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B.R. Bruss – Attenzione, dischi volanti!

Le invasioni aliene hanno sempre un certo fascino; se poi sono ambientate durante la Guerra Fredda, che è già avvincente di suo, al fascino si aggiunge anche una certa curiosità; e se gli invasori sono pure marziani collettivisti che si alleano con i russi comunisti per sconfiggere l’Occidente capitalista, è fatta: come si può resistere ad una trama così bizzarra? Ed infatti la trilogia dei dischi volanti del francese B.R. Bruss, pseudonimo di René Bonnefoy, noto anche come Roger Blondel, conquista proprio per la singolarità della trama.

I comunisti dal pianeta rosso
Prodotto tipico degli anni Cinquanta, la serie si compone di tre volumi: «Attenzione, dischi volanti!» (S.O.S. soucoupes, 1954), «Marte all’attacco» (La guerre des soucoupes, 1954), che ne è il seguito diretto, e «Cortina magnetica» (Rideau magnétique, 1956), ambientata trentacinque anni dopo i due episodi precedenti.
La storia è abbastanza tipica dell’epoca e pecca semmai della faciloneria caratteristica della vecchia fantascienza, che si manifesta nella triplice fiducia nell’umanità, nella scienza e nel progresso: presenta infatti personaggi estremamente abili e capaci, a proprio agio sia quando si tratta di interpretare correttamente ogni minimo indizio sia quando è necessario sporcarsi le mani con la cosiddetta «ingegneria inversa», ossia capire come funzionano le macchine aliene per copiarle e, presto, migliorarle, grazie all’intuito e all’intelligenza superiore dell’uomo. E, se infine è necessario passare all’azione, i nostri non solo non si tirano indietro ma sono perfettamente all’altezza del compito.
Ciò che davvero distingue la serie – ed in particolare il primo volume – da una pletora di opere simili ma anonime è invece la scelta dell’antagonista e la decisione di far alleare gli alieni, proprio in piena Guerra Fredda, con i russi, per prendere in giro la loro folle visione del mondo: i marziani (che nel terzo volume si scoprirà provenire in realtà di un’altra galassia ed essere già padroni di tre quarti della nostra) sono infatti una caricatura dell’ideologia comunista messa in pratica, puro utilitarismo e nichilismo che annienta l’individuo trasformandolo in una macchina priva di identità ed umanità.

Libro primo: Attenzione, dischi volanti !
Scritto nel pieno dell’epoca degli avvistamenti, «Attenzione, dischi volanti!» (S.O.S. soucoupes, 1954) è una storia molto semplicistica – a tratti anche troppo – ma divertente che si pone a cavallo tra l’escapismo e la propaganda anticomunista: scorrevole, leggerissimo e piacevole per la sottile ironia implicita della trama, con la scusa degli alieni collettivisti si diverte a prendere in giro i russi e a mostrare la perversione del loro sistema ideologico e politico. Si tratta però di una peculiarità di questo primo volume: già nel seguito infatti questo aspetto viene attenuato sino a scomparire del tutto nel terzo episodio, con la scusa della distanza temporale e del nuovo ordine mondiale che si è instaurato.
I marziani hanno dunque preso contatto con i russi per usarli in una guerra totale contro gli americani: non lo hanno detto a nessuno ma si intuisce (e anche i protagonisti lo intuiscono, almeno quelli al di qua della Cortina di Ferro) che, terminata la campagna, gli invasori distruggeranno anche i russi, indeboliti dalla guerra con l’Occidente, per prendere possesso dell’intero pianeta.
Gli alieni hanno infatti scelto i russi come alleati e non gli americani perché ne condividono l’ideologia collettivista e disumanizzante del comunismo totale: la loro è la società perfetta degli uomini macchina, ingranaggi anonimi dell’enorme macchina statale che divora e consuma tutto e tutti. I marziani, allevati ed educati come automi, non conoscono né producono alcuna opera d’ingegno (come l’arte, la scrittura, i racconti, l’umorismo) e sono così spersonalizzati da essere incapaci persino di comprendere cosa significhi avere sogni, capacità e desideri propri: più simili ai vegetali che agli animali – di forma assomigliano a carciofi o rapanelli con l’aggiunta di braccia e gambe – gli alieni germogliano perfettamente formati dai rami di una certa pianta, non hanno nome ma un numero di matricola e vivono fino ai cinquant’anni, al raggiungimento dei quali vengono eutanasizzati dallo stato e trasformati in fertilizzante per concimare le stesse piante da cui nascono le nuove generazioni.
Per Vladimir Pechkoff, commissario alle ricerche scientifiche e scienziato di punta dei russi, è amore a prima vista.

