Libri Pulp compie oggi dieci anni: un traguardo che mi riempie di orgoglio, perché in questi due lustri ho scritto e pubblicato oltre duecento recensioni di libri, apprezzate dai lettori non solo italiani ma anche stranieri. Anno dopo anno infatti crescono le visite al blog, ed aumentano quelle dall’estero, Stati Uniti in testa.
Ma al di là del traguardo e della soddisfazione che viene dalla consapevolezza di fare un buon lavoro, questo compleanno mi dà anche un ulteriore motivo di gioia, tutto personale: perché ho aperto Libri Pulp in un periodo che reputo il più fortunato della mia vita – gli anni Dieci sono ancora quelli che rimpiango di più – e poi mi ha accompagnato anche negli anni più bui, perché l’ultimo biennio è stato durissimo, dal punto di vista della salute. Ma il Signore mi ha donato una guarigione miracolosa, ed ora eccomi ancora qui a scrivere e brontolare sui libri che mi capitano sotto mano.
Dieci anni di Libri Pulp
Ho deciso quindi di celebrare il traguardo dei dieci anni – ed in un certo senso di festeggiare anche la salute ritrovata – pubblicando un libro, una sorta di «Il meglio di Libri Pulp»: perciò ho scelto un articolo per anno e li ho raccolti tutti in un volume non troppo fantasiosamente intitolato «Dieci anni di Libri Pulp. 2016-2026», che ho infine pubblicato su Amazon assieme agli altri.
Il bello di questo volume è che non contiene nemmeno una riga di contenuti nuovi: o meglio, ci sarebbe una lunga introduzione con fervorino incorporato che però pubblico anche qui sotto.
Quindi, da questo momento, «Dieci anni di Libri Pulp» è una ristampa di contenuti già pubblicati sul blog.
Perché comprarlo quindi?
Già, perché?
Ma per la soddisfazione di poter dire di aver pagato per fruire degli stessi contenuti che sono sempre stati gratuiti, e che lo saranno sempre!
L’indice del volume
Come spiego nell’introduzione che segue, gli undici articoli che ho scelto per il libro sono i migliori dei singoli anni in cui sono stati pubblicati, ed in un certo senso danno un assaggio di quello che è diventato Libri Pulp nel corso degli anni. Si tratta di:
– 2016: I migliori dieci racconti di Lovecraft
– 2017: Il gioco di carte del Non t’arrabbiare
– 2018: Frederic Brown – La risposta
– 2019/I: Lyon Sprague De Camp – L’incantatore incompleto
– 2019/II: Mark S. Geston – I signori della nave delle stelle
– 2020: Sterling S. Lanier – Il viaggio di Hiero
– 2021: Pohl e Kornbluth – I mercanti dello spazio
– 2022: Robert F. Young – Jonathan e la balena spaziale
– 2023: Andrew J. Offutt – Swords Against Darkness 1-5
– 2025: I migliori dieci eroi della sword and sorcery
– 2026: Kurt Vonnegut – Harrison Bergeron
Ah, no, ecco: nel libro in effetti c’è qualcosa che non ho pubblicato sul blog.
In testa a ciascun articolo ho infatti pubblicato un testo di introduzione, una mezza paginetta in tutto, che offre qualche «dietro le quinte» sulla ragione per cui ho scritto quella recensione, o scelto quel libro, o impostato quell’articolo in quella certa maniera.
Ecco, così abbiamo trovato una ragione per cui merita spendere quell’eurino della copia digitale!
Per non parlare poi della splendida copertina che ho realizzato io stesso!
