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Jack Vance – Il mondo di Durdane (Durdane 1)

Non sono certo i protagonisti a rendere memorabili le opere di Jack Vance, che paiono semmai uscire tutti dallo stesso stampino: lo sono invece le ambientazioni lussureggianti e i costumi dissennati delle genti che popolano quei mondi così fantasiosi e creativi. E «Il mondo di Durdane» (The Faceless Man, 1971; The Anome, 1973), primo volume dell’omonima trilogia di Durdane, non fa eccezione, perché ha per protagonista l’ennesima variazione dello stesso archetipo, un giovane intelligente e competente in cerca di giustizia che ad un certo punto si ribella al sistema e vince: ciononostante la storia, che non è una delle migliori di Vance, riesce comunque abbastanza godibile, perché è così squisitamente vanciana da essere rappresentativa di tutti i pregi e difetti dell’autore californiano, con qualche extra.

Un libro al tempo stesso tipico e insolito
Pubblicato in due puntate sul Magazine of Fantasy and Science Fiction nel febbraio e marzo 1971 (dove nel 1972 e 1973 sono apparsi anche i due episodi successivi: «Il popolo di Durdane» e «Asutra») e poi in volume nel 1973, «Il mondo di Durdane» è al tempo stesso un libro tipico e insolito nel repertorio di Vance: tipico, perché il protagonista, Gastel Etzwane, è la fotocopia dei suoi omologhi di una varietà di storie, come i vari Sklar Hat del «Pianeta d’acqua» (1966), Ghyl Tarvoke di «Emphyrio» (1969), Glinnes Hulden di «Trullion: Alastor 2262» (1973), Glawen Clattuc della «Stazione Araminta» (1987), ossia un giovane competente ma incompreso che entra in conflitto con l’autorità.
La storia è tipica di Vance anche perché l’ambientazione è follemente creativa e – esasperando certi aspetti della moda, della cultura o del pensiero correnti – ironizza indirettamente sulla natura dell’uomo: i suoi atteggiamenti col prossimo, l’egoismo esasperato, l’epicureismo sfrenato, i costumi dissennati, le convinzioni alle quali si attacca con religiosa ottusità. Anzi, proprio la religione e in particolare la religione strutturata, che è sempre uno dei bersagli prediletti del californiano per l’ipocrisia di cui si ammantano certi suoi uomini santi, è un tema che trova ampia dissertazione nella prima parte del romanzo per il tramite delle sgradevoli pratiche della setta dei «Chiliti» e poi, esaurita la sua funzione, sfuma nell’altro tema dominante: la politica.
E proprio la politica è l’aspetto insolito – o, per meglio dire, atipico – del «Mondo di Durdane», perché solitamente nelle sue storie Vance non tratta mai questo argomento con serietà: dipinge spesso, questo sì, governanti ridicoli che perpetuano leggi prive di senso dalle quali traggono il potere ma non si spinge mai al di là dell’immagine generica e macchiettistica del potente sin troppo innamorato della poltrona e dei benefici che ne derivano. Nell’insieme però l’atmosfera rimane sempre fiduciosa e positiva perché, per quanto ampia e indiscussa, l’autorità del politicante di turno è per lo più solo una fonte di fastidio e di piccole vessazioni per il protagonista: chi governa non ha quasi mai il potere sulla vita e sulla morte dei subordinati e, se anche lo avesse, il suo esercizio è sempre limitato in qualche modo, non dipende cioè mai dal capriccio del momento.
Ma nel «Mondo di Durdane» questa pratica viene stravolta: infatti, anche se cerca di mantenere la consueta atmosfera di fiducioso ottimismo, qui Vance non riesce ad evitare una sottile critica del potere e dell’abuso che ne fanno i suoi detentori, ispirata proprio dai cattivi esempi del mondo reale.
E tutto questo per via del «torc».