Alieni, spie e scienziati
Ambientata nel 1965, la storia prende le mosse da un disco volante precipitato in Arizona: trovato e portato di nascosto a Toptown, il grande centro ricerche segreto delle Montagne Rocciose, viene studiato dai protagonisti, che ottengono qualche risultato ma non troppi, almeno all’inizio. I veri risultati li raggiungono invece i russi a Golgoringrado, l’analoga cittadella sovietica sulle pendici del Caucaso, sia grazie a ciò che viene rivelato o mostrato loro dai marziani sia grazie a ciò che loro stessi scoprono con lo studio e l’osservazione.
A rendere più incoraggianti i progressi di Toptown però contribuiscono le informazioni cifrate che continuano a giungere da uno scienziato sovietico, che in realtà è una spia infiltrata dagli americani quindici anni prima: questi ha fatto innamorare di sé la sua superiore, una superscienziata atomica russa, che a Golgoringrado ha appena fatto la scoperta più importante del libro, ossia come produrre e ricaricare le sfere di energia che muovono i dischi volanti, sino a quel momento un mistero per tutti. Gli americani da parte loro avevano invece già capito come farle scaricare immediatamente e totalmente mediante il «fading», un fenomeno così importante che su di esso si baserà l’intera strategia difensiva dei terrestri.
La spia si chiama Ralph Clark, conosciuto sul posto di lavoro come Mikhail Azimoff ma noto al servizio segreto americano come agente S.202: la scienziata invece si chiama Vera Kerounine e a metà storia accetterà di sposare Clark per poi defezionare in America assieme a lui.
Con una certa sorpresa e parecchio disappunto per il lettore, nei successivi volumi questi due personaggi chiave passeranno in secondo piano, eclissati dall’ascesa dell’astro corrusco di Harold Perkins, un giovane comprimario di questo primo episodio che già dal secondo diverrà il centro di tutto, una sorta di superuomo d’azione e di pensiero.

Dischi volanti e bombe atomiche
I due fuggitivi sanno che l’attacco concertato dai russi con l’aiuto dei marziani avverrà la notte di Natale, ossia pochi giorni dopo la loro fuga: dato che hanno preso lezioni di guida dagli alieni e sanno pilotare molto bene i dischi volanti, rimettono in funzione quello custodito a Toptown e lo armano con un numero adeguato di bombe atomiche. Poi alla vigilia di Natale, poco prima dell’attacco congiunto russo-marziano, raggiungono in gran segreto la base marziana presso Golgoringrado e la nuclearizzano: oltre ad essere più veloce e maneggevole di un bombardiere atomico, il disco volante americano – di cui tutti ignorano l’esistenza, tranne i pochi addetti di Toptown – è anche una copertura che scongiura il rischio della rappresaglia russa.
La storia è ovviamente un po’ più complicata di così: c’è ad esempio la gita aziendale di un gruppo di scienziati russi (tra cui la disgustata Vera e l’estasiato Pechkoff) su Marte per vederne le meraviglie tecniche e fare la conoscenza del Gran Marziano, l’enorme pianta in vaso che comanda il pianeta; e poi le paranoie ed i colpi di testa di Golgorin, il despota sovietico che è una caricatura di Stalin; ed ancora i lenti progressi e le vicende del manipolo di comprimari, tanto americani quanto russi, che aiutano a raccontare la storia e a creare un po’ di ambientazione, satira inclusa.
Ma in definitiva tutte queste divagazioni non aggiungono molto alla trama vera e propria, che da subito è proiettata verso il finale scoppiettante.