Quando hai troppo tempo libero
Il blog Libri Pulp è nato per capriccio: avido lettore da sempre, avevo da parte pile di appunti raccolti durante le mie esplorazioni, avventure e scoperte compiute tra le pagine di centinaia di volumi. Sin da bambino infatti avevo preso l’abitudine di scrivere brevi commenti alla conclusione di ogni libro, letto o anche solo abbandonato, integrati a volte da altre riflessioni estemporanee: niente di sconvolgente, certo, ma si trattava di un patrimonio di ricordi che in più di un’occasione mi aveva permesso di riportare alla memoria la trama di un libro dimenticato, o introvabile, o così poco attraente da sconsigliarne una rilettura. E in un’epoca precedente ad internet, quando non c’erano dispensine pronte in ogni angolo della rete, questo tipo di appunti significava sopravvivenza: un fatto o te lo ricordavi da te o era perso per sempre.
Col tempo gli appunti scritti a mano, che ancora preferisco, sono stati sostituiti da lunghe note scritte al computer, che hanno almeno due vantaggi: primo, riesco a leggerle anche a distanza di anni. Non avete idea della calligrafia orribile che mi ritrovo, peggiorata in vent’anni di giornalismo, nei quali la velocità nel prendere appunti era preferibile alla bella grafia: basterebbe forse dire che un amico una volta mi ha preso in giro dicendo che non ho una brutta calligrafia ma un mio font. E poi giorni dopo ha rincarato la dose mandandomi il meme di un’ipotetica protesta dei medici per strada, che esibiscono cartelli scritti a mano, ovviamente illeggibili, accompagnata dalla didascalia: «Potrei anche sostenere la loro causa se solo capissi per cosa scioperano». Bersaglio centrato.
Il secondo vantaggio, e di gran lunga il più rilevante, è la possibilità di fare ricerche nel testo: niente di speciale, un documento Word ripartito su due colonne in cui scrivo tutto quello che mi viene in mente del libro che ho appena terminato o abbandonato, trama inclusa, in coda ad una schedina succinta nella quale sintetizzo le informazioni più rilevanti, come il titolo originale, l’anno di pubblicazione, il voto e le date di inizio e fine lettura.
Così quando cerco un libro non faccio altro che inserirne il titolo – solitamente originale, dato che, se anche si tratta di una traduzione, il titolo italiano spesso cambia di edizione in edizione – e vedere se l’ho già letto. Oppure digito una parola chiave, e spulcio una per una le ricorrenze che spuntano nel documento: non il procedimento più veloce, certo, ma praticissimo per la mia mentalità. E sicuramente efficace.
Ma torniamo alla fine dell’estate 2016, quando ho aperto Libri Pulp: all’epoca avevo poco più di quarant’anni e molto tempo libero. Così un bel giorno ho deciso di mettere a frutto sia quegli appunti sia la mia passione per la scrittura, che mi aveva portato a lavorare nel mondo dell’informazione – all’epoca credevo ancora nella serietà della missione, nell’obiettività della stampa igienica, e nell’integrità dei pennivendoli: ma questa opinione aveva i giorni contati – sin da quando avevo sedici anni e muovevo i primi passi da collaboratore del quotidiano locale. Così, d’estro, ho infine aperto Libri Pulp, subito con questo nome, e subito con lo stesso tema arancione che uso ancora oggi. Assieme al giallo e al marrone, in subordine, l’arancione è infatti il mio colore preferito. Giornata di confessioni, oggi!
La prima versione del sito era un blog gratuito su WordPress.com, che ha tanti vantaggi per chi muove i primi passi: ma, non appena si cresce un pochino, diventa subito troppo stretto. Perciò alla fine del 2020 ho deciso di passare al più flessibile WordPress.org, che pure è gratuito: ma non lo sono i server su cui gira. Ma, anche qui, ho avuto la fortuna di trovare subito un servizio di hosting abbastanza economico («abbastanza» è la parola chiave») con cui mi trovo ancora bene.
