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H.P. Lovecraft – La casa sfuggita

Come «Dagon» (1919) anticipa i temi e l’atmosfera che si sarebbero poi sviluppati nel «Richiamo di Cthulhu» (1928), così «La casa sfuggita» (The Shunned House, 1924) parte da un’idea e segue un canovaccio analoghi a quelli che pochi anni più tardi sarebbero poi divenuti «Il colore venuto dallo spazio» (1927): vale a dire, due storie che parlano di un luogo prima che dei suoi abitanti, e della maledizione che affligge l’uno e di conseguenza incombe sugli altri.
Gli appassionati avranno sicuramente riconosciuto i titoli di quattro dei racconti classici di Howard Phillips Lovecraft, che ho incluso anche nella mia classifica delle sue dieci storie migliori; i lettori meno dedicati invece avranno probabilmente sentito parlare dei due più recenti ma non dei loro predecessori, che hanno meriti propri ma indubbiamente sono anche inferiori alle rispettive riscritture (se così si possono definire «Il richiamo di Cthulhu» ed «Il colore venuto dallo spazio») e per questo anche meno noti.
Così, ispirato proprio dalla citata classifica, un paio di anni fa ho iniziato una serie di riletture con relative recensioni che mi ha portato finalmente a toccare queste due storie più oscure: in realtà per «Dagon», che occupa il nono posto, occorre pazientare ancora un po’; ma per «La casa sfuggita», che invece è al settimo, tra «La città senza nome» e «L’orrore di Dunwich», il momento è finalmente arrivato.

A cavallo tra realtà e fantasia
Scritto dunque nel 1924, quasi pubblicato nel 1928 ed infine apparso in stampa solo nell’ottobre 1937 su Weird Tales, diversi mesi dopo la morte dell’autore, «La casa sfuggita» è uno dei tanti racconti poco noti di Lovecraft ma anche uno dei suoi migliori: qui costruisce infatti un mistero partendo da un semplice edificio che viene rivelato come il vero antagonista della trama. Perché questa casa – una fattoria settecentesca costruita su terreno contaminato dalla stregoneria e poi via via inglobata nel perimetro urbano di Providence – è malsana e uccide o fa impazzire i suoi abitanti, proprio come la cosa piovuta dal cielo sulla fattoria di Nathan Gardner nel «Colore venuto dallo spazio» inquina il terreno tutt’attorno al pozzo, corrompe piante e alberi, uccide il bestiame ed infine causa la follia e la morte dell’intera famiglia.
La forza del racconto è la stessa di altre storie di Lovecraft: il suo stare a cavallo tra la realtà e la fantasia, perché mescola elementi reali (la casa esiste realmente a Providence, ancora oggi) con altri chiaramente fantastici che però vengono pure fatti passare come reali, grazie all’impiego di strumenti ormai tipici come documenti, testimonianze ed altri fatti «storici», tutti falsi e inventati ma presentati come autentici; e certo tali appaiono nell’economia del racconto. Assieme all’impiego del narratore in prima persona, è la stessa formula del «Richiamo di Cthulhu», di «Colui che sussurrava nel buio» e soprattutto del «Caso di Charles Dexter Ward», che infatti sono tra i racconti più riusciti e noti di Lovecraft, proprio per la commistione di realtà e fantasia o, se vogliamo, per l’incursione di elementi soprannaturali inventati che però sembrano reali nella quotidianità degli anni Venti, l’epoca in cui Lovecraft scriveva.

Quando l’orrore sta in cantina
Della storia in sé non c’è molto da dire, perché la trama è molto statica: in sostanza, non si allontana mai dalla casa di Benefit Street a Providence. Per qualche ragione, sin dalla sua costruzione nel 1763, i suoi abitanti tendono a morire presto o a cadere vittime di allucinazioni e follia: si pensa subito che sia infestata ma non se ne trova l’origine, per cui dopo una serie di tiramolla ed un lungo elenco di decessi inspiegabili, nel 1861 l’ultimo erede della famiglia, Dutee Harris, decide di chiudere la casa, che sessant’anni più tardi, all’epoca della narrazione è ancora abbandonata.