Libro secondo: Marte all’attacco
Seconda parte della trilogia, «Marte all’attacco» (La guerre des soucoupes, 1954) è il libro più debole della serie e serve solo da ponte tra l’episodio precedente e quello successivo: ma se sul piano pratico offre poco all’avanzamento della trama, almeno descrive alcune battaglie spettacolari – tutte vinte dai terrestri, che partivano sfavoriti – e scompiglia anche le carte in tavola, perché da subito modifica pesantemente lo scenario politico e l’atmosfera della storia.
Al bombardamento della base marziana con cui si era chiuso il primo volume fa seguito, nell’apertura del secondo, la rappresaglia degli alieni, che nottetempo radono al suolo Mosca: ignorano infatti che gli americani si sono impadroniti di uno dei loro dischi e così credono che l’attacco sia stato opera dei russi traditori.
Con questa giustificazione, in poche pagine si passa dalla vecchia Russia totalitaria e dal suo dittatore, Golgorin, che era Stalin senza i baffi ad una Russia più aperta, moderna e ad un Golgorin che adesso viene presentato come uno statista illuminato: tuttavia il cambio è troppo repentino per essere credibile o almeno accomodarsi nel flusso della storia senza lasciare qualche ombra. La novità infatti ha effetto immediato: il giorno prima c’è ancora la vecchia Russia comunista ed oppressiva; il giorno dopo, la libertà è totale.
Nemmeno con la caduta del Muro di Berlino il disgelo è stato così rapido e completo.
Dal punto di vista strutturale, la prima parte del libro è puro riempitivo: a lungo vengono ripetuti gli stessi concetti già incontrati in precedenza oppure ne vengono offerte altre sfaccettature che però in concreto non offrono niente di nuovo. Poi pian piano si aggiungono elementi qua e là che rendono un po’ più movimentata la seconda parte del libro e riescono persino a portare avanti la storia ma senza fare troppa strada: la fanno avanzare quel tanto che basta per creare la situazione di stallo che servirà da premessa al terzo ed ultimo volume della serie.

Cosa accade in concreto
Esorcizzato dunque lo spettro del comunismo e del governo totalitario – e dissolta con esso pure la satira – entra in scena Olga Korounine, la sorella minore di Vera, la superscienziata russa che, dopo aver tolto le castagne dal fuoco nell’episodio precedente, in questo libro praticamente scompare, solo per essere rispolverata quando a Toptown serve un «token Russian».
Scienziata a sua volta, Olga sarà dunque il catalizzatore della disfatta marziana: di lei infatti si innamora Harold Perkins, il ventiquattrenne comprimario cui si è già fatto accenno nel commento al libro precedente. Qui Perkins diventa la sola superstar, tanto da eclissare Ralph Clark (l’altro eroe del primo volume) e da guadagnarsi rapidamente la nomina a «capo supremo delle forze antimarziane», che dà un po’ le misure della storia e del tono di questo libro. Olga invece viene rapita abbastanza presto in una retata dei marziani e portata sul pianeta rosso, dove rimane quasi un anno, tra torture subite e probabilmente anche inflitte, dal momento che ad un certo punto le viene affidato l’incarico di impartire lezioni di russo ai marziani.
Harold, che si era appena dichiarato, giura vendetta: che avrà una risoluzione omerica, perché dal rapimento e dalla determinazione del protagonista deriverà la caduta degli alieni.
Distrutta quindi Mosca, il Gran Marziano (che sembra un liquore ed invece è il capo degli invasori) reclama il possesso dell’Australia, se la terra vuole evitare altre sanzioni: il suo ultimatum viene naturalmente respinto – mi figuro le risatine soffocate come quelle che seguono le richieste del dottor Male – e così nei mesi seguenti si combattono due battaglie sanguinose, decise la prima dai campi antienergia sviluppati dai terrestri (quel «fading» i cui principi erano stati enunciati nel primo volume: in sostanza paralizza i dischi volanti, che così si schiantano a terra) e la seconda da una feroce battaglia a colpi di fanteria spaziale e cannoni atomici.
Perkins infatti intuisce che i marziani stanno tramando qualcosa e con un colpo di mano improvviso li intercetta mentre costruiscono una base in Groenlandia («li prende con le braghe in mano», per dirla alla generale Turgidson, quello del dottor Stranamore) ed infligge loro una sonora sconfitta: incoraggiato dalla vittoria decisiva, con i resti delle forze terrestri lancia una spedizione su Marte con la quale salva tutti gli ostaggi, Olga compresa.
Per il resto, gli altri personaggi si muovono sullo sfondo, fanno un po’ di rumore, continuano a decantare il disgelo, l’alleanza tra America e Russia e la fiducia che si deve avere nei saggi governanti che vogliono il nostro bene («Non perdete la testa. Non vi è alcun pericolo. Lo garantisce il governo», ripetono gli altoparlanti a New York: erano proprio altri tempi), il tutto condito con un po’ di superscienza. Non troppa magari ma inevitabile quando si parla di dischi volanti, «marzialite» (ossia «la forza dei raggi infra-cosmici» utilizzata come energia dai marziani) e ingegneria inversa.

