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Norvell W. Page – Sons of the Bear-God

L’avevo promesso: se fossi riuscito a mettere le mani su «Sons of the Bear-God» di Norvell W. Page (1939), il seguito di «Venti di fuoco», l’avrei recensito. E dal momento che, dopo lunghe ricerche, sono infine riuscito a trovarlo devo, mio malgrado, mantenere la mia parola: quella che segue infatti è la recensione delle nuove avventure di Prester John, alias Wan Tengri, alias Amlairic, il clonan che di Conan ha solo l’aspirazione.

Minuzie editoriali
Recentemente mi è capitato infatti per le mani il numero di novembre 1939 di Unknown, nel quale il romanzo (un centinaio di pagine di rivista, più o meno il doppio di un libro tascabile: ma a leggerle sembrano molte di più) è stato pubblicato in versione integrale, appena cinque mesi dopo l’episodio precedente, che era appunto uscito nel numero di giugno dello stesso anno. Entrambe le storie sono poi state ripubblicate in volume alla fine degli anni Settanta, con l’ingannevole slogan di «Fantasy eroica nella grande tradizione di Conan»: niente di più sbagliato, nonostante le velleità dell’autore, e la splendida copertina.
Ma all’epoca in cui Page scriveva l’America era ancora orfana di Howard, morto suicida tre anni prima, ed era alla disperata ricerca del suo successore: un’impresa vana, perché nessuno sarebbe più riuscito ad emulare il maestro della sword and sorcery, come dimostrano i tanti epigoni spuntati alla fine degli anni Trenta, che però nel migliore dei casi riuscivano solo a scrivere storie decenti, con personaggi che erano una copia evanescente dell’eroe simbolo di tutto un genere letterario. Page è uno di questi: apprezzabile per l’impegno ma purtroppo privo di consistenza, proprio come il suo eroe: che è, sì, un buon esempio di eroe della sword and sorcery ma non regge il confronto con la sua ispirazione, cioè proprio Conan.
Non mi risultano invece edizioni nostrane di questa avventura, al contrario del romanzo d’esordio, del quale esiste almeno una traduzione italiana.

Una risata li seppellirà
Poco è cambiato tra le due storie: Prester John è sempre lo stesso trombone extralarge della precedente avventura. Combatte molto, parla di più ma in sostanza non combina granché: la stessa storia si trascina faticosamente ed è tutta un bla bla bla continuo, interrotto soltanto da combattimenti micidiali, nei quali l’eroe non è mai in difficoltà ma anzi da solo riesce a tenere a bada interi reggimenti.
Ed intanto non fa che ridere.
Lo inseguono? Ride.
Gli tirano frecce addosso? Ride.
Lo feriscono? Ride.
Lo tradiscono? Ride.
Si trova di fronte a morte certa? Ride.
E ride anche mentre fa scempio dei nemici.
D’accordo che è un eroe «larger than life» e deve mostrarsi sicuro di sé ma deve anche avere qualche disturbo della personalità per essere sempre così allegro, perché le sue risate continuano a risuonare per tutte le pagine.

Un nuovo nome
Mentre tutti fanno a gara per farsi fare a fettine, il nostro eroe si è intanto arricchito di un nuovo nome, che si affianca ai due già noti, tanto per fare confusione: oltre a Prester John, la versione inglese del Prete Gianni nonché il titolo con cui il protagonista era noto nelle arene di Alessandria, del quale Page aveva già fornito una fantasiosa etimologia greca che lo fa risalire all’uragano («Hurricane John»); e a Wan Tengri, il nome attribuitogli dai mongoli presso i quali si è rifugiato, ossia «Gianni/John dei demoni del vento», che sarebbero proprio i Tengri; il nostro rivela infine il suo nome autentico, quello scitico di Amlairic figlio di Aimraica.
Perché qui si aggiungono alcune note biografiche sul nostro: Prester John afferma finalmente di essere originario della Scizia, come tradirebbero i folti capelli e la barba rossi; inoltre, anche se in questa nuova avventura continua a far uso dell’arco, mostra di essere abilissimo anche con la sciabola, che anzi in queste pagine preferisce alle armi a distanza.
Ed infine, nonostante tutto, continua pure a definirsi un fedele di Christos, «il nuovo dio che Wan Tengri venerava».

