Libri

John Brunner – Eclissi totale

John Brunner è noto soprattutto per quella manciata di grandi opere polemiche che tutti conoscono: ma prima e dopo quei libri è stato anche un prolifico autore di fantascienza più tradizionale, nella quale spesso (e soprattutto dopo) ha lasciato filtrare le sue idee, anche a martellate. Ed «Eclissi totale» (Total Eclipse, 1974) appartiene appunto a queste ultime, anche se non è tra le più riuscite: è semmai una storia senza capo né coda che vuole affrontare troppi argomenti senza soddisfarne nessuno.

L’umanità non è poi così male
In altre parole, «Eclissi totale» sembra piuttosto una scusa per scaricare un po’ di bile sui mali che affliggono l’umanità, mascherandola sotto l’etichetta dell’archeologia spaziale.
Perché il libro non solo non offre una soluzione e nemmeno un’alternativa a questi mali ma alla fine rivela pure che la civiltà aliena scomparsa – quella sulla quale i protagonisti riversano per anni i loro studi e le loro speranze – non era poi troppo migliore di quella terrestre, nemmeno nella versione abbruttita immaginata da Brunner: alla fine si scopre infatti che gli alieni si sono condannati all’estinzione da sé a causa di quello che un personaggio definisce «capitalismo genetico» nella sua espressione più radicale, ossia «un’ideologia di tipo nazista» che ha sì reso la specie superintelligente ma ha anche «elevato i principi dell’eugenetica a uno stato di assolutismo al di sopra di ogni critica».
Ora, siamo tutti d’accordo che l’uomo è tutt’altro che perfetto e la terra non è il paradiso, ma almeno nei nostri errori e nelle nostre lotte quotidiane certe ideologie e certe aberrazioni ce le siamo lasciate alle spalle per sempre, nonostante la propaganda strombazzata da tv e media, che mostrano una realtà assai diversa da quella reale e la confezionano ad arte per soddisfare altri obiettivi, come hanno dimostrato ampiamente gli ultimi due anni di menzogne, inganni e prese in giro.
Così l’amarezza di Brunner per la piccolezza dell’uomo non trova corrispondenza nell’esperienza concreta: perché non suona credibile che la terra abbandoni, senza nemmeno avvisare, decine di studiosi – il meglio nei rispettivi campi – su un pianeta solo perché i governi non riescono a mettersi d’accordo sui finanziamenti; e suona ancora meno credibile che la terra affamata e sovrappopolata ignori l’opportunità offerta da un pianeta abitabile e privo di vita intelligente senza nemmeno tentare di colonizzarlo.

Una storia senza senso
Così si arriva alla vera delusione: la storia. Perché anche se le idee non sono delle più brillanti, una buona storia potrebbe ancora salvare il libro: infatti cosa c’è di meglio del mistero della scomparsa improvvisa di una razza aliena progredita per accendere l’interesse del lettore e tenerne viva l’attenzione?
Eppure Brunner riesce a gettare tutto alle ortiche, perché il suo pessimismo prende la precedenza su tutto e anche la storia deve piegarsi per far posto alla vena polemica: così il primo terzo del libro è sprecato per lasciare spazio all’inutile indagine dell’incaricato dell’Onu che deve decidere se tenere in piedi la missione oppure chiuderla definitivamente, per una questione di costi e rivalità tra paesi progrediti e paesi arretrati, primo e terzo mondo. Alla fine si convince che la piccola colonia deve proseguire i suoi studi: perciò non c’è motivo che, nell’ultimo terzo, torni ad affacciarsi il timore che la terra abbia deciso di abbandonare progetto e scienziati.
O meglio, il motivo c’è ma è di comodo, per guidare quel che resta della storia verso un certo obiettivo: perché nel finale questi timori trovano conferma ma senza una motivazione concreta né tantomeno una spiegazione o un avvertimento. Semplicemente, l’astronave di rifornimento, che arrivava ogni paio d’anni, non si fa più vedere.
E così negli ultimi capitoli gli scienziati (individui di grande intelligenza, studiosi dedicati alle loro discipline, che sanno sia di trovarsi a venti anni luce da casa sia che l’unico contatto con la terra è quell’unica astronave, che anche in condizioni ideali potrebbe danneggiarsi o andare distrutta per un incidente) prima piombano nella depressione, poi sono disgustati all’idea di vivere lontano dalla civiltà (ma sono circondati dai macchinari più sofisticati, capaci di fare tutto: sintetizzare il cibo dalle piante, distillare il combustibile per i veicoli, produrre materiali con le materie disponibili) ed infine muoiono a breve distanza l’uno dall’altro per cause varie, dovute prima di tutto all’ambiente che, fino alla pagina precedente, era innocuo e lo era stato per tutta la decina d’anni di permanenza dei terrestri.
Nel mezzo, in quel secondo terzo che lasciava sperare, si scopre qualcosa sugli alieni: ma queste informazioni sono scarse e sempre in secondo piano rispetto alle interazioni tra i personaggi, dei quali in fin dei conti interessa poco perché hanno tutti la personalità di una suola di scarpe.

