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Jack Vance – Trullion: Alastor 2269

Com’è ormai noto, ho un rapporto di amore e odio per Jack Vance: da un lato lo considero uno dei miei autori preferiti, in virtù di «immortali capolavori» quali «La terra morente», il «Pianeta Tschai» ed «Il grande pianeta»; o anche solo di ottimi libri come «Il principe grigio», «Pianeta d’acqua» e la trilogia di Durdane (beh, i primi due volumi almeno), per non parlare di racconti quali «I signori dei draghi», «L’ultimo castello» e «L’uomo dei miracoli».
Dall’altro invece fatico persino a toccare una buona parte della sua produzione, incluse alcune delle opere più note e apprezzate come le serie dei Principi demoni e di Lyonesse, assieme ad altri lavori meno conosciuti, come due dei tre «Alastor», la serie di Cadwall, «Maske: Thaery», «Gli amaranto» e molti, molti altri. Non che non li abbia letti, anzi (e con pochissime eccezioni sono persino arrivato alla fine), ma la lettura è stata così faticosa, la storia così scialba, i protagonisti così insoffribili e l’impressione generale così deludente che mi hanno lasciato un cattivo sapore in bocca, ed un pessimo ricordo: non tale però, e questa è proprio una sorpresa, da rovinarmi l’immagine complessiva di Vance, che ancora resiste come uno dei miei autori preferiti.
I casi della vita.

La recensione odierna
Tra le porcherie citate ho elencato due dei tre libri della trilogia di Alastor, che è una trilogia solo di nome, semplicemente perché tutte e tre le storie sono ambientate nell’omonimo ammasso stellare: ma in realtà sono indipendenti l’una dall’altra, per storie e personaggi. E dei tre volumi il primo, «Trullion: Alastor 2269» (1973), è persino leggibile; anzi, per gli standard delle opere minori di Vance, è pure un buon libro.
Tanto per cominciare, il protagonista, Glinnes Hulden, è leggermente più tollerabile dei classici personaggi di Vance, che sono sempre saccenti, polemici e sin troppo competenti, e per questo riescono quasi sempre fastidiosi. Al contrario, anche se ne condivide alcuni dei tratti tipici – è giovane (ha sui trent’anni), capace e preparato – Hulden riesce quasi simpatico, proprio perché non è il solito saputello insopportabile: è solo un individualista che non solo ha le idee chiare ma soprattutto vuole vedere rispettati i suoi diritti, ragione per cui entra in conflitto con tutti, o almeno con gli immancabili prepotenti, che sono poi ciò che guasta la convivenza, sempre.
Degli altri personaggi parlerò più avanti, perché sono tutti monodimensionali, funzionali al ruolo che svolgono nella storia e nient’altro.

Il titolo del libro, spiegato
«Trullion» è dunque il primo libro della trilogia di Alastor, tre romanzi scollegati tra loro ed accomunati soltanto dal settore della galassia in cui si trovano: l’ammasso di Alastor, appunto, che riunisce tremila pianeti abitati sotto la guida illuminata dell’inetto Connatic. Ma «Trullion» è anche il migliore del terzetto, oltre che l’unico leggibile: ha infatti la storia più avvincente e l’ambientazione più ricca della serie, se non altro perché introduce l’hussade – un’attività da Giochi senza frontiere spacciata per sport – che è stato ripreso e copiato anche da Stark Trek.
Il titolo del libro è presto spiegato: Trullion è il nome del pianeta su cui si svolge la vicenda; Alastor è il settore della galassia retto dall’incapace Connatic in cui si trova Trullion; ed il numero 2269 corrisponde al numero della stanza del palazzo del frivolo Connatic riservata a questo pianeta, che ne contiene tutte le informazioni più rilevanti.
Ma è un capriccio, dal momento che l’assente Connatic è sempre in giro per la galassia e, se ne deduce, delega il potere ai suoi sottoposti: su Trullion infatti non sembra esserci una vera forma di governo se non quella esercitata a distanza dall’incompetente Connatic, che però se ne sta nel suo palazzo su un pianeta lontano ed ama mascherarsi per mescolarsi agli inferiori dei mondi che controlla, perché evidentemente dominare tremila pianeti è prima di tutto un passatempo e non richiede che pochi minuti al giorno.