Quel nuovo dio chiamato Christos
Infatti, se già nel precedente episodio c’era qualche dubbio sull’ortodossia di Prester John, che si professava un seguace di Cristo e intanto trattava il Redentore alla stregua di un dio pagano qualsiasi, e faceva persino uso del frammento della vera croce che portava al collo come di un talismano magico, qui Page si supera e manda all’aria duemila anni di speculazione teologica senza nemmeno scomporsi.
Tanto per cominciare, Prester John non fa che rivolgersi a Christos aspettandosi sempre qualcosa in cambio: «Ti procurerò cinquantamila fedeli se…», «Un intero continente si inginocchierà davanti a te se…», «Ti renderò il più grande dio del mondo; no, anzi, l’unico dio del mondo se…», «Se vuoi un regno che veneri il tuo nome in questo oriente pagano, dammi una mano adesso» e analoghi periodi ipotetici sono infatti solo alcuni esempi del ricco campionario di invocazioni che l’eroe rivolge frequentemente a Dio, sempre molto pratiche ed utilitaristiche, come se tutto non fosse già in potere del Signore ma dipendesse dalle azioni del protagonista.
Non pago, l’eroe prova anche ad arricchirsi mediante la sua fede, perché quando finalmente dà inizio al saccheggio della città su cui aveva messo gli occhi ordina che «metà delle ricchezze dovranno essere offerte a Christos, e a me che sono il suo sacerdote», in una versione distorta dell’anatema biblico.
E, per non farsi mancare proprio nulla della «pietas» pagana, spesso Prester John stringe pure il frammento della vera croce che ancora porta al collo perché ritiene che funzioni proprio come un talismano magico: «Non so se la magia di Aosoka (il re sacerdote nemico) sia potente, ma se lo è io ne ho una più potente! (…) Questo amuleto magico sconfiggerà tutta la sua magia!».
Il vero capolavoro del sincretismo religioso dell’eroe però si era già presentato alcune pagine prima: in quella scena dapprima il protagonista deride i suoi nemici, che credono alla magia; poi si dice che «Grazie a Christos, Wan Tengri era libero da simili follie. Sollevò il pugno che teneva la pietra frastagliata e la premette contro il frammento della vera croce che portava al collo. Lo avrebbe protetto dai maghi!». E poi ha ancora il coraggio di definire creduli idolatri i suoi nemici!
In un’altra scena invece l’eroe aveva invocato «voi spiriti dell’aria che siete mio padre e mia madre, venti dell’uragano» ma questa è meno grave, perché, almeno in quella situazione, aveva cercato solo di spaventare o almeno impressionare i suoi nemici.
In altre parole, l’atteggiamento di Prester John verso Dio in questo romanzo assume la stessa forma delle invocazioni fatte ad un dio pagano: io ti prego, ma tu mi devi dare qualcosa in cambio, il classico «do ut des».
È vero che, secondo la leggenda, il Prete Gianni sarebbe stato nestoriano, una dottrina cristologica giudicata eretica nel 431 che negava l’unione dell’umanità e della divinità di Cristo, e quindi una comprensione erronea dei principi della fede da parte di un bullo di periferia ci può anche stare, tanto più che la storia sarebbe ambientata nel primo secolo, quando la dottrina cristiana muoveva i primi passi e un po’ di confusione poteva ancora essere giustificata: ma così erronea?
Da ultimo, se proprio si vuole incastrare a tutti i costi una storia fantastica nel mondo reale, sarebbe opportuno lasciarne fuori la religione, perché il rischio di capirla male e tradurla peggio nella trama è sempre in agguato. Anche per questo solitamente non amo i romanzi fantasy ambientati nel mondo reale: sanno di sciatteria e faciloneria, e richiedono uno sforzo mentale robusto da parte del lettore per risultare almeno accettabili.
So che sto cercando troppo in quella che alla fine è soltanto una storia di fantasia ma certi argomenti stuzzicano la mia pignoleria, soprattutto quando l’autore dimostra di avere una certa familiarità con la materia ma decide di ignorarla per ragioni sue.

