Incuriosito da questa copertina, una delle più famose di Amazing Stories, ho infine rintracciato «Liners of Space», il racconto breve di Henry Gade che ha ispirato la bella illustrazione di Julian Krupa: la storia è piuttosto semplice e lineare ma nell’insieme riesce a costruire un buon intreccio mescolando le esperienze dei cinque protagonisti, tutti in qualche modo fuggitivi e tutti immischiati – in vario modo – nella stessa faccenda.
Un titolo ingannevole
Complici i due razzi ritratti in copertina, il titolo del racconto trae in inganno: «Liners of Space» lascia infatti intendere che nella storia le astronavi debbano avere un ruolo rilevante. Nella mente del lettore si forma subito l’immagine di grandi navi da crociera che fanno servizio di linea tra diversi pianeti – la terra e Marte magari, forse pure Venere – in una trasposizione su scala spaziale dei piroscafi che all’epoca della pubblicazione facevano la spola tra le due sponde dell’Atlantico. Ed invece il racconto – scritto da Henry Gade, pseudonimo di Raymond A. Palmer, all’epoca caporedattore di Amazing Stories, e pubblicato dalla stessa rivista nel numero di dicembre del 1939 – sfrutta una di queste grandi astronavi solo per lo scenario ma potrebbe essere ambientato ovunque: una nave da crociera nei Caraibi andrebbe altrettanto bene o anche un albergo in qualche località turistica isolata, anche se in questo caso si sarebbe reso necessario rivedere il finale.
La ragione è subito detta: «Liners of Space» appartiene alla fantascienza solo incidentalmente. La sua vera natura è invece quella del giallo o dell’hardboiled trasposta in un’ambientazione più consona ai gusti del lettore tipico di Amazing Stories: lo spazio, appunto. Il sospetto si presenta già nella scena di apertura, che ricorda le tipiche atmosfere da romanzo criminale degli anni Trenta, col porto velato di nebbia, le chiazze di umidità sul molo, le sirene lontane, i montacarichi al lavoro, gli impermeabili, la caccia all’uomo dei criminali che si fingono piedipiatti, la stessa città di San Francisco: la trama poi non fa che confermare questa impressione, perché non è altro che la cattura del vero cattivo da parte dell’uomo di legge ombroso e sicuro di sé che inizialmente era stato scambiato per il cattivo, ricalcato sul tipico investigatore privato da romanzo poliziesco.
Tuttavia «Liners of Space» sceglie la via dello spazio: e, nell’economia della storia, questa ambientazione ha anche un suo senso.
Un’astronave lasciata alla fantasia del lettore
Detto ciò, non sorprende che le descrizioni dell’astronave innominata entro cui si svolge gran parte della storia siano scarse e generiche, perché in definitiva l’ambientazione non è poi così importante ai fini della trama: quindi tutto è lasciato alla fantasia del lettore e agli spunti offerti dal disegno di Krupa, che ha fatto del suo meglio per interpretare i pochi accenni dati dall’autore.
L’unico indizio che si avvicina ad una descrizione della nave infatti è seminato nelle prime pagine, quando la nave sta per decollare dal porto di San Francisco: come un idrovolante, prima di staccarsi da terra deve prendere velocità e percorrere una striscia di mare lunga cento miglia denominata «seadrome», riservata al solo volo spaziale.
In quel momento due dei protagonisti – Grant, l’uomo di legge, e Selma, la moglie dell’antagonista – si trovano sul ponte d’osservazione della nave, che viene detto avere «il tetto e le pareti di metallo trasparente»: non deve sorprendere quindi che lo stesso Krupa si sia aggrappato a questa vaga descrizione per rappresentare la linea accattivante dei «Liners of Space» perché è anche l’unica che venga data dall’autore.