Una storia di cavilli legali
In «Trullion» la storia ruota dunque attorno al protagonista, Glinnes Hulden, e al suo tentativo di tornare in possesso della residenza avita, la dimora Ambal e annessa isola, che in sua assenza il fratello minore Glay ha ceduto ad un pirata spaziale per una pipa di tabacco pur senza averne il diritto giuridico. Tutta la vicenda infatti si regge su una forzatura legale, perché occorre presumere che per la vendita di un immobile non sia necessario mostrare un titolo di proprietà e che non esista nemmeno un’autorità in grado di intervenire per annullare il contratto qualora si dimostri che il venditore non era il proprietario legale del terreno.
Al termine della lunga introduzione, necessaria per presentare l’accogliente pianeta Trullion ed i suoi oziosi abitanti, Glinnes infatti si arruola nella marina spaziale (il Whelm) e sta via di casa per dieci anni. Negli ultimi mesi di servizio gli muoiono prima il padre (in un incidente di pesca ai merling, la razza anfibia semisenziente e malvagia originaria di Trullion con cui la popolazione umana è in lotta costante), poi il fratello maggiore Shira, che semplicemente scompare nel nulla (alla fine si scoprirà che è stato dato in pasto ai merling): a questo punto Glay, il fratello gemello «minore» di Glinnes, cioè quello nato per secondo, vende ad un tale l’isola ed il castello di famiglia, disabitato da anni, per una miseria, dodicimila ozol. La somma infatti non è spaventosamente alta: dal contesto si comprende che mille ozol sono pressappoco l’importo che un lavoratore può ambire a risparmiare in un anno.
Morto il padre, il proprietario legale sarebbe però Shira, che appunto è scomparso da poco e non verrà dichiarato morto prima di quattro anni dalla scomparsa: e, morto lui, la proprietà passerebbe a Glinnes, perché è il più anziano dei due gemelli. Tuttavia Glay vende la dimora Ambal senza che nessuno sollevi questo cavillo: e la vendita non viene invalidata nemmeno al ritorno di Glinnes, che subito si oppone al passaggio di proprietà.
Il diritto di Trullion prevede tuttavia che entro un anno dalla cessione il venditore ravveduto possa rivendicare il possesso della proprietà ceduta semplicemente risarcendo l’acquirente della somma che aveva pagato, in questo caso i dodicimila ozol. È un espediente poco logico che serve solo per giustificare l’antefatto, e quindi dare l’abbrivio al libro: perché tutta la storia nasce dalla necessità di Glinnes di racimolare i dodicimila ozol necessari per risarcire il nuovo proprietario, che già si fa chiamare «nobile» Ambal.

