Quando un libro comincia bene, prosegue meglio e naufraga proprio nelle ultime pagine è impossibile non restarci male: perché ci si era illusi, ci si aspettava un finale migliore, magari uno che avesse persino un legame col resto della storia, o anche solo un po’ di senso. Ma quando un libro è come «Astroincendio doloso» (The Lifeship, 1975), scritto da due giganti della fantascienza come Harry Harrison e Gordon Dickson, la delusione è dietro l’angolo: perché promette di essere una grande storia che ruota attorno ad un piccolo evento – e per questo ancora più grande, dal momento che rende interessante un fatto di per sé privo di interesse – ed invece si perde in un finale inutilmente aggrovigliato ed illogico.
Ed è un vero peccato, perché per il resto sarebbe un gran bel libro: tutta la parte ambientata all’interno della scialuppa di salvataggio del titolo originale è infatti solidissima, a cominciare dalle idee per proseguire poi con le interazioni personali che si sviluppano a bordo. Ma alla fine, quando i superstiti toccano terra, il naufragio della nave diventa anche quello del libro.
Naufragio per sabotaggio
Inizialmente pubblicata in tre puntate su Analog (dal febbraio all’aprile 1975), la storia si apre nel momento in cui il trasporto spaziale su cui si trovano il protagonista, un certo Giles Ashad del clan dell’Acciaio (un blasonato: l’aristocrazia paternalistica della terra futura), ed alcune centinaia di lavoratori destinati ad un altro pianeta viene danneggiato da un sabotaggio: in una stiva esplode una bomba che provoca danni seri allo scafo e per questa ragione la nave deve essere abbandonata in gran fretta. Ma solo una delle scialuppe di salvataggio, quella assegnata a Giles e pochi altri, funziona mentre tutte le altre sono state messe fuori uso: questo significa che solo una decina di passeggeri riescono a mettersi in salvo prima del disastro.
Solo nel finale si scoprirà che era stato lo stesso Giles a piazzare quella bomba – per ragioni sue che sono più importanti della vita di centinaia di umili inferiori – anche se poi la sua era stata sostituita con un’altra più potente dagli stessi membri del complotto che il protagonista voleva sventare: a questi agenti si deve anche il sabotaggio delle altre scialuppe. Ciononostante, anche prima di apprendere che la responsabilità del disastro non è del tutto sua, Giles non mostra mai un briciolo di rimorso per quello che ha fatto: infatti, dietro le belle parole e le finte intenzioni umanitarie dei blasonati, per l’elite condiscendente gli inferiori sono solo schiavi sacrificabili. Una nota di attualità.
Tre quarti della storia sono dunque ambientati nella scialuppa e presentano una buona varietà di situazioni, quelle tipiche che ci si potrebbe aspettare in simili circostanze, alle quali se ne aggiungono altre che dipendono dalla particolare mentalità degli alieni a bordo, i due assegnati alla guida e manutenzione dello scafo in caso di emergenza: come ogni altra astronave infatti, anche il trasporto appena naufragato appartiene alla specie dei Nareth, dai quali i terrestri semplicemente noleggiano le navi invece di costruirsele, per una questione di costi. I Nareth vivono quasi in simbiosi con i loro vascelli ed ignorano ogni senso di individualità, annullata dal senso di appartenenza alla specie, più importante dei singoli: per loro morire nello spazio, con la loro nave, è il sogno di tutta la vita.
Data la sua importanza, merita spendere due parole anche sulla