari che tentano di sbarrargli il passo (e che «si spezzano con facilità»), batte con forza sull’enorme porta che li separa dagli Sreen, chiamandoli a gran voce per un confronto diretto. Disturbati, finalmente questi rispondono, spalancano la porta ed il narratore – che è il copilota – crolla nel vederli: sono dei titani, i veri padroni dell’universo, e sono in collera con i due piccoli uomini.
«Chi siete?» chiedono con le loro voci cavernose (alcune traduzioni italiane lo rendono con un «perché avete abbandonato il vostro pianeta di origine?» che però non vale nemmeno la metà dell’originale): al che il capitano, assunta una posa spavalda, risponde, «e chi vuole saperlo?» (a volte reso anche col già esposto «e a voi che ve ne frega?» ma anche qui vale quanto già affermato poco sopra).
E qui finisce.

Umanesimo formato spaziale
In sé il racconto non è niente di speciale ma è semplice e lineare: a voler ben vedere è anche incompleto, dato che il lettore viene abbandonato a se stesso non appena l’autore termina di solleticarne le aspettative. Tuttavia diversi commenti seminati qua e là dal narratore lo rendono un pezzo da antologia.
C’è infatti ammirazione vera per il capitano e, per suo tramite, anche per l’umanità: «Mi sentii invadere da un grande senso di ammirazione per il mio superiore. Poteva anche essere un pazzo suicida rifiutandosi di accettare la situazione, ma c’era della passione nella sua pazzia, ed era una passione contagiosa», dice appunto il narratore (nell’originale inglese però scrive al presente: probabilmente questo primo contatto con gli Sreen non è finito bene) a proposito della sana incoscienza con cui il vero protagonista del racconto affronta la situazione ed il proprio destino.
Sfidare le avversità con coraggio e sprezzo del pericolo infatti «è nella natura della bestia», è «puro istinto animale» che si riaffaccia, è in altre parole ciò che ha reso grande l’umanità nel passato: per quanto educato, acculturato, addomesticato, nell’intimo l’uomo rimane un animale governato dall’irrazionalità; se vuole essere davvero fedele alla propria natura, a volte – soprattutto nelle situazioni disperate – l’uomo deve lottare per riaffermare la propria libertà ed individualità, anche a costo del sacrificio.

Un confronto da film western
Questo finale, questa lotta senza speranza tra il piccolo umano, solo, ed i titanici dominatori dell’universo ha tutto il sapore di una scena da film western: «Il capitano stira le labbra sui denti in un sorriso senza allegria, si pianta i pugni sui fianchi, getta indietro la testa, e protende la mascella» e parla con una voce che «ha il tono minaccioso di una spada estratta dal fodero, un raschio stridente, di metallo contro metallo». Probabilmente veste una tutina bianca aderente, il non plus ultra della fantascienza degli anni Settanta, ma mi piace immaginarlo con la divisa di un pilota della Seconda Guerra Mondiale, giubbotto di pelle e berretto con visiera compresi, mentre morde un sigaro e mette in mostra la fondina della pistola, per mostrare che non ha intenzione di tirarsi indietro.
Non importa quale sarà l’esito della lotta, probabilmente disastroso: l’importante è mostrarsi risoluti e lottare per ciò in cui si crede.
Per questo, l’uomo ha già vinto.

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