Cinque fuggitivi nello spazio
La storia si apre dunque al porto di San Francisco, in un’atmosfera da film di spie: par quasi di vedere la nebbiolina che avvolge tutto, di scorgere le chiazze di umidità sul molo, di sentire le sirene delle navi in lontananza. Il protagonista numero uno, Allen Grant, si sta per imbarcare in tutta fretta su un’astronave quando il cavo di una gru si spezza ed il suo carico rischia di travolgere la donna che si trova a pochi passi da lui (è la protagonista numero due, Selma Martell): senza esitare, il nostro si tuffa in avanti e salva la giovane donna, che poco dopo gli restituisce il favore. I due sono infatti appena saliti a bordo del razzo quando al portello si presentano due uomini che si spacciano per poliziotti e vogliono arrestare Grant: le navi spaziali però sono territorio extragiurisdizione per la polizia a meno che non abbia un mandato; ed infatti uno dei due impostori ha appena estratto un foglio dalla giacca e lo sta passando al marinaio di guardia al portellone d’accesso. Ma Selma allunga svelta la mano, gli strappa il documento dalle dita e lo lascia cadere fuoribordo nell’acqua, vanificando così il tentativo dei malviventi di mettere le mani su Grant: niente mandato, niente arresto.
Più avanti Grant spiegherà a Selma che i due non erano veri poliziotti ma criminali e, se fossero riusciti a mettere le mani su di lui, lo avrebbero freddato nel primo vicolo buio che avessero incontrato. Grant infatti è un poliziotto dell’Interpol che si è messo sulle tracce di Marvin Race (il terzo fuggitivo e l’antagonista della storia), un truffatore internazionale privo di scrupoli che già si trova su questa stessa nave.
A sentirne il nome Selma sbianca: Race è suo marito.
Il destino della famiglia imperiale cinese
Poco prima del decollo salgono a bordo gli ultimi due fuggitivi: una bambina cinese di cinque anni, la principessa We Lee Tan, ultima erede dell’imperatore Wong Shek, ucciso assieme alla famiglia dai giapponesi che hanno appena occupato la Cina, e l’anziano e devoto servitore Wan Wan, personaggio chiave.
Il destino della famiglia imperiale cinese è il perno della storia: anche gli altri tre fuggitivi infatti sono collegati a questi fatti. Race, amico intimo dell’imperatore cinese, era suo ospite nei giorni dell’arrivo dei giapponesi ed ha approfittato del caos prodotto dall’invasione per impadronirsi dei gioielli e fuggire, condannando così l’amico a morte certa. Nel corso della storia si apprende infatti che, davanti al plotone di esecuzione, i giapponesi avevano proposto uno scambio all’imperatore: la sua vita in cambio dei monili. Ma dato che il tesoro non era più in suo possesso, non ha potuto riscattare la propria vita. Né quella dei familiari: solo We Lee Tan è riuscita a mettersi in salvo, grazie al fidato Wan Wan, che ora la sta portando al sicuro su Marte.
Race ha poi affidato le valigie con i preziosi a Selma, una cameriera sul piroscafo su cui si era appena imbarcato, che ha sposato in tutta fretta durante il viaggio dalla Cina a San Francisco: suo malgrado, anche lei si è così trovata invischiata nella faccenda. Race poi ha dato la colpa del furto all’Interpol ed in particolare a Grant, l’agente che adesso è sulle sue tracce per assicurarlo alla giustizia.
L’asta «segreta»
Il viaggio trascorre tranquillo per i primi tre giorni: poi, un’esplosione in sala macchine (casuale, non provocata) mette a rischio la sicurezza dell’astronave e permette a Grant di intrufolarsi nella cabina 49, quella di Race, che è stata danneggiata nell’esplosione. Rimane nascosto nell’armadio per ore e così, non visto, vede entrare uno alla volta i passeggeri più facoltosi della nave, tutti ospiti di Race: stanno infatti per partecipare all’asta dei gioielli trafugati. Dopo un po’ riesce a introdursi nella cabina anche la principessa cinese, che sta cercando Wan Wan ma lo dimentica non appena scorge il pendente a forma di stella che voleva abbinare all’abito (viola, con broccato di crisantemi d’oro) che indossa. Uno dei presenti, intenerito, lo compra direttamente da Race, senza passare per l’asta, e glielo dona.
Poco dopo entra pure Selma, che sta cercando la bambina (le era stata affidata da Wan Wan ma l’ha persa di vista). Race la riconosce e le impedisce di uscire, per estorcerle la dichiarazione che tutti sollecitano: i gioielli sono davvero quelli rubati all’imperatore. Infine compare anche Wan Wan, che approfittando della confusione seguita all’esplosione pure si era nascosto nell’armadio (l’altro armadio, dirimpetto a quello di Grant) e poi si è servito dello strepito provocato dall’affermazione di Selma per mescolarsi agli offerenti: in seguito alle sue affermazioni ambigue l’asta viene rimandata.
A questo punto entra in scena anche Grant: segue una rissa con Race, alla quale mette fine proprio Wan Wan, che chiede un colloquio privato col truffatore.
Un finale esplosivo
Si salta così all’epilogo: mancano due giorni alla fine del viaggio; Marte è già visibile ad occhio nudo.
Race, deciso ad eliminare tutti i testimoni del suo crimine, prende le valigie con i gioielli, uccide (attraverso il buco provocato nella sua cabina dalla famosa esplosione) i tre marinai che dal momento dell’incidente sostituivano il macchinario fuori uso e corre a quella che crede essere la scialuppa di salvataggio numero 1: aveva infatti sentito il secondo dire al capitano che solo quella era ancora funzionante mentre tutte le altre erano state danneggiate dall’esplosione.
Ma Wan Wan, che pure aveva sentito quel rapporto, ha sostituito i numeri delle scialuppe immaginandosi un altro tiro mancino del truffatore: così Race si chiude in uno dei battelli fuori uso e si condanna a morte, perché quello esplode poco dopo essersi staccato dall’astronave, che pure – privata della funzione dell’importante macchinario – sta per saltare in aria.
Sin dal suo colloquio privato con Race l’anziano servitore non aveva smesso di tenerlo d’occhio e così, un attimo prima che il criminale chiudesse il portellone della sua lancia, riesce anche a sottrargli le valigie con i gioielli e a portarle a bordo della vera scialuppa numero 1 (da lui rinumerata 11), dove intanto si sono raccolti tutti i passeggeri ed i membri dell’equipaggio superstiti, che abbandonano la nave appena in tempo: le spiegazioni e la confessione firmata di Race evidentemente non avevano convinto il vecchio servitore.
Ma saranno utili a Grant per scagionarsi da ogni sospetto.
Un buon riempitivo
Pur senza essere memorabile, la storia scorre bene: ha ritmo ed una trama ben congegnata. Si legge come una storia di spionaggio che per caso è ambientata nello spazio: ma potrebbe funzionare anche senza astronavi, dato che qui servono soprattutto a dare un po’ di colore.
Nell’insieme è il classico riempitivo da pulp, un buon racconto che però non ha nulla di memorabile: viene da pensare che, se l’autore non fosse stato il caporedattore della rivista, «Liners of Space» non avrebbe mai avuto l’onore dell’illustrazione in copertina. Anche i personaggi sono archetipici dei pulp: l’eroe giusto, la bella contesa, il cattivo senza coscienza, il cinese saggio, con l’aggiunta della principessa bambina. Non hanno profondità – difficile darla in una manciata di pagine – ma svolgono a meraviglia il loro compito: far muovere la storia a ritmo veloce, senza perdersi in troppi ragionamenti.
È un peccato che l’autore non abbia dedicato più spazio alla descrizione delle astronavi e non le abbia sfruttate di più nella trama, perché la loro linea è affascinante: quel cupolone trasparente messo in evidenza nell’illustrazione dà quel tocco di carattere e buon gusto che nella fantascienza di oggi si è perso, tra spuntoni, lucette e linee da elettrodomestico, tutte inutilmente aggressive e tutte egualmente anonime.