Il torc e la politica
L’idea del collare esplosivo – il torc appunto (probabilmente dal «torque» celtico, un ornamento da collo) – non è nuova: all’uscita di questo libro circolava già da almeno una quindicina di anni, da quando cioè Sheckley lo aveva introdotto in «Un biglietto per Tranai» (A Ticket to Tranai, 1955) e, in seguito, anche Pohl e Williamson lo avevano impiegato nella loro trilogia delle «Scogliere dello spazio» (1964).
La presenza del torc e l’impiego dispotico di un simile strumento di coercizione e giustizia sommaria nella serie di Durdane stridono quindi col tono solitamente ottimista e fiducioso delle storie di Vance al quale si è già fatto riferimento: qui infatti l’autorità suprema dello stato, l’Anome (una rapida etimologia del titolo suggerisce «a-nomos», senza legge: la stessa di «anomia»), è retta da un despota ineletto del quale nessuno conosce l’identità perché l’autocrate viene scelto segretamente da un’elite misteriosa ma influente e da quel momento agisce sempre nell’ombra; per questa ragione viene chiamato anche «l’Uomo Senza Volto»: nessuno sa chi sia e quindi che faccia abbia. Perciò potrebbe essere chiunque o persino non esistere in carne ed ossa, come il Grande Fratello di Orwell.
Il compito dell’Anome è di far rispettare la legge, che però non è uguale per tutti, perché ogni contea dello Shant – l’eccentrica confederazione di cantoni in cui si svolge gran parte degli eventi – ha la sua e a volte quello che è reato in una non lo è in quella accanto: tuttavia, proprio per assicurare il rispetto di questa legge arbitraria, tutti i cittadini devono portare il torc o collare esplosivo, sul quale è incisa la sequenza cromatica che corrisponde al codice fiscale di ciascuno.
Quando l’Anome o uno dei suoi assistenti, le Benevolenze, figure altrettanto sconosciute e misteriose, giudica che qualcuno ha violato la legge non fa altro che comporre il codice cromatico del colpevole sul suo telecomando ed il collare dello sventurato esplode, uccidendolo sul colpo: nessuna notifica del reato, nessun processo né possibilità di difesa, nessuna commisurazione della pena, dal momento che tutto viene punito con la morte per detonazione, anche i reati minori come i piccoli furti o la semplice critica dell’operato dell’Anome. Chi infrange la legge muore: e, come recita una grida pubblicata sulle strade, persino la mancanza di rispetto è considerata sedizione, quindi reato.
Ora, non occorre un dottorato in filosofia né tantomeno in scienze politiche per comprendere che un simile sistema di governo si presta all’abuso e pare adeguato più ad un regime totalitario che ad un paese libero o, almeno di nome, democratico: la facoltà discrezionale di un unico individuo, sconosciuto a tutti tranne all’elite che lo ha installato sul trono e che quindi può controllarlo a piacere, è già di suo una forma di potere assoluto che sa di Grande Fratello, perché questo despota non solo non è soggetto ad alcun controllo né moderazione ma non deve nemmeno rispondere della sua condotta a nessuno e quindi in sostanza può fare quello che vuole, secondo il capriccio del momento. Ed infatti l’Anome è un pessimo governante, che non si cura affatto del benessere dei sudditi ma è interessato solo al mantenimento dello status quo, per tenere sotto controllo la popolazione: una situazione che calza come un guanto all’attualità ed in particolare agli ultimi due anni di menzogne.
Questa incursione del mondo reale nel fantastico quindi è un’eccezione al tono solitamente leggero e scanzonato delle storie di Vance, che si apprezzano appunto per l’ingenuità degli eccessi e le assurdità dei personaggi, non per il pessimismo amaro e tantomeno per le trame fosche, di cui anzi in genere non c’è traccia. Pare quindi ragionevole ritenere che questa brusca svolta sia intenzionale e, proprio come l’ironia sulle religioni organizzate, voglia essere un commento sul potere e su quanto sia facile per l’autorità abusarne: perché, come recita uno slogan spesso citato, il potere corrompe ed il potere assoluto corrompe in maniera assoluta. L’esempio nel libro arriva proprio dalla bella ed ingenua ragazza che all’insaputa di tutti è una Benevolenza e, una volta smascherata, non nega di aver fatto esplodere la sua quota di teste senza provare né dubbi né rimorsi.
