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Edgar Rice Burroughs – La mente di Marte (Barsoom 6)

Giunto al sesto episodio, il ciclo marziano di Edgar Rice Burroughs inizia a scricchiolare: le idee buone si sono ormai esaurite e per tenere ancora vivi l’ambientazione e soprattutto l’interesse è divenuto necessario allargare sempre più il campo, che qui fa uno scatto improvviso e finisce per sconfinare apertamente nel territorio della fantascienza. In altre parole, con «La mente di Marte» (The Master Mind of Mars, 1927) Burroughs gratta il fondo del barile: perché in questo episodio della lunga serie di Barsoom c’è un po’ di tutto e poi ancora qualcosa, a cominciare dalla «weird science» – scienziato pazzo e sperimentazioni chirurgiche incluse – che all’epoca andava forte sulle riviste pulp.

Ancora su Marte, ma per caso
Scritto nel 1925 ma pubblicato in blocco unico e non puntate solo nell’estate 1927 su un numero speciale di Amazing Stories costruito proprio attorno a questa storia, «La mente di Marte» non ha quasi niente in comune con i precedenti episodi del ciclo marziano: non solo perché vengono introdotti a badilate concetti nuovi di cui prima non si era mai sentito parlare e che stridono con l’ambientazione – come lo scienziato pazzo che stacca e riattacca cervelli come se fossero mattoncini Lego – ma soprattutto perché queste aggiunte snaturano Marte, che non sembra nemmeno più Barsoom.
Per carità, gli elementi distintivi ad uso degli appassionati ci sono tutti, come le bardature, le città stato, le navi volanti, l’ingenuità dei marziani e persino una fugace apparizione di John Carter nel finale, come per suggellare l’autenticità del romanzo con un bollino di qualità: ma a conti fatti la storia non ha affatto il sapore di un’avventura barsoomiana, ed il Marte che viene mostrato non ha niente a che vedere con il Marte che conosciamo.
Le ragioni sono numerose: tanto per cominciare, la staticità della trama, che nella prima metà rimbalza quasi a caso da un locale all’altro dell’enorme fortezza/eremo/ospedale/laboratorio/manicomio/cripta di Ras Thavas, lo scienziato pazzo che sta a Marte come i cavoli alle merende; quindi l’assenza di personalità del nuovo protagonista, il terrestre Ulysses Paxton, in arte Vad Varo, che per tutto il tempo si strugge d’un amore a prima vista che ha parecchio di morboso; e poi le molte contraddizioni con l’ambientazione già stabilita nei precedenti episodi, come il pianeta un tempo deserto che adesso può permettersi di avere addirittura delle paludi vastissime, o la sopravvivenza nella credula città di Phundahl di una radicatissima religione in contrasto con quella della malvagia Issus e dei Sacri Thern, che negli «Dei di Marte» era stata spacciata per universale.
Se già «Thuvia, la fanciulla di Marte» era stato una delusione, questo episodio è anche peggio: perché «Thuvia» era chiaramente un riempitivo ed almeno si appoggiava ad un’ambientazione già nota, che semplicemente stiracchiava quel tanto necessario per accomodarvi la nuova avventura. «La mente» invece fa subito a pugni con l’ambientazione stabilita e così perde il carattere distintivo di Barsoom: per come la sfrutta, la storia poteva essere ambientata ovunque, e forse altrove sarebbe riuscita più convincente. Perché non è più Marte l’elemento distintivo di questa avventura ma lo sono lo scienziato pazzo e la sua attività criminale di scambio di cervelli.

La scienza pazza che fa a pugni con l’ambientazione
Come detto, il balzo nella «weird science» o scienza pazza implica una serie di aggiustamenti che snaturano Marte: la sostituzione di cervelli, che può reggere una buona storia dell’orrore, infatti non ha alcun legame con la scienza fantastica di Marte, che finora era servita per creare oggetti, come la fabbrica dell’aria, le navi volanti, le case sui piloni telescopici, al massimo persino le pistole a raggi, ma certo non per manipolare la natura umana o addirittura modificare gli esseri umani creando degli ibridi, che sono il crimine supremo.