Una razza che si è condannata all’estinzione
Più concretamente, nel 2020 sul pianeta di Sigma Draconis III sono stati trovati i resti di una civiltà aliena scomparsa: una civiltà che in tremila anni è passata dalle capanne di fango al viaggio spaziale e poi si è estinta improvvisamente. Oggi rimangono le rovine di diverse città, manufatti di cui si ignora la funzione ed un enorme telescopio costruito in un cratere sulla luna, che poi è ciò che ha attirato l’attenzione dei terrestri sul pianeta: perché la terra ha da poco escogitato il modo di viaggiare più veloce della luce, nel «quasi spazio», ed ha iniziato ad esplorare questo e quel sistema con un’unica astronave adatta al volo spaziale ma senza aver ancora trovato nessun’altra traccia di civiltà.
Così da una decina di anni (la storia inizia nel 2028) una trentina di archeologi stanno studiando i resti dei draconiani ma, pur avendo raccolto parecchie informazioni sul loro conto, non sono ancora riusciti a risolvere il mistero più grande: perché gli alieni si sono estinti.
L’astronave di collegamento con la terra è appena arrivata con nove nuovi archeologi (che ne sostituiranno altrettanti in partenza) ed un inviato dell’Onu, che ha il compito di decidere se la missione può continuare oppure no: così i primi capitoli sono dedicati soprattutto a questa indagine, che si risolve a favore degli archeologi quando il protagonista, Ian Macauley, riesce a dimostrare concretamente quali sono le difficoltà incontrate dai terrestri a decifrare una civiltà sconosciuta che utilizzava sensi completamente diversi da quelli umani.
I draconiani infatti erano decisamente alieni: non solo sembravano dei grossi scarafaggi, col corpo costituito da due gusci sovrapposti, quattro gambe e due braccia, ma erano anche particolarmente sensibili al magnetismo, che usavano per comunicare, probabilmente mediante simboli e non parole, trasmessi con una specie di telepatia. Inoltre, avevano anche un ciclo vitale in continua trasformazione: iniziavano la vita da maschi attivi, poi sperimentavano un breve periodo neutro ed infine si trasformavano in femmine sedentarie.
E, scopre Macauley, proprio il cambio di sesso deve essere stata la loro condanna: perché la specie aveva come obiettivo la perfezione, che aveva portato ad instaurare nella società una sorta di «capitalismo genetico». Perciò prima della metamorfosi i maschi si davano da fare per aumentare il più possibile i propri meriti o punteggi e poi, una volta tramutati in femmine, ne raccoglievano i frutti, per ottenere accoppiamenti più prestigiosi: non esisteva l’amore tra i draconiani, solo unioni di interesse, determinate da una qualche autorità superiore che decideva chi, con chi e quando poteva proliferare. In questo modo l’intelligenza della razza è cresciuta rapidamente (le prove non mancano) ma la specie ha anche perso altrettanto rapidamente buona parte del proprio patrimonio genetico: così ad un certo punto la società è collassata, perché non c’era più abbastanza materiale genetico da scambiare e quello che sopravviveva era ormai danneggiato.
Per arrivare a questa intuizione sono necessarie alcune scoperte, come quattro edifici ben conservati che avevano la funzione di «banche dei meriti», e soprattutto un esperimento di Macauley, che si fa rinchiudere in un guscio di forma simile ai draconiani per vivere e pensare come loro per un mese: viene estratto febbricitante e in fin di vita ma, mesi più tardi, quell’esperienza gli permetterà di fare la scoperta chiave sulla ragione dell’estinzione degli alieni. Solo che non potrà rivelarla a nessuno, a parte la manciata di colleghi: perché l’astronave di collegamento con la terra manca il suo appuntamento biennale e non si fa vedere per almeno un altro anno almeno.

Un finale sconnesso
Gli scienziati così si rassegnano a stabilirsi definitivamente sul pianeta, partendo però da una posizione ancora più favorevole di quella di Robinson Crosuè, dal momento che dispongono già di una base ben fornita e dotata non solo di tutte le comodità ma anche delle macchine necessarie per soddisfare ogni bisogno. Tuttavia decidono di costruire un villaggio in un’altra zona, in riva al mare invece che sull’altopiano dove avevano avuto la loro base per anni, e questo probabilmente condanna la piccola comunità: entrambi i bambini nati sul pianeta muoiono dopo poche settimane, uccisi da un fungo mai visto prima che si sviluppa nei polmoni. Negli adulti è innocuo (basta un colpo di tosse per espellerne le spore) ma nei bambini trova l’ambiente ideale per crescere e quindi finisce per soffocare l’ospite.
Successivamente succede qualcos’altro che porta alla morte di tutti, tra sofferenze, dolori e febbre: probabilmente un frutto locale, che pare commestibile e viene mangiato da tutti per la prima volta durante la festa che celebra l’inizio della nuova vita sul pianeta. Alla fine rimane solo Macauley, febbricitante ed ormai pazzo, che scrive la cronaca degli ultimi giorni mentre perde sangue dalla bocca.
E con la cronaca degli ultimi istanti di vita dell’archeologo si chiude anche il libro, che era cominciato con grandi aspettative ma aveva stentato a decollare, poi aveva preso quota e sembrava poter soddisfare quelle promesse ma alla fine è precipitato proprio a causa della propria inconsistenza.

2 thoughts on “John Brunner – Eclissi totale

Scrivi qui il tuo commento