Questa è la storia di uno strano inseguimento: anzi due, se includiamo quello del protagonista. Perché ho cercato «Odissea galattica» di Keith Laumer (Galactic Odyssey, 1967) per così tanto tempo che ormai disperavo di riuscire a leggerlo: poi, quando meno me l’aspettavo, l’ho trovato e ho scoperto che non era affatto come me lo immaginavo. Mi aspettavo una storia leggera ed ironica, una sorta di presa in giro con gusto dei luoghi comuni della space opera: ed invece il libro è serio (ma non così serio) e racconta un’avventura tanto improbabile quanto avvincente che rispetta tutti i crismi del genere. E lo fa in meno di duecento pagine!
Superfluo dire che, nonostante la sorpresa, il libro mi è piaciuto, eccome.
Da naufrago a spaziale
La storia, pubblicata in tre puntate su Worlds of If (numeri di maggio, giugno e luglio 1967), descrive dunque l’avventura spaziale di un certo Billy Danger, un giovane terrestre spiantato che un giorno, per trovare riparo dalla neve e dalla fame, si rifugia in un silo di grano: solo che non è proprio un silo ma lo yacht spaziale di un aristocratico che viene dall’altra parte della galassia e viaggia qua e là nello spazio a caccia di animali pericolosi. Salito dunque a bordo come clandestino, viene infine accettato come inserviente dal proprietario e dal suo compagno di viaggio, che però muoiono in una successiva battuta di caccia, lasciando così Billy e Lady Raire (la giovane e bellissima amante dell’aristocratico, così snob che fino a quel momento non sembrava nemmeno essersi accorta della presenza del protagonista) naufraghi su quel pianeta deserto, perché solo i due morti conoscevano i codici di apertura dei portelloni dell’astronave.
Inizia così l’odissea del titolo, perché i due naufraghi devono sopravvivere con quel poco che hanno con sé: trovano tuttavia un angolo abitabile, una pozzanghera di acqua pura circondata da piante di fagiolo enormi e frequentata da gatti pure giganti: sono l’eredità di un’astronave precipitata lì vicino in epoca remota, comprese le pulci giganti che quasi fanno a pezzi Billy quando prova ad esplorare il relitto.
I due naufraghi sopravvivono in questo angolo del pianeta per quasi un anno, durante il quale Billy si fa amico un gattone, che chiama Eureka: infine, in risposta ad un tentativo di comunicazione con la vecchia radio del relitto, atterra a breve distanza da loro una nave di alieni malvagi, che rapiscono la nobildonna e sparano a bruciapelo a Billy, abbandonandolo per morto sul pianeta; ma in realtà è solo ferito gravemente.
Settimane o mesi più tardi arriva anche un’altra nave di un’altra razza di alieni che infine, in cambio dello yacht sigillato, accetta di prendere a bordo Billy ed Eureka: inizia così il viaggio di maturazione e trasformazione del protagonista in una sorta di capitan Harlock. Per pagarsi il viaggio e per proseguire nel vano tentativo di rintracciare la nave dei primi alieni, quelli che hanno rapito Lady Raire, Billy impara tutto quello che serve a bordo di un’astronave: diventa così uno spaziale abilissimo e, imbarcato ora su questo ora su quel mercantile, intanto continua il suo inseguimento, reso difficile non solo dalla vastità dello spazio ma anche dal fatto che nessuno sembra aver mai visto la nave degli alieni, che oltretutto appartengono ad una razza quasi sconosciuta, con la quale pochi hanno mai avuto contatti.
Anche l’umanità viene dallo spazio
Lo spazio infatti è interamente abitato dalle razze più disparate, l’umanità stessa è solo una delle tante: l’uomo infatti non è originario della terra ma di un remotissimo settore dello spazio, quello dal quale provenivano Lady Raire e gli altri due aristocratici. L’umanità che si è sviluppata sulla terra discende semplicemente da quel ceppo originario: potrebbe essere stato l’equipaggio di un’astronave naufragata, oppure un gruppo di galeotti esiliati, o semplicemente un gruppo di umani che hanno deciso di abbandonare la civiltà e ripartire da zero. Nessuno lo sa né potrà mai scoprirlo, perché semplicemente lo spazio è troppo antico per ricordarsi queste cose: quello che conta ai fini della storia è solo che Lady Raire e gli altri umani che si incontrano sono in tutto e per tutto identici a noi. O meglio, noi siamo identici a loro.
Nonostante la difficoltà, la volontà di Billy è così forte che nei successivi sei anni impiegherà ogni energia nell’inseguimento, passando di impiego in impiego, tra nuovi naufragi, prigionie, furti ed avventure di ogni tipo, alle volte con Eureka al suo fianco, altre volte separato con la forza dal suo affezionato gattone.