Questa scienza fantastica era infatti in sintonia con la nobile mentalità dei marziani e sosteneva un certo tipo di società, quella che sin dall’esordio di John Carter sul pianeta rosso si reggeva sulla parola data, sul coraggio e sulle gesta personali: sull’onore, in altre parole. Tuttavia l’introduzione della scienza pazza e le sue implicazioni morbose o intrinsecamente inique, come il commercio dei corpi vivi o morti per ricavarne parti di ricambio o permettere il travaso dei cervelli, ha il potenziale per stravolgere anche il tessuto sociale dei barsoomiani e la loro stessa mentalità. Perché una simile opportunità non farebbe altro che incoraggiare l’egoismo negli individui, che sinora invece era stato una prerogativa di pochi, solitamente gli antagonisti principali: infatti, se posso diventare immortale semplicemente acquistando un corpo sempre nuovo, perché non dovrei fare di tutto per mettere da parte la somma necessaria per il trapianto, senza curarmi delle implicazioni etiche e morali?
Questo atteggiamento porterebbe quindi al tramonto dell’onestà, del coraggio e dell’eroismo, le qualità più apprezzate nella società marziana, sostituiti dalla grettezza e dai comportamenti più spregevoli, quelli che Burroughs ha sempre riservato solo per i personaggi negativi, brutti dentro come sono brutti fuori. I transumanisti, in sostanza, viste le pratiche comuni. Perché adesso infatti chi può permettersi l’intervento chirurgico non deve far altro che recarsi da Ras Thavas, lo scienziato pazzo, per scegliere un corpo nuovo tra quelli disponibili in magazzino, tenuti in animazione sospesa proprio per questo scopo: e poi con un semplicissimo intervento da «day hospital» il chirurgo gli rimuove il cervello e lo collega al nuovo cranio, con dimissione in giornata, senza nemmeno un mal di testa. E se poi il nuovo corpo apparteneva ad un morto, nel trasferimento di cervello lo scienziato è in grado persino di riportarlo in vita.
Con un simile portento, Ras Thavas dovrebbe essere padrone di Marte, perché tutti i Jeddak e i nobili del pianeta farebbero a gara per ingraziarselo e, messisi in coda alla sua cittadella, garantirsi quell’immortalità alla quale tutti sembrano ambire, tanto più che lo scienziato pazzo non opera in clandestinità: eppure nei cinque precedenti episodi non si era mai accennato ai traffici di Ras Thavas, non solo perché sono chiaramente un’invenzione di questo episodio ma anche perché una simile pratica finirebbe per sconvolgere rapidamente una società basata sulla buona reputazione e sull’affrontare personalmente le avversità senza mostrare né timori né ripensamenti qual è quella marziana.
Quale sarebbe la reazione dei sudditi di un sovrano che, per garantirsi un prolungamento della vita, cambiasse il suo corpo ormai vecchio con quello di un giovane schiavo? L’intero meccanismo della responsabilità individuale barsoomiana vacillerebbe e l’autorità del principe verrebbe messa in dubbio almeno dai suoi avversari politici, a meno che l’intero tessuto sociale non fosse già stato condizionato da tempo ad accettare una simile pratica come lecita ed onesta. Ma di questo condizionamento non c’è traccia nei precedenti episodi, e sì che fin qui si è visto molto della superficie marziana, dei suoi abitanti e della loro mentalità.