Nei primi tempi io stesso non avevo idea di cosa intendessi fare esattamente del blog, dopo averlo aperto: avevo alcuni punti fermi, cioè che avrebbe trattato di libri e racconti; che sarebbe stato dedicato per lo più alla fantascienza, con escursioni nel fantastico generico che pure apprezzo; e che avrebbe avuto per tema la vecchia fantascienza, o per lo meno le vecchie storie del fantastico: quelle, cioè, che hanno inventato e modellato la letteratura d’evasione, ossia i racconti pubblicati sulle riviste pulp americane nei primi decenni del Novecento. Negli anni seguenti la fantascienza mi sarebbe poi venuta a noia – una conseguenza di una nuova visione del mondo, letteralmente – ma l’idea di concentrarmi sulle vecchie storie del fantastico è rimasta: magari non sempre così vecchie come ritenevo in origine ma sempre abbastanza datate, perché difficilmente leggo qualcosa che sia stato scritto dopo gli anni Ottanta.
E da qui nasce appunto il nome del blog, come ad un certo punto mi sono visto costretto a spiegare sul sito stesso, in una pagina dedicata e adeguatamente intitolata «I pulp», dati gli equivoci che continuavano a presentarsi:
I «pulp» dai quali questo blog prende il nome non sono il «pulp» che va di moda da alcuni anni: è un equivoco di cui mi sono reso conto solo molto tempo dopo aver aperto Libri Pulp, quando mi è stato chiesto di recensire «La notte delle croci e delle morti» di Marco Mazzucchelli e Danilo Oggionni.
Quel libro infatti si considera pulp (e lo scrive anche sulla copertina) ma, come genere letterario, quel pulp non ha niente a che vedere con le riviste pulp della prima metà del Novecento, alle quali è invece ispirato il titolo di questo blog, un omaggio ad uno stile di scrittura ormai perduto, come dimostra appunto la comparsa del «pulp» moderno, che si è impossessato di quel vecchio nome, rimasto orfano del contesto in cui era nato. Per fare un po’ di chiarezza sulle differenze tra due generi letterari incompatibili che però condividono la stessa etichetta e risolvere così l’equivoco, copio l’analisi che ne avevo fatto nella recensione citata.
Sono dell’idea che la ragione principale per cui non posso che dare un giudizio negativo del libro derivi da un equivoco: cosa si intende per «pulp».
Nelle mie intenzioni, il «pulp» del titolo di questo blog è un omaggio alle riviste americane degli anni Venti, Trenta e Quaranta, che sono chiamate appunto «pulp (magazines)», dal tipo di carta scadente ma economica su cui erano stampate, ricavata dalla polpa («pulp» in inglese) dell’albero: queste riviste pubblicavano racconti d’azione di ogni genere, dalla fantascienza alla space opera, dalla sword and sorcery al romanzo storico, dall’orrore (Lovecraft ad esempio scriveva su Weird Tales e Weird Tales è divenuta una rivista simbolo dei pulp) al giallo o poliziesco nelle sue molteplici vesti senza trascurare alcun altro sottogenere letterario, in modo tale da attirare i centesimi di tutti gli appassionati di ogni possibile declinazione dell’avventura, dell’azione e del mistero.
Mi rendo conto però che nell’accezione moderna «pulp» ha assunto un significato leggermente diverso e non indica più quel tipo di avventure quasi melodrammatiche bensì un genere diverso, molto più realistico, molto più violento e, soprattutto, molto più spinto e sanguinolento dei racconti in fondo ottimistici delle riviste della prima metà del Novecento: questo nuovo genere, che è senz’altro epigono di quelle storie ma ha preso anche tutta un’altra piega, è esploso negli anni Novanta in seguito al film «Pulp fiction» di Tarantino, che ha rispolverato un termine ormai desueto e lo ha affibbiato al genere splatter per cui quegli gode di un prestigio tanto sconfinato quanto immeritato.