Libro terzo: Cortina magnetica
E finalmente si arriva al terzo volume della serie, «Cortina magnetica» (Rideau magnétique, 1956), di gran lunga il migliore della terna: non solo è ancora più fantasioso, assurdo, superscientifico ed esagerato (nel senso di inverosimile ed incredibile) dei precedenti ma rimane anche così squisitamente ingenuo e fiducioso nell’umanità e nel progresso da lasciarsi leggere tutto d’un fiato.
Decisamente Bruss ha tenuto il meglio per la fine.
Sono passati trentacinque anni dagli eventi narrati nei primi due volumi: dei marziani non si è più avuta notizia, anche perché da allora la terra è circondata dalla «cortina magnetica» che dà il titolo al libro, un fenomeno naturale analogo al «fading» (anzi, l’ispirazione stessa del fading), quel campo magnetico che spegne i motori spaziali dei dischi volanti, l’unica ragione per cui i terrestri sono riusciti a resistere agli attacchi degli alieni.
Mancano un paio di giorni al capodanno del Duemila quando questa cortina scompare senza preavviso.
Non se ne accorgono solo i terrestri ma anche gli alieni, che hanno trascorso gli ultimi tre decenni a prepararsi, facendo affluire rinforzi e moltiplicando lo sforzo bellico: si parla di milioni di dischi volanti e relativi equipaggi. Nel corso della storia si scopre infatti che i marziani in realtà marziani non sono ma provengono da un’altra galassia e, dopo aver conquistato la loro e tre quarti della nostra, cinquecento anni fa si sono impadroniti anche di Marte, costringendo alla schiavitù i marziani originari. Questi, che si chiamano Droceni, sono identici agli umani, salvo la pelle rossa, le orecchie più piccole e due antenne sulla fronte, organo di un loro sesto senso che non viene spiegato (ma almeno hanno un perché). E sono per lo più buoni o almeno inclini a collaborare con i terrestri.
Vista l’impossibilità di attaccare la terra, gli alieni un tempo noti come marziani hanno dunque fatto preparativi per sferrare l’attacco decisivo non appena la cortina magnetica fosse caduta: l’atteso evento si verifica proprio attorno al capodanno del Duemila, per non far mancare i fuochi d’artificio. La sola buona notizia è che gli ex marziani sono giunti all’apice del loro progresso scientifico ed ora ristagnano: in sette lustri non sono stati capaci di aggiungere uno iota ai loro armamenti.
Noi invece ci siamo preparati, potenziati e migliorati, sempre nei limiti delle nostre possibilità.

Cambiano i protagonisti ma i Perkins rimangono
Dato l’intervallo tra gli eventi passati e quelli presenti, entra in gioco una nuova generazione di protagonisti, che però si chiamano sempre Perkins: John e James, figli di Harold, sono gli indiscussi eroi della scena come lo era stato il padre nel secondo libro, anche qui con l’aggiunta di qualche comprimario.
Pure l’ambientazione è cambiata: si intuisce che il mondo è sì unito in un organismo che ricorda l’Onu – ma molto più efficiente – ma è ancora suddiviso in stati sovrani, che non perdono occasione per darsi fastidio a vicenda; sembrano però non esistere più né gli Stati Uniti né l’Unione Sovietica. In definitiva, sono i cervelli di Toptown a prendere le decisioni: i politici, se non sono stati spazzati via, vengono mantenuti solo come soprammobili, fastidiosa reliquia del passato.
John Perkins, il primogenito, era dunque il capo della colonia terrestre su Venere, che cinque anni prima degli eventi è rimasta isolata dalla terra per via di una nuova cortina magnetica e subito attaccata dai marziani. I superstiti, John compreso, vengono catturati e portati nelle miniere di Marte, a scavare un elemento necessario allo sforzo bellico: qui fanno la conoscenza dei Droceni, gli abitanti originari del pianeta rosso, con cui fanno subito amicizia.
In qualche modo durante la prigionia riescono anche a scoprire i piani di invasione e alla prima occasione – cioè quando cade la cortina magnetica – John, Herlog (l’unico Droceno che abbia un ruolo nella storia) e pochi altri riescono a fuggire e raggiungere la terra per allertarla; ma la terra è già allertata.
Così però l’autore porta John sulla terra e riunisce la famiglia: suo fratello James infatti è comandante di un gruppo di dischi volanti terrestri e, grazie alla guerra incombente, sta per fare carriera.