È proprio questa l’incursione del mondo reale alla quale mi riferivo, l’insolito che stride con ciò che è tipico di Vance.

Una scalata al potere
Come tutti i libri del californiano, la storia è molto movimentata: mi limiterò quindi a riassumerla per sommi capi, senza dilungarmi troppo nei dettagli.
Mur è un bambino sveglio e curioso che vive con la madre nel territorio dei Chiliti, una sorta di setta religiosa solo maschile le cui donne, considerate impure, praticano la ierodulia: senza di loro la comunità non potrebbe esistere, perché sono le donne a svolgere ogni lavoro e a portare a casa i soldi mentre gli uomini santi passano le giornate a fumare sostanze allucinogene e rifiutano ogni contatto fisico con le donne reali.
Giunto all’età per entrare nel servizio al tempio, Mur si mette subito contro l’autorità ed è costretto a fuggire perché rischia la vita: così, appena adolescente, deve arrangiarsi da solo ma riesce a cavarsi dai guai finché non trova un gruppo di musici itineranti che lo prendono con sé. Mur infatti sa che suo padre era un musico di passaggio – addirittura un druithino, i virtuosi della musica senza canto – e nonostante l’opposizione dei Chiliti si era esercitato da solo nell’apprendimento di uno degli strani strumenti musicali dai nomi fantasiosi di cui le storie di Vance abbondano sempre.
Abbandonato quindi il nome da bambino per assumere quello da adulto di Gastel Etzwane (uno dei tanti motivi di contrasto con la setta dei Chiliti), il protagonista diventa un musico capace ma, come tutti gli artisti, spiantato: nonostante i suoi sforzi infatti fatica a mettere da parte la somma considerevole che per ordine dell’Anome, il segreto autocrate dello Shant, gli permetterebbe di riscattare la madre, punita dagli uomini santi con i lavori più faticosi a causa delle intemperanze del figlio.
Dieci anni dopo la fuga Etzwane ha finalmente messo assieme il denaro necessario e si prepara a riscattare la madre: ma la regione è appena stata invasa dai barbari Rogushkoi, una specie umanoide di barbari usciti dal nulla che mettono a ferro e fuoco le terre attraverso cui passano e rapiscono le donne per generare altri Rogushkoi, sempre tutti maschi, dal momento che non esistono Rogushkoi femmine. Nonostante gli appelli, l’Anome tuttavia non mostra interesse a far cessare le loro incursioni sempre più frequenti e così i barbari continuano a devastare lo Shant senza trovare opposizione.
Raccolta dunque la somma necessaria per riscattare il contratto della madre, Etzwane torna al villaggio natio un momento troppo tardi: i Rogushkoi sono appena passati e hanno rapito tutte le donne, madre e sorella di Etzwane incluse. Con l’aiuto di un certo Ifness conosciuto lungo la strada (un antropologo terrestre sotto copertura), il protagonista si lancia all’inseguimento e quella sera raggiunge i Rogushkoi, ai quali fa trovare con l’inganno due barili di vino avvelenato: il piano riesce solo a metà perché tutti i barbari muoiono sì avvelenati ma prima di morire fanno scempio delle donne, anche della madre e della sorella di Etzwane, che ne è addolorato ovviamente ma supera rapidamente il lutto, già quella sera.
Tuttavia nel cuore cova del malanimo per l’Anome, colpevole di non aver mai mosso un dito contro i Rogushkoi: e quando il suo costoso appello all’azione viene liquidato con due parole dalla somma autorità dello Shant, che non vuole tradire il suo ideale di pace e non violenza, il rancore esplode in odio. Come infatti gli fa notare Ifness, col quale adesso si è in qualche modo consociato, «nella tua natura c’è una venatura oscura e vendicativa».