Apprendo infatti dalla Wikipedia che il pulp oggi «è un genere letterario che propone vicende dai contenuti forti, con abbondanza di crimini violenti, efferatezze e situazioni macabre e che di norma viene apparentato con l’hard boiled, il poliziesco e l’horror» (questi ultimi, va detto, sono anche generi tipici delle vecchie riviste): non che la Wikipedia sia una fonte autorevole ma se non altro la sua consultazione aiuta a mettere a fuoco un argomento e a farsi un’idea del modo in cui la massa – o, come piace dire oggi, il «mainstream» – lo recepisce.
Arriviamo così al libro di Mazzucchelli e Oggionni, che già in copertina viene presentato come «un romanzo pulp»: proprio da qui, temo, deriva l’equivoco. Perché «La notte delle croci e delle morti» riflette perfettamente la definizione per così dire moderna di «pulp» che ne dà la Wikipedia ma è agli antipodi del significato tradizionale del termine e delle sue radici, che in origine non solo includeva molti altri generi oltre al giallo orrorifico ma puntava più sull’azione ininterrotta che sull’efferatezza psicologica.
Ecco, io sono sempre stato appassionato di quel genere di storie, quelle delle riviste pulp intendo, da un lato perché erano più immaginative della brodaglia pubblicata negli ultimi cinquant’anni, dall’altro perché parlavano di un mondo pulito e ordinato, un mondo che amo e che già negli anni Ottanta e Novanta, quando iniziavo a leggere questi racconti, non esisteva già più. Un mondo dove si respira il mistero, il senso del meraviglioso, il rispetto verso tutto ciò che hanno fatto i nostri progenitori: un mondo che celebra la grandezza dell’uomo, e che noi stessi – tramite i protagonisti – intendiamo migliorare, per lasciare in eredità ai nostri discendenti qualcosa di bello, per cui farci ricordare con ammirazione.
Proprio per questo agli occhi del lettore contemporaneo, cinico e sprezzante verso tutto ciò che puzza di vecchio, quelle storie appaiono ingenue: l’opinione, infatti, che si è ormai radicata nella nostra società malata e ne ha guastata la mentalità è semmai che ci sia da vergognarsi del passato perché è pieno di pregiudizi, di «cose brutte» da cancellare, e che solo gli estremisti possono rimpiangerlo. Ma, dal momento che oggi tutti sono giudicati estremisti non appena mostrano idee proprie e sfidano il buonpensiero, quest’etichetta ha perso ogni significato e, tolti quei pochi che invece dipendono così tanto dal giudizio del prossimo che hanno ormai rinunciato a pensare con la propria testa, non vuol dire assolutamente nulla: è un po’ lo stesso meccanismo del pastorello bugiardo, a forza di affibbiare etichette al vento quelle etichette perdono ogni valore, se mai ne hanno avuto. Ma, col fatto che non si raccontano nemmeno più le favole tranne quelle che sono passate per il trattamento Disney, che a sua volta solleva ben altri problemi, anche il loro aspetto educativo è andato perduto.
Libri Pulp ha dunque mosso i primi passi attorno alle vecchie storie d’avventura, che magari erano più ingenue ma anche molto più creative e molto meno morbose di quelle attuali: sono avventure nelle quali non solo viene celebrato l’uomo prima di tutto ma si cantano anche la grandiosità e l’inventiva umana, quella che ha permesso ai nostri antenati di uscire dalle caverne e, passo dopo passo, sollevarsi sino a raggiungere la civiltà. Quella civiltà, l’apice della storia e dell’evoluzione umana toccato nella prima metà del Novecento.
Quegli autori e quelle storie non si perdevano cioè in quei piagnistei da pappemolli che iniziavano già a insinuarsi nei prodotti dell’ingegno quando ero bambino, tra gli anni Settanta e Ottanta, e oggi infestano ormai ogni espressione della creatività umana, perché non si tratta più di semplice svago, evasione, ricreazione ma di indottrinamento incessante, di cancellazione e riprogrammazione dell’identità personale e culturale, per plasmare un’umanità nuova, docile e malleabile, priva di radici, idee e nerbo. In altre parole, quell’ibridazione dell’Occidente che da Kalergi in poi è divenuto apertamente l’obiettivo delle elite.