Il trapianto dei cervelli avrebbe inoltre dovuto avere anche un’altra conseguenza: mettere in crisi la vecchia religione di Issus e dei Sacri Thern – che John Carter ha sgominato nel secondo volume della serie – prima ancora che l’eroe simbolo della serie apparisse sul pianeta. Questa pratica infatti avrebbe finito per rendere superfluo il tradizionale pellegrinaggio di fine vita lungo la valle del fiume Iss al compimento del millesimo anno di età, l’unico vero articolo di fede di quella religione, che gli scaltri agenti dei malvagi marziani bianchi facevano rispettare in tutte le città stato del pianeta. L’alternativa – ossia che, corpo nuovo o vecchio, al compimento del millesimo anno l’individuo dovesse comunque partire per il suo viaggio finale – avrebbe invece reso superfluo il costoso trapianto di cervello, almeno per quanto riguarda il suo scopo principale, il prolungamento indefinito della vita.
Mi rendo conto che sto pensando troppo e mi sto allontanando da quella che è l’unica finalità della storia – pura evasione, con un pizzico di senso del meraviglioso ed un’abbondante dose di superscienza – ma mentre si legge «La mente di Marte», così come ogni altro episodio della serie, è impossibile non tentare di conciliarne gli eventi con l’ambientazione già nota e consolidata: ma questi nuovi eventi non ne vogliono proprio sapere di accordarsi con quanto era stato stabilito nei precedenti volumi, e a volte addirittura lo contraddicono. La lettura quindi non riesce né agevole né gradevole, perché non solo non ha più nulla che la leghi al Marte conosciuto, a parte alcuni aspetti superficiali che servono solo come cromatura, ma ha anche perso proprio gli elementi più caratteristici dell’ambientazione: anche se la polvere rossa è dappertutto, questo non è più Marte.

Un altro terrestre su Barsoom
Da poco promosso capitano, l’americano Ulysses Paxton ha appena trovato la morte sui campi di battaglia francesi, sul finire della prima guerra mondiale: ma il suo ultimo pensiero è stato per Marte – il Marte descritto da John Carter nelle sue memorie – e così all’improvviso Paxton si trova proiettato sul pianeta rosso, nel cortile della cittadella dell’anziano Ras Thavas, scienziato pazzo privo di morale, che subito salva da un tentativo di assassinio. Per ringraziarlo dell’aiuto, pochi minuti più tardi lo scienziato pazzo gli permette di assistere ad un trapianto di cervello: stacca il cervello dal vecchio corpo di Xaxa, la Jeddara della vicina città di Phundahl, e lo collega alla testa del nuovo, quello di una splendida ragazza tenuta in animazione sospesa da un decennio, che la megera aveva scelto per sé prima dell’intervento. Basta uno sguardo al corpo dormiente perché Paxton si innamori perdutamente della ragazza, il cui cervello rimosso viene poi attaccato al vecchio corpo della Jeddara: perché Ras Thavas non lo abbia semplicemente distrutto non viene detto ma diventa presto chiaro nell’economia della storia.
Per interesse personale, nei mesi successivi lo scienziato pazzo istruisce Paxton, al quale impartisce il nome marziano di Vad Varo, nell’arte del trapianto di cervelli: ha capito che di lui può fidarsi, ed ormai si avvicina il momento in cui lo stesso Ras Thavas dovrà trasferirsi in un corpo più giovane. Per permettergli di impratichirsi e portare avanti i suoi studi, concede al terrestre di rianimare il corpo di Xaxa col cervello della ragazza, che dice di chiamarsi Valla Dia: dopo il trauma iniziale, la ragazza mostra di accettare sia il destino che le è capitato sia il nuovo corpo.
Già la vista del suo volto al momento del trapianto era stato un colpo di fulmine per Paxton: ma ora, solo parlando con la ragazza (come per dire che se ne innamora perché apprezza la sua intelligenza e non il suo corpo), comprende che Valla Dia è la sua anima gemella. Decide quindi di restituirle il suo corpo originale e per questa ragione prepara un piano articolatissimo che lo porta, nell’ordine, a: fare il trapianto di cervello di Ras Thavas; inimicarsi Ras Thavas; evitare Ras Thavas; riportare in vita tre marziani trapiantati, di cui uno prigioniero nel corpo di una scimmia bianca; e, finalmente, portare il caos nella città di Phundahl, dove regna Xaxa.