Da subito è chiaro che la cantina – che non è al seminterrato come ci si aspetterebbe ma a livello della strada – è il centro dell’influenza malefica di questa casa: non solo ha un odore strano e malsano ma sul pavimento di terra battuta crescono anche dei funghi biancastri fosforescenti orribili a vedersi. Ma, soprattutto, accanto al camino appare di quando in quando una macchia biancastra di una sostanza simile ai depositi di muffa o salnitro la cui forma ricorda una sagoma umana rannicchiata: questa macchia è anche il centro dell’attività malefica della casa.
Il protagonista senza nome ricorda l’edificio sin dall’infanzia, quando costituiva motivo di terrore per i bambini che giocavano nelle vicinanze ed entrarvi era una prova di coraggio: come quella volta in cui, ricorda, aveva visto levarsi dalla macchia sul pavimento una specie di esalazione giallastra.
Quando finalmente, cresciuto, ha il permesso dello zio Whipple di spulciare il suo archivio riguardo alla casa, il narratore scopre l’origine di questa presenza malvagia: tutto risale alla fine del Seicento, quando il terreno su cui l’edificio è costruito venne ceduto per breve tempo ad un francese, un certo Etienne Roulet, fuggito dall’Europa a causa delle persecuzioni degli ugonotti, approdato nel New England e passato alle cronache della zona come mago e stregone. Collegare la presenza malvagia all’attività di Roulet è automatico: partendo dalle testimonianze sul cimitero che il francese doveva aver posto proprio qui, il protagonista determina così che deve trattarsi di un nucleo di materia o energia o plasma che si mantiene in vita succhiando la forza vitale altrui e pertanto deve essere distrutto perché non appartiene al nostro mondo.
Così decide di passare all’azione e una notte, con l’aiuto dello zio Whipple ed il permesso di Carrington Harris, ultimo discendente della famiglia proprietaria della casa, si accampa nella cantina: quella notte finalmente la cosa passa all’azione, aggredisce lo zio durante il suo turno di riposo e in una scena carica d’orrore ne liquefa il corpo che, toccando terra, assume i volti degli Harris e di altri morti nella casa prima di essere assorbito dal terreno.
Quando finalmente il protagonista, ripresosi dallo shock, la mattina dopo torna alla cantina, è risoluto a risolvere la faccenda una volta per tutte: scava una buca nel punto in cui si trova la macchia bianca e dopo essere sceso di un paio di metri trova finalmente qualcosa di più morbido della terra, una sorta di gelatina opaca e putrida ripiegata attorno ad una specie di fessura, come un tubo piegato a gomito, o forse il gomito di un gigante. Senza perdere tempo il protagonista infila la maschera antigas, rovescia sei contenitori di acido solforico nella buca e fugge ancora dalla cantina, mentre vapori giallo-verdastri escono dalla buca; e per tutta la giornata fumi dello stesso colore si sprigionano da tutti gli scarichi della città.
Ma quando infine il narratore ritorna alla casa per l’ultima volta, la trova libera dalla presenza, come dimostrano l’assenza di cattivo odore, i funghi ridotti a cenere e, la primavera successiva, la crescita di vegetazione normale nel giardino sulla strada, al posto dell’erba pallida e della vegetazione abnorme di cui prima era ricoperto: e per la prima volta da decenni adesso Carrington Harris non fa più fatica ad affittarla.

Un narratore diverso dal solito
Nonostante i molti punti in comune, «La casa sfuggita» si differenzia dalle altre storie di Lovecraft per almeno una caratteristica: ha un lieto fine. Non ci sono dubbi al riguardo, perché non solo gli elementi distintivi della cantina, quelli che tradivano la presenza del «vampiro» (come l’odore disgustoso ed i funghi fosforescenti), sono scomparsi ma la primavera successiva la vegetazione torna anche ad essere normale, gli uccelli fanno i nidi sugli alberi e dai rami pendono persino delle piccole mele.