Tornati quindi a Garwiy, la capitale dello Shant, i due ordiscono un colpo di stato che li porta a catturare prima le due Benevolenze – gli assistenti dell’Anome, con potere pari al suo – e poi lo stesso Uomo Senza Volto, che Etzwane trasforma in un suo burattino: minacciandolo di morte si fa infatti investire di un’autorità pari a alla sua e poi lo libera. Sa infatti che la sua vita non è a rischio perché Ifness ha trovato il modo di aprire i torc e rimuovere la carica esplosiva, rendendoli così degli innocui ornamenti: al contrario, è l’Anome ad essere semmai in pericolo, perché Etzwane conosce il suo codice cromatico e adesso ha tutte le apparecchiature che permettono ai giustizieri dello Shant di far esplodere i collari dei cittadini, incluso quello dell’Uomo Senza Volto.
Tuttavia il protagonista non può più contare su Ifness, che è stato richiamato sulla terra: il suo immischiarsi nelle faccende dello Shant, un’infrazione al codice etico degli osservatori terrestri, non è passato inosservato.
Il volume successivo, «Il popolo di Durdane», comincerà proprio da qui, all’indomani del colpo di stato.

Ultime considerazioni
Pessimismo politico a parte, sul quale non tornerò, la trilogia di Durdane è forse la più fantascientifica di Vance, perché introduce temi tipici della fantascienza che non capita di trovare spesso nelle sue opere: già questo libro ne offre un primo assaggino – pur povero di metalli, lo Shant infatti gode di un certo benessere grazie alla bioingegneria e alla biomeccanica e ad altri prodotti della scienza e della tecnologia – ma nei seguiti la svolta fantascientifica diventerà ancora più evidente, con tanto di rivelazione a sorpresa alla fine del secondo volume, che tocca uno dei temi più cari alla fantascienza degli anni Cinquanta. Per il momento quindi accantono l’argomento per riprenderlo più avanti, nelle recensioni dei prossimi episodi della serie.
In questo volume invece il confine tra fantascienza e fantasy è ancora piuttosto sfumato, secondo lo stile tipico di Vance: ad esempio, nonostante il buon livello tecnologico dello Shant non ci sono né automobili né navicelle personali ma carri trainati da «ambiatori» e, per i viaggi lunghi, una sorta di dirigibili di vimini fissati con cavi metallici ad un complesso sistema di guide che ricorda quello più rudimentale del «Grande pianeta». Anche la capitale della confederazione, Garwiy, costruita interamente in vetro ed abitata da gente sofisticata, ricorda altri luoghi: gli affettati abitanti del Cath ed in particolare della città di Settra apparsi nel «Pianeta Tschai», già recensito.
Altri elementi caratteristici delle ambientazioni vanciane, come i costumi singolari e coloriti dei cittadini dello Shant, che cambiano radicalmente anche tra aree adiacenti; o i nomi creativi che grattano tanto la gola di chi parla quanto l’orecchio di chi ascolta ma suonano incredibilmente bene, sul modello di Feld Maijesto, Geacles Vonoble, Faman Bougozonie; o ancora l’impressione generale di un mondo arretrato, agreste, che si ricava dalle descrizioni, in contrasto con il classico modello cosmopolita della fantascienza; tutto questo contribuisce a fare del «Mondo di Durdane» un libro dei più rappresentativi della produzione di Vance. Ma al tempo stesso la presenza di temi più cupi come la politica o del tutto insoliti per l’autore, come quegli elementi più schiettamente fantascientifici che già iniziano ad affiorare, lo rendono anche un libro unico nel suo genere.
Nel complesso quindi questa non è certo l’opera migliore di Vance ma non è nemmeno la peggiore perché ha tutto quello che ci aspetta, e anche qualcosa in più che non ci aspettava proprio: ma è la serie nel suo insieme che purtroppo inizierà a scadere già dal prossimo volume.

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