Gli abitanti di questa città infatti sono religiosissimi: così, sfruttando le credenze e le circostanze, dalla più classica delle statue cave usate per simulare la presenza del dio locale Paxton burattina il popolo di Phundahl per ottenere tutto ciò che vuole, Xaxa inclusa, e viva. Tornato di nascosto alla cittadella di Ras Thavas, compiuto il trapianto di Valla Dia e restituiti i cervelli dei compagni ai rispettivi corpi, Paxton riporta persino indietro Xaxa perché sia la voce stessa del dio a destituirla e a sostituirla sul trono con uno dei fedeli compagni. E solo a questo punto, con la benedizione di John Carter, che appare nel finale con la flotta aerea di Helium, il nuovo eroe può finalmente sposare Valla Dia.

Un’ironia pari a quella di Jack Vance
Apprezzabile come storia a sé stante, «La mente di Marte» appare fuori posto nel ciclo marziano: si prende troppe libertà rispetto all’ambientazione già nota per inserirsi armonicamente nella serie; ma avrà comunque un’influenza nel delineare gli eventi dell’ottavo volume, «Gli uomini sintetici di Marte», tutt’altro che eccezionale, dove ritorna anche un redento Ras Thavas.
Del problema principale, la scienza pazza, ho già parlato; ma questo non è l’unico difetto del libro, che deve fare i conti anche con un protagonista privo di personalità come Ulysses Paxton, modellato più sul giovane Carthoris che sul padre John Carter: competente ma scialbo, senza quella marcia in più che caratterizzava l’eroe originale.
I comprimari invece sono molto interessanti, perché sono dipinti tutti non meno capaci di Paxton e persino dotati di iniziativa propria: hanno idee concrete che portano avanti la storia, salvano la situazione in alcune circostanze e sono così in sintonia col protagonista che comprendono al volo ogni sua intenzione. Rappresentano quindi un piccolo miglioramento rispetto ai comprimari degli episodi precedenti, tutti coraggiosissimi e capacissimi ma sostanzialmente identici e sempre frenati dal primato di Carter, che in sostanza ne guidava le azioni come un burattinaio: senza di lui si sarebbero persi in un bicchiere d’acqua.
L’ultimo aspetto sul quale mi voglio soffermare è invece l’ironia di Burroughs – nel migliore dei casi un agnostico – nei riguardi della religione, in particolare per le assurde forme di culto della città di Phundahl: le scenette di venerazione dei phundahliani nel tempio del loro dio, Tur, sembrano scritte da Jack Vance. La satira pungente che trasuda dalle descrizioni è infatti la stessa ed include pratiche dissennate come battere la testa a terra, restare ritti a testa in giù, ripetere all’infinito la formula «bibble-babble-blup» mentre si è appesi a un palo per le ginocchia, o professare che «Tur è Tur» ma non lo è il suo contrario, cioè che «Tur è Tur».
Ma nel volume Burroughs non risparmia critiche, più modeste, nemmeno ad un altro tipo di credulità religiosa altrettanto fanatica ma molto più pericolosa: la fiducia nella scienza in sé e nello scientismo, incarnata proprio da Ras Thavas, che dice di agire solo per ragioni scientifiche, privo cioè sia di «nauseabondi sentimentalismi» – di cui al contrario il libro è purtroppo intriso – sia di interesse per il denaro, di cui già i suoi forzieri traboccano. Ras Thavas infatti non è malvagio: è solo privo di morale, che ha sostituito con la sua Fede nella Luce del Progresso e della Scienza. Un autentico transumanista.
Il resto della serie – ancora cinque episodi – è suppergiù sullo stesso tenore di questo libro, con alcune piacevoli eccezioni, già a partire dal prossimo romanzo, «Il guerriero di Marte»: ma per lo più si tratta di storie che, pur reggendosi in piedi, stridono con quell’ambientazione che dapprincipio era così attraente.
Ma è anche il rischio che si corre quando si continuano a sfornare nuove avventure per un ciclo di successo.

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