Sempre in fuga
Venendo alla storia in sé, l’avventura comincia dal punto in cui la precedente si era interrotta, o quasi: Prester John e l’infido Bourtai stanno fuggendo sia dai cavalieri mandati dalla «strega gialla» («yellow witch»), la principessa mai nominata di Turgohl che quegli aveva liberato dalla prigionia, ancora risentita perché l’eroe ha preferito le ricchezze alla sua proposta di matrimonio, sia dai cavalieri mongoli comparsi all’improvviso.
I due trovano rifugio in una vasta prateria dall’erba più alta di un uomo, evitata da tutti gli inseguitori: è infatti la cosiddetta «erba del diavolo», infestata di rampicanti che si insinuano alla ricerca di corpi umani per succhiarne il sangue; ed intanto devono difendersi dai tentativi di sortilegio che vengono scagliati un po’ da tutti.
Dopo interminabili pagine di nulla, Prester John e Bourtai si imbattono infine in un esercito in marcia: sono guerrieri della stessa stirpe dell’eroe – eftaliti o unni bianchi, dai capelli rossi, discendenti dei tocari dell’Asia centrale, protogruppo dei popoli europei – comandati da sette nanerottoli dalla folta barba nera. Ignoro se si tratti di un riferimento voluto a quegli altri sette nani, più noti, ma data la serietà con cui Prester John si prende, e più in generale con cui Page scrive, lo escluderei. Ad ogni buon conto, il nostro eroe non può vedere dei bianchi, per di più di un popolo fratello, schiavi, così interviene ed ammazza tutti e sette i guardiani, che sarebbero dei maghi: intenderebbe così liberare i prigionieri ma gli ex schiavi guerrieri faticano a riconoscere la libertà ed il loro salvatore.
Anche perché l’ultimo mago ucciso era riuscito ad emettere un grido particolare, al quale risponde poco dopo un’apparizione mostruosa – un’illusione – contro la quale Prester John combatte; ma, pur vittorioso, viene comunque catturato e portato alla città dei nani, Byoko, nascosta dall’erba altissima che cresce in questa regione. Questi nani – piccoli rispetto alla stazza gigante dello scita e degli eftaliti ma comunque alti sul metro e sessanta – sono i tinsunchi o «nipoti dell’orso celeste Tinsunu» che adorano, e sono governati dal già citato Aosoka, un re grasso e truccato.
Qui Prester John viene condannato a morte: una morte complicata, ovviamente, per dargli l’occasione di cavarsela. E così avviene infatti: viene mandato nell’arena (sempre l’arena!) a lottare con un orso gigantesco, grande quanto tre elefanti e dalle fauci così ampie che potrebbe fare un sol boccone dell’eroe. Ma il nostro si era preparato alla lotta e, legatosi una frusta al polso, durante il combattimento infila l’altra mano nel cappio che aveva annodato all’estremità della sferza e così, stretto in un abbraccio mortale con l’orso, dal quale non poteva più sciogliersi, riesce a stritolare la bestia: secondo le usanze del posto, ne prende quindi il posto come boia di corte, e ne eredita anche tutte le ricchezze (quelle che erano appartenute alle vittime dell’orso).
Mentre si trova nella sua nuova casetta in compagnia di Bourtai si presenta quindi una donna bionda e spigliata, della stirpe dei goti, che dice di chiamarsi Tossa la Dorata e di essere tenuta in bassa considerazione dai tinsunchi per la sua origine straniera: nella sua goffaggine Prester John fa la sola cosa che non avrebbe dovuto fare, e così all’improvviso scopre di essersi appena sposato con la donna.
Nel lasciare la casa infatti Tossa viene aggredita da una bestia feroce che Prester John uccide: così, sempre secondo le consuetudini del posto, la donna è diventata sua per diritto di conquista. Può essere o sua schiava o sua moglie, niente vie di mezzo: e dal momento che lei si è gettata ai suoi piedi come schiava ma Prester John, che non può sopportare queste cose (né conosce le usanze del luogo), le ha preso la mano per farla alzare in piedi, con questo gesto l’eroe l’ha anche elevata a moglie. Punto.
Non c’è scampo.