Gli altri personaggi
Entrano così in gioco tutti i comprimari della vicenda, che Vance caratterizza per mostrare i soliti aspetti contraddittori o dissennati di un intero popolo: in questo caso i Trill, come si chiamano gli abitanti di Trullion. Personalmente però preferisco il casereccio «trullioni».
Primo tra tutti il fratello Glay, simile ad un fricchettone con la mente annebbiata dalle droghe, che su Trullion però sono di uso comune, perché i Trill sono di base dei perditempo oziosi e sfaccendati. Ed infatti la risposta alla superficialità tradizionale della popolazione locale si è manifestata con la Fanscherata, il nuovo movimento giovanile di ribellione, che impone ascetismo e severità anche nell’abbigliamento: tutta la parte dei Fanscher (gli aderenti alla nuova moda) però è solo una falsa pista che aggiunge colore e poco più alla storia.
Si passa quindi a Janno Akadie, il classico trombone saputo delle storie di Vance, che qui riveste il ruolo di notaio, o della figura trulliona più simile ad un notaio. Come si costuma, è amico di Glinnes e della sua famiglia ed è sempre pronto a dispensare i suoi consigli, ovviamente in cambio della corresponsione dell’onorario professionale. Ipocrisia e millanteria sono sempre in agguato nelle storie di Vance e solitamente si manifestano proprio in personaggi che sembrano uscire dallo stesso stampino di Akadie.
Si affacciano quindi sulla scena i personaggi apertamente negativi, a cominciare dal nobile Thammas Gensifer, ironicamente soprannominato Tammi, segretario del Consiglio dei Nobili, spiantato e incapace come si addice alla categoria, i cui rappresentanti sempre si considerano migliori degli inferiori solo per la fortuna dei natali e non per le capacità individuali, di cui anzi sono solitamente privi. Il suo sogno, anche per intascare del denaro di cui ha disperato bisogno, è mettere in piedi una squadra di hussade, di cui si nomina capitano: ma la sua inettitudine si manifesta sin dal primo minuto di gioco.
Di seguito vengono i Drossett, famiglia Trevanyi (in sostanza gli zingari del posto), che per una ragione o per un’altra ce l’hanno tutti col povero Glinnes e fanno tutti una brutta fine: tutti tranne la bellissima figlia Duissane, di cui Glinnes si innamora. Solo alla fine, dopo averle rovinato il matrimonio col nobile Gensifer, finalmente riesce a piegarla.
Al terzo posto dei personaggi negativi si inseriscono quindi il nobile Ambal, in realtà Alonzo Dirrig, e Sagmondo Bandolio (i nomi di Vance sono sempre così affascinanti, hanno una loro musicalità impossibile da imitare): entrambi starmentieri – ossia pirati spaziali – sono l’origine di tutti i guai della storia. Il primo, perché ha abbandonato la filibusta per cercare di farsi una nuova vita ed identità attorno alla dimora Ambal; il secondo, perché è ancora in attività e con la complicità dello spiantato Gensifer architetta un rapimento di trecento nobili che frutterebbe una fortuna ai due complici ma viene catturato. E per la classica superficialità mescolata ad inettitudine che in Vance caratterizza tutte le forme di autorità (che su Trullion sono particolarmente evanescenti) tocca a Glinnes, nel suo disperato tentativo di tornare in possesso dell’avita dimora, avviare l’indagine che porterà alla felice risoluzione di tutte le sottotrame.

Una vita senza stress
La storia gira bene e si lascia leggere volentieri, anche se non ha molto da dire: un buon quarto del libro è infatti irrilevante ai fini della trama, perché mostra semplicemente partite di hussade o allenamenti o preparativi. Queste scene servono solo per mostrare le qualità non solo atletiche di Glinnes, che, nella sua disperata ricerca dei dodicimila ozol, ha deciso di tornare a giocare allo sport più popolare dell’ammasso per intascare rapidamente le quote dovute per ogni vittoria.
Sul gioco in sé non mi dilungherò, anche se è molto creativo: due squadre di undici giocatori corrono, saltano e si inseguono su una serie di camminamenti sospesi su una piscina, e intanto se le danno di santa ragione con una specie di bastone rivestito di gommapiuma. L’obiettivo è raggiungere la sheirl avversaria (una ragazza che indossa un certo costume) dall’altra parte del campo: a quel punto la squadra soccombente può o riscattare la ragazza (in denaro) o lasciare che gli attaccanti le strappino di dosso un certo anello, che scioglie i lembi del costume, lasciandola come mamma l’ha fatta. In questo caso la partita è vinta: e la sheirl «svergognata» deve essere sostituita con una nuova.
Anche se non è né il libro migliore né il più noto di Vance, «Trullion» può essere comunque preso ad esempio per i più rappresentativi del suo stile, e soprattutto della sua creatività: come ci aspetterebbe, l’ambientazione infatti è tanto ricca e immaginativa quanto solida e credibile, anche per merito di alcune scelte linguistiche che includono termini fantasiosi e specifici per indicare alcune delle particolarità del pianeta e della sua cultura, che vengono ulteriormente integrate dalle descrizioni dei costumi e del modo di vita rilassato se non addirittura epicureo dei trullioni.
Il pianeta infatti è un paradiso terrestre, e almeno nella zona in cui si svolge la storia è un intrico di canali, isole e isolette ricoperte di vegetazione lussureggiante, per muoversi tra i quali è necessaria un’imbarcazione: la popolazione si è così assuefatta ad un ambiente tanto accogliente che ha persino sviluppato uno stile di vita strano ai nostri occhi, e per certi versi anche invidiabile, perché i trullioni non sembrano conoscere lo stress, né l’oppressione della burocrazia né, soprattutto, l’intrusione della tecnologia. Vivono con leggerezza, a volte anche superficialità, e si godono la vita, logica conseguenza dell’ambiente idilliaco in cui prosperano.