Passo dopo passo però si avvicina sempre più al settore della galassia di cui questi alieni malvagi sarebbero originari: e ad un certo punto, su uno degli squallidi pianeti senza importanza di questa regione dello spazio, la sua costanza viene premiata, perché ritrova la nobildonna, schiava del governatore di un pianeta, e la riscatta ma senza potersi rivelare prima della consegna. Per solidarietà di specie, assieme a lei acquista anche la libertà di un altro schiavo umano, che però non esista a tradirlo: decolla con Lady Raire e l’astronave di Billy prima che il protagonista sia salito a bordo. E così Billy, che non può più saldare il debito contratto per la libertà dei due ex schiavi, viene catturato e ridotto lui stesso in schiavitù.
Ma alla fine, trascorso un altro anno, riesce a liberarsi e riprende l’inseguimento, che lo porta a Zeridajh, il mondo natale di Lady Raire, dove viene coinvolto negli intrighi dell’aristocrazia: perché non solo la famiglia di Lady Raire è una delle più antiche, ricche e nobili del pianeta originario dell’umanità ma lei stessa è anche l’unica erede della fortuna ancestrale e suo malgrado sta per sposare l’ex schiavo traditore, che sfrutta la paura e le minacce per costringerla al matrimonio.
Perciò quella sera, con l’espediente del più classico duello della tradizione avventurosa e quindi spaceoperistica, Billy uccide il traditore, solo per essere allontanato dai parenti della ragazza, che adesso sostengono debba essere protetta da ogni ricordo delle brutte avventure che ha vissuto: e Billy ovviamente le compendia tutte. Così nella notte l’eroe si introduce nel palazzo, raggiunge di soppiatto la nobildonna, di cui si era innamorato a prima vista sette anni prima, e la invita a seguirlo: e lui è ben felice di abbandonare tutto e di scappare con lui, per vivere e cercare l’avventura. «Ovunque», è infatti la sua risposta.
La maturazione ha un costo
Come ogni viaggio, anche quello di Billy rappresenta la sua crescita, la sua maturazione e pure la sua metamorfosi: perché oltre a diventare uomo, duro e forte e capace come deve esserlo ogni eroe da space opera, paga questo suo sviluppo con tracce indelebili sul suo corpo. Non solo le fratture e le cicatrici che in definitiva abbelliscono un avventuriero ma anche protesi di plastica, per riparare i danni gravissimi di quelle prime ferite che aveva subito sul pianeta deserto; e poi un occhio, pagato come tributo in cambio della libertà dei compagni di viaggio catturati; e, quando finisce in schiavitù per non aver saldato un debito, un congegno esplosivo applicato al cuore che non viene mai estratto, lo stesso dispositivo usato dall’ex schiavo liberato per controllare Lady Raire con la paura e le minacce: una sorta di (tele)comando del suo cuore, letterale.
Ma le minorazioni sono bilanciate da un gran numero di arricchimenti personali: da quel nessuno che era, destinato a morire di fame sulla terra o, al massimo, sopravvivere di servizi sociali, Billy diventa un pezzo d’uomo, il primo terrestre ad aver mai raggiunto lo spazio. Con la tempra che solo un eroe da romanzo può avere, prima ancora di aver toccato i trent’anni sa già pilotare un’astronave, tracciare una rotta tra i sistemi solari, riparare i motori di un vascello, ed ha vissuto avventure che il lettore può solo sognarsi: in più da un lato stringe amicizie così salde con gli alieni che aiuta o lo aiutano che solo la morte può spezzarle, dall’altro è capace di legare a sé un gatto mutante che, nonostante lunghissimi periodi di separazione, non tarda mai a riconoscere il padrone ed anzi gli si dimostra sempre affezionatissimo.
Tuttavia, al di là della storia e della crescita personale del protagonista, che dovrebbe servire quasi di ispirazione al lettore, «Odissea galattica» è notevole per almeno altri due aspetti: primo, perché non fa che presentare idee e spunti creativi a ciclo continuo, come l’infinità di mondi prosperi e pianeti morti che tratteggia; gli alieni a volte più umani degli umani ed altre così distanti da noi da risultare realmente alieni; le situazioni sempre nuove che si presentano all’improvviso e a volte sorprendono, con l’effetto di dare l’impressione di una galassia ancora più vasta e varia di quello che potremmo immaginare.
Il secondo aspetto è collegato proprio a questa varietà ed imprevedibilità: in meno di duecento pagine racconta una storia ricchissima, che gli autori contemporanei avrebbero dispiegato in almeno tre volumi lunghi il triplo ciascuno, e probabilmente carichi di meno della metà delle idee. Laumer invece non si fa scrupolo di liquidare situazioni complesse in poche righe o addirittura di limitarsi a citarle in elenchi di eventi privi di importanza, in mezzo ad altri fatti altrettanto ininfluenti per la trama principale che servono solo a collegare la scena precedente a quella successiva: e questa è una virtù perduta della bella fantascienza di un tempo, che sapeva raccontare storie ricche e avvincenti senza perdersi in opere enciclopediche per le leggere le quali occorrono settimane ed una tenacia almeno pari a quella di Billy nel suo inseguimento.
Decisamente «Odissea galattica» non è quello che mi aspettavo ma mi ha soddisfatto come se lo fosse stato. E forse pure un po’ di più, per via della sorpresa.