Il raggio della morte
A cavallo del capodanno gli alieni attaccano in forze e, tanto per saggiare le difese terrestri, distruggono la luna, che si spezza in quattro grossi frammenti. Nell’intervallo tra le due guerre sulla luna infatti è sorta una colonia (chiamata senza fantasia «Moonpit») e, sulla faccia nascosta, è stato appena scoperto un enorme meteorite di un elemento sconosciuto, che sembra avere qualche legame con i campi magnetici: verrà chiamato «thoinite» dal nome dello scopritore (Thoin, appunto) e risulterà decisivo.
Immediatamente estratta in enormi quantità per essere studiata, dalla thoinite gli scienziati terrestri ricaveranno infatti il «fulgothoin» (l’etimologia non viene fornita ma deduco stia per «folgoratore alla thoinite»): in altre parole, il raggio della morte. Persino le bombe atomiche, ancora usate con prodigalità, sono appena divenute obsolete: siamo al raggio della morte, il sogno di ogni scienziato pazzo dei pulp.
Che sta per diventare l’arma di ordinanza dei terrestri.
L’ufficio reclutamento è alla porta accanto.

Ma andiamo con ordine
Quando la luna si spezza rimangono isolati presso il meteorite di thoinite un manipolo di minatori (tutti volontari) tra cui Clara Bowler, la fidanzata di James Perkins, che in condizioni normali avrebbe dovuto sposarla subito dopo capodanno: saltato il matrimonio per la guerra, Perkins la salverà dalla morte per asfissia appena in tempo (non il padre ed altri però, già morti) ma solo alla fine della storia.
Dopo la luna, finalmente i marziani scatenano l’attacco alla terra: è la devastazione. Le difese reggono pochi minuti prima di essere travolte dal numero e dalla ferocia degli aggressori. Ed il raggio della morte non è ancora completo: si tratta solo di resistere e guadagnare tempo. Una ventina di ore.
Ma il tempo strappato all’invasione sembra non bastare: presto uno dei tre laboratori che stanno lavorando al progetto (quello giapponese, il meno protetto) cade.
In quella una specie di carro armato grande come un isolato ed alto almeno cinquanta metri incalza Toptown per fare la breccia decisiva. Ma proprio all’ultimo secondo, quando il carro sta per sfondare, il raggio della morte è pronto e viene piazzato al volo sul disco di James Perkins, che decolla seminando morte nelle file marziane: non distruzione, a quella pensa la forza di gravità quando i dischi, rimasti senza guida, precipitano a terra.
Perkins corre poi a rompere l’assedio di Golgoringrado ed infine a spazzare via ogni marziano superstite dalla terra e dal cielo; nei giorni successivi si aggiungono altri raggi della morte, che lavorano alacremente a spazzare la terra da ogni traccia degli invasori. E meno di un mese dopo parte la spedizione punitiva contro il pianeta rosso, col fine di liberare umani e Droceni prigionieri: ma alla vista della flotta terrestre i marziani caricano armi e bagagli sui dischi volanti superstiti e se la danno a gambe, abbandonando di fatto il pianeta.
Nel finale viene ventilata una crociata di liberazione della galassia: che non mi risulta sia stata scritta ma, se ci fosse ed avesse il tono ed il ritmo di questo libro, sarebbe a dir poco epica.

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