Nota a margine: i collegamenti con le altre opere di Vance
Concludo questo articolo con un’osservazione: leggendo «Trullion» non ho potuto fare a meno di notare l’abbondanza di alcuni elementi nomi che ricorrono in diverse opere vanciane. Mi limito a segnalarli, perché scovarli è stato un piccolo piacere nella lettura.
– Il Connatic, ad esempio, è un governante non solo assente e incapace come l’Anome della serie di Durdane ma, come quest’ultimo, anche la sua identità è ignota, perché nessuno pare averlo mai visto in volto. Così, per le stesse ragioni già ampiamente illustrate in quella recensione (hanno a che fare con il controllo e l’oppressione dei soggetti), non posso fare a meno di immaginarlo come un dittatore, analogo al Panarca dei «Linguaggi di Pao», solo più inetto.
– Gli zingari Trevanyi sono sicuramente serviti da modello per gli Yip di «Stazione Araminta», pubblicato una quindicina di anni più tardi: non solo hanno il dittongo «yi» nel nome ma si comportano anche in maniera simile, oltre ad essere ispirati da principi analoghi.
Janno Akadie, l’erudito: il suo nome ricorda la Locanda Arkadi di «Stazione Araminta», mentre il suo atteggiamento di trombone che spaccia lezioni di vita ai creduli è lo stesso del Barone Bodissey, le cui citazioni sono ricorrenti nei volumi della serie dei Principi Demoni.
– Le maschere usate dai giocatori di hussade sono chiaramente collegate alle maschere usate nel «Faleno lunare», una delle storie più famose di Vance, pubblicata una dozzina di anni prima, nella quale tra l’altro si usano strumenti musicali per comunicare le emozioni, mentre in «Trullion» c’è sempre un’orchestrina ad accompagnare ogni evento, persino le partite di hussade e le esecuzioni sulla pubblica piazza.
– I merling hanno parecchi tratti in comune con i morfoti del «Principe grigio», entrambe razze anfibie semisenzienti dall’indole malvagia che infestano le acque dei rispettivi pianeti; e, leggeremente più discosti, si possono assimilare a questo archetipo anche i kragen del «Pianeta d’acqua», soprattutto il malevolo Re Kragen.
– Da ultimo, l’acqua e quindi gli spostamenti a bordo di imbarcazioni sono centrali a questa storia, proprio come lo sono in molti altri libri di Vance, che era un marinaio ed amava la navigazione a vela: si vedano ad esempio «Pianeta d’acqua», «Il mondo degli showboat», «Stazione Araminta» e in misura minore anche «Maske: Thaery».
Da tutto ciò si può concludere che, per quanto modesto in sé, «Trullion» riassume i temi più cari a Vance, quelli cioè che compaiono con maggior frequenza nelle sue opere.

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