Nelle altre storie invece, anche quando il protagonista non impazzisce o muore ma «risolve il caso» per così dire, solitamente rimane qualcosa a macchiare l’epilogo: nel «Colore venuto dallo spazio», ad esempio, una parte della cosa rimane nel pozzo anche quando la presenza sembra essersene andata; nel «Richiamo di Cthulhu» tutto torna calmo per ora, in attesa della prossima congiunzione astrale, mentre il protagonista, sappiamo dall’inizio, muore di una morte misteriosa, che il lettore adesso riesce a contestualizzare; ed in «Colui che sussurrava nel buio», anche se non se ne trova più traccia, sappiamo benissimo che i Mi-Go sono ancora presenti nel Vermont e chissà dove ancora sulla terra, e controllano tutto a loro piacimento; e avanti così. Qui invece non ci sono strascichi: la casa è stata liberata una volte per tutte, punto. Tutto si è risolto nel migliore dei modi, a parte la morte dello zio, che però aveva ottantuno anni e quindi, viene lasciato intendere, era già avanti con l’età.
Il narratore stesso, a voler ben vedere, è diverso dal protagonista tipico dei racconti di Lovecraft, almeno dei più noti: prima di tutto, perché non è il tipico professore o erudito ma un uomo comune, per giunta portato all’azione; e poi, soprattutto, perché non è un incredulo né nega la presenza del soprannaturale con ottusità forzata, persino quando ha le prove davanti agli occhi, come tendono a fare i protagonisti tipici degli altri racconti.
L’anonimo narratore della «Casa sfuggita» invece crede da subito che l’edificio è infestato – probabilmente perché ne aveva avuto esperienza diretta sin dall’infanzia – e desidera solo approfondire le sue conoscenze al riguardo: ma la sua mente è già aperta e pronta ad assimilare le prove che lo zio Whipple gli mette a disposizione una volta divenuto adulto. Forse è così «credulo» proprio perché non è un accademico ma un uomo comune: anzi, un giovane, probabilmente appena ventenne, che arde di desiderio per apprendere una conoscenza segreta – «occulta», in un certo senso – senza ritrarsene quando scopre la verità. Infatti, mentre il tipico professore o erudito ha la mente fossilizzata su conoscenze che gli sviluppi recentissimi hanno appena reso superate ma che lui ritiene assolute e inscalfibili – e perciò inizialmente rifiuta la nuova scoperta per la difficoltà di scostarsi dalle vecchie certezze ed il timore di essere costretto ad uscire dalla sua zona di sicurezza, e poi chissà cosa pensano i colleghi – il narratore della «Casa sfuggita» ha la mente ancora fresca ed elastica, ed è capace di accettare la nuova verità e tentare di metterci mano, con l’entusiasmo del giovane e l’ardore di chi non ha speso la vita per raccogliere una conoscenza che è appena andata in frantumi.
Forse anche per questo il suo resoconto storico suona sì credibile ma appare anche incompleto: sembra il lavoro di un dilettante, non di un accademico. Un professore avrebbe sezionato l’argomento con una varietà di dettagli e sarebbe andato molto più a fondo della questione – sul genere della lunga parte centrale del «Caso di Charles Dexter Ward» – per indagare la reale natura della presenza e soprattutto di quel gomito gigante trovato in cantina: il racconto della «Casa sfuggita» invece lascia molto all’immaginazione e costringe il lettore a completare i vuoti con la sua fantasia, forse proprio perché la storia è narrata non da un professionista della scienza abituato ad analizzare un problema ma da un uomo qualunque che ha fatto del suo meglio per raccontare un fatto così singolare di cui è stato protagonista.
Rimane che questo racconto, come gran parte della produzione fantastica di un tempo, non distingue tra fantasy, fantascienza e orrore ma tutto si mescola in un unico gusto: il fantastico appunto o, per restare nel campo delle riviste di inizio secolo, il «weird» o «bizarre». In altre parole, il pulp: quelle pagine in cui la fantascienza si mescolava alla fantasia, la superscienza alla scienza, la pseudostoria alla storia reale e tutte assieme concorrevano a raccontare una storia creativa, originale e appassionante.
Come oggi ce le sogniamo.