Un’ambiziosa manipolatrice
Ma Tossa non è l’ingenua donna che finge di essere: è invece un’ambiziosa manipolatrice che ambisce a prendere il potere e per questa ragione sostiene di essere nubile, per mettere le mani su Prester John ed usarlo per i suoi fini. Perché nessun uomo riesce a resistere alle malie di una donna, e men che meno gli eroi della sword and sorcery.
Tossa appartiene infatti ad ancora un’altra razza, la terza, degli abitanti di Byoko (goti dai capelli biondi, credo, del ceppo che si era stabilito sulle rive del mar Nero) ed è già moglie di un certo Thanamund, che però spaccia come fratello e, al pari di Prester John, è un burattino nelle sue mani ma privo delle qualità che ella ha riconosciuto nel protagonista. È cioè un beta, un cuck, un soyboy, uno snowflake: un perdente, insomma.
Con l’unione tra l’eroe e l’ambiziosa donna, all’incirca a metà storia, inizia un tiramolla di eventi che sarebbe difficile sintetizzare, oltre che noioso e superfluo: basterà dire che Tossa si gira e rigira Prester John come un calzino, e lo spinge a fare tutto ciò che aveva in mente.
In primo luogo a scatenare la rivolta: la città interna viene espugnata facendo inalare ai difensori il fumo della cannabis che cresce attorno alle mura, alla quale l’eroe dà fuoco durante l’assedio. Poi, tolti di mezzo Aosoka e i suoi sacerdoti, Tossa burattina nuovamente Prester John, prima ancora che questi riesca a posare le stanche terga sul trono: lo convince infatti a recarsi in quel certo posto dove vengono allevati gli orsi celesti dei tinsunchi per farne scempio, e così fiaccare la resistenza di quel popolo.
La donna però non rimane con le mani in mano ed approfitta dell’assenza dell’eroe per mettere in atto i suoi piani: avvelena Visimar, capo militare degli unni bianchi ed unico amico di Prester John in città; fa incarcerare Bourtai, il mago divenuto servitore di Prester John nonostante gli sfottò e gli insulti che questi gli rivolge in continuazione; e torna in armonia col marito. Ormai becco però: Thanamund infatti sospetta il tradimento della moglie, tanto che nella sua unica impennata di orgoglio dichiara che «se il nostro primo figlio avrà i capelli rossi gli taglierò la gola nella culla io stesso». Prepariamoci quindi alla sorpresona finale.
Al ritorno di Prester John, Tossa lo rispedisce lontano, questa volta definitivamente: insinua infatti che durante la sua assenza i tinsunchi superstiti sono fuggiti ad est, verso il mare, e torneranno in forze se non verranno sterminati prima. Il piano della donna è di assassinarlo mentre ha l’attenzione rivolta ad altro.
Prester John, sempre privo di una volontà propria, esegue ancora una volta: ma viene salvato da Bourtai che, evaso dopo mesi di prigionia, lo mette in guardia dalle trame di Tossa. Dapprima incredulo, l’eroe si ricrede presto, quando deve fare i conti con un reparto mandato dalla regina per farlo fuori: dopo la mattanza, apprende le novità dall’unico superstite e decide quindi di far cadere le sue pretese su Byoko. Riprenderà le sue peregrinazioni con Bourtai in cerca di nuove fortune, con l’unico rimpianto che non potrà vedere il figlio: perché Tossa, apprende, ha avuto un figlio dai capelli rossi…

Il lato debole della storia è la storia
La storia è quella che è, quasi senza capo né coda: Prester John vagola qua e là, si imbatte in una città su cui mette gli occhi, le ronza un po’ attorno e alla fine, quando sembrava che si fosse sistemato per la vita, si ritrova spiantato come all’inizio. È la formula tipica della sword and sorcery, che di per sé non è affatto sgradevole né carente: è una delle caratteristiche di questo genere letterario, che non parla del conflitto tra Bene e Male né vuole aggiustare le ingiustizie del mondo ma si limita a raccontare le vicende di un eroe e del suo egoismo prima di ogni altra cosa.
Così le peripezie di Prester John – motivato all’inizio dalla fuga, a metà dalla conquista di una città e alla fine dalla salvaguardia del potere appena acquisito – sono molto personali e si intonano a meraviglia con la sword and sorcery: anche lo stesso personaggio, un trombone extralarge, è fatto su misura per questo genere di storie, perché è un gigante muscoloso dall’indubbio talento nel combattimento, e con risorse fisiche e mentali adeguate per prendere il potere. Non per conservarlo però.
Come tutta la schiatta degli eroi dell’heroic fantasy manca infatti degli strumenti più sottili della manipolazione, dell’adulazione e della blandizie, le fini armi della civiltà, e così è altrettanto capace di mettere le mani sul potere e sulle grandi ricchezze come di perdere tutto, perché non sa come difendersi dal tradimento e dalla malizia altrui: è un uomo schietto, incapace di doppiezza e ripensamenti; e soprattutto è onesto, quando gli si è amici o ci si mostra tali. Ma, allo stesso modo, è un nemico tenace e micidiale, che non molla la presa finché non ha ottenuto il suo obiettivo, o non è stato sconfitto: ma quest’ultima opzione è sempre e solo transitoria, a meno che non sia l’espediente per chiudere ambo i romanzi di cui è protagonista.
Il lato debole della storia quindi è proprio la storia, perché ha una trama debolissima, tenuta assieme col fil di ferro, e soprattutto tirata per le lunghe senza necessità: tutto è più lungo e lento di quanto dovrebbe essere, così che le situazioni si ripetono più e più volte. Come ho osservato altrove, la sword and sorcery è fatta per i racconti brevi: i romanzi – lunghi – sono la sua antitesi. Perciò anche nel lungo finale, da quando cioè Prester John prende il potere, diventa difficile isolare le diverse situazioni: tutto rientra in un unico calderone senza senso, nel quale l’eroe va e viene ed intanto combatte (molto) ma senza che si capisca davvero cosa stia accadendo; né che se ne senta il bisogno, a dire il vero. Succedono cose, ed ormai si è così anestetizzati dalla noia della trama che in tutta franchezza non ce ne importa nemmeno più nulla: proprio come era avvenuto nell’avventura precedente.
Peccato, perché come eroe avrebbe potuto dire di più: la stazza ce l’ha tutta.

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