Oggi si celebra la diversità, senza aggiungere che proprio il feticcio della diversità obbligata ha portato al crollo della società e allo svilimento del maschio, soprattutto bianco (il termine inglese «emasculate» rende benissimo, anche in italiano, senza tradurlo, l’immagine della svirilizzazione o «de-mascolinizzazione» in corso); si perseguono ad ogni costo l’integrazione, la femminizzazione e tutte le deviazioni e perversioni possibili e immaginabili, mentre la civiltà va allo sfascio e quella grandezza dell’umanità – quella scintilla, sia fisica sia intellettiva, che i vecchi autori avevano colto e non si stancavano di celebrare – sfiorisce, scompare ogni giorno sempre un po’ di più, finché non solo non resterà più traccia della nostra grandezza di un tempo ma all’uomo mancherà anche la capacità di ripetere, forse persino immaginare, quelle grandi gesta che, a sprezzo della sicurezza e della vita, avevano reso grandi i grandi uomini del passato e con essi contribuito a rendere grande l’umanità.
Ma tutto questo è funzionale al nuovo ordine mondiale, alla nuova società disumanizzata celebrata da certi ideologi pervertiti e perversi per i loro scopi tutt’altro che filantropici; a quella «società aperta», cioè, nella quale una piccola popolazione di schiavi ignoranti ed incapaci sia di guardare al di là dello schermo di un televisore o telefonino sia di aspirare ad una vita diversa, migliore, è sufficiente per servire una minoranza di sibariti degradati che si credono i padroni, e credono pure di averne il diritto.
E così assieme alla grandezza di un tempo sfugge anche la vita, quella reale, quella per la quale l’uomo e la sua grandezza sarebbero stati creati. In altre parole, quello che era – ed è ancora, nonostante gli ostacoli posti sul nostro cammino da omenicchi prepotenti e presuntuosi – il piano divino.
Ma basta così, ho compilato questo libro per celebrare i dieci anni di Libri Pulp e non per scrivere un pistolotto sulla fine della civiltà: questo solitamente lo faccio già sulle pagine del blog.
Ho dunque deciso di commemorare il decennale scegliendo un articolo per ciascun anno a partire dall’apertura del blog, idealmente il migliore o più rappresentativo di quelli pubblicati nei dodici mesi: ho tentato anche di offrire una panoramica dei principali temi ed interessi che affronto sul blog, sul quale non scrivo solo di libri ma di quando in quando anche di giochi da tavolo e di ruolo, l’altra mia passione; e, nel 2022, ho introdotto anche le recensioni in inglese, che mi stanno procurando numerose soddisfazioni con i lettori internazionali, ed una quantità di visite dal resto del mondo che certi giorni superano persino quelle dall’Italia.
I lettori si accorgeranno che c’è un anno vuoto però: il 2024.
Quell’anno ho pubblicato un solo articolo (nemmeno dei migliori, lo riconosco) perché sono stato impegnato dapprima a scrivere il mio primo libro, «Niente palle, la terra è piatta»; poi a combattere una grave malattia che ha ispirato il mio quarto libro, «L’uomo nuovo del nuovo mondo», che è anche il mio primo romanzo. Così ho sfruttato quel buco per pubblicare ben due articoli relativi al 2019, dato che non riuscivo a decidere quale preferire all’altro.
Sono soddisfatto della selezione, e sono ancora più soddisfatto del traguardo dei dieci anni: e posso rassicurare i miei lettori che è mia intenzione continuare a pubblicare recensioni ancora per molto tempo. Sono un brontolone per natura, ed il blog mi dà l’opportunità di gridare al vento i miei rimproveri.
Bene, direi che come introduzione può bastare: vi lascio ora alla lettura degli undici articoli più rappresentativi di Libri Pulp, quelli che ho scelto per voi come catalogo della mia produzione: buona lettura!