Con «Buon compleanno, caro Gesù» (Good Birthday, Dear Jesus, 1956) Frederik Pohl torna sul suo argomento preferito, la distruzione della società e l’asservimento dell’uomo, reso pure incapace di pensare con la propria testa, ad opera del consumismo e delle multinazionali: e già che c’è aggiunge – lui, comunista in odore di ateismo qual era – anche un impietoso confronto tra la morale cristiana (che ne esce vincente) e l’etica del capitalismo, per dirla con Max Weber, capace solo di corrompere tutto ciò che tocca.
Perché nel prossimo futuro di questo racconto il commercio ha fagocitato il Natale – cosa che ha già fatto da tempo anche nella realtà, tra l’altro, anche se non ha ancora raggiunto questi estremi – e lo ha trasformato nell’evento commerciale per eccellenza, come sottintende il titolo: è un Natale secolarizzato – un «compleanno», appunto – che, dal punto di vista del commercio, inizia già ai primi di settembre. Proprio come i panettoni economici al supermercato.
Viene così in mente «Tutti i giorni Natale», il racconto umoristico di Heinrich Böll, con la vecchia zia che impazzisce – Alzheimer, più facilmente – ed ogni mattina si risveglia convinta che sia il giorno di Natale; e la famiglia invece di dissuaderla la asseconda, anche in piena estate, quando il caldo è tale che scioglie le candele sull’albero e rende grottesca tutta la pantomima.
Solo che «Buon compleanno, caro Gesù» di umoristico non ha niente: è semmai una satira, infarcita di quel pessimismo che caratterizza tutte le opere migliori di Pohl, ossia quelle di fantascienza sociologica come «I mercanti dello spazio» e «Gladiatore in legge», i capisaldi del genere.
Due religioni a confronto
Qui la satira nasce dall’oggetto della fede associata al Natale: vengono cioè giustapposte la festa cristiana della nascita del Salvatore e quella consumistica che ripone la salvezza nel nuovo dio delle masse, il profitto; o, per restare in tema evangelico, Mammona. Da un lato si trova quindi Martin, il protagonista, uno che crede alla malia delle vendite con tutto se stesso come se fosse una religione (e lo è); dall’altro Lilymary Hargreave, figlia timorata di un ex missionario (protestante, si intuisce) nel Borneo, appena assunta come commessa nel reparto del grande magazzino di cui Martin è responsabile.
Questi si innamora subito di Lilymary ma, vuoto di idee proprie e di spiritualità, continua a scontrarsi con le «stranezze» della ragazza, perché lei crede ancora nel Natale cristiano tradizionale. Che papà Hargreave in uno sfogo di rabbia con Martin definisce «la festa della cristianità», dimenticando che la vera festa della cristianità, la più importante, è invece la Pasqua e non il Natale: perché infiniti dei sono nati nella storia del mondo. Ma quanti dei sono risorti, e risorti col proprio corpo? È proprio la resurrezione dai morti a fare la differenza tra un falso dio ed il vero Dio.
Ma è un errore che a Pohl si può perdonare, nel contesto del racconto: anzi, questa storia prova semmai che la fantascienza è davvero lo strumento ideale per parlare di religione, perché da un lato raggiunge anche chi in primo luogo non è interessato all’argomento, e dall’altro permette di affrontare questioni dottrinali di un certo rilievo in maniera semplice, comprensibile e tutt’altro che noiosa.
Dal confronto tra Martin e Lilymary, il protagonista esce malconcio: non riesce infatti a capire come mai in casa Hargreave manchi la lavastoviglie, e non ne vogliano una; né perché in famiglia siano senza telefono, o quantomeno perché il loro numero sia difficilmente reperibile; e soprattutto quale sia la ragione per cui la ragazza abbia chiesto di avere le domeniche libere!
E dire che a tutta prima sembrava la commessa perfetta: ma, già secondo l’opinione dell’ufficio personale, in realtà è un po’ svitata.
La preghiera cambia ogni cosa
Tutta la storia, che va dal 7 settembre al 25 dicembre di un anno imprecisato ma non troppo distante dall’oggi (l’oggi degli anni Cinquanta: quindi il nostro recente passato), serve per mostrare la trasformazione del Natale – preso come simbolo di tutto ciò che appartiene al passato e alla tradizione e quindi poco redditizio per le grandi aziende – in evento puramente commerciale: anzi, nell’evento commerciale, il più importante dell’anno; così importante che comincia già all’inizio di settembre e termina bruscamente la mattina del 25, con gli alberi che, esaurita la loro funzione, già vengono gettati per strada, per lasciare posto alla prossima «cosa» del momento.
Assistiamo a questa trasformazione attraverso i passi falsi di Martin, che nemmeno immagina possa esserci un modo di vivere la festa diverso da quello standardizzato; mainstream, potremmo dire. Per lui infatti il Natale è solo vendite, profitto, materialismo, senza nemmeno il sospetto che dietro alla festa possa celarsi qualcosa di più profondo, persino di spirituale, perché questa parte è scomparsa completamente dalla scena. In altre parole, è il suddito ideale di quella società nichilistica non troppo futura di decerebrati con maxischermi sulla parete del salotto che viene modellata anche oggi dal nuovo ordine mondiale: lo schiavo felice di essere schiavo, che nasce, consuma e muore nell’anonimato, e persino nell’incapacità di immaginare che possa esistere un altro tipo di vita, più pieno, creativo e appagante. Ciò per cui l’uomo in realtà è stato creato.
Di gaffe in gaffe Martin riesce a rendersi dapprima ridicolo e poi sgradito a tutta la famiglia: Lilymary infatti ha tre sorelle più giovani, tutte altrettanto sveglie e timorate, che non si lasciano corrompere nemmeno dal costosissimo spettacolo commercial-natalizio su prenotazione che, su commissione di Martin, viene imbastito in casa Hargreave dagli attori dei grandi magazzini. Anzi, in conseguenza di questa messinscena riesce a inimicarsi anche il padre della ragazza, e a spingerla alle dimissioni.
Ma proprio alla fine, proprio il giorno di Natale, poco prima che l’intera famiglia si trasferisca nuovamente nel Borneo per portare la buona novella alla tribù dei Dyak («ma papà dice che voi di qui ne avete più bisogno di loro», afferma la ragazza con ingenuità, ma anche tanta verità), Martin fa il colpaccio: durante la messa per pochi celebrata al centro sociale, riesce a convincere la ragazza a sposarlo, con la benedizione del di lei padre. «E io pregai», dice il protagonista proprio nell’ultima riga: «E, ci credereste?, non me ne sono mai pentito».
È proprio vero: la preghiera cambia davvero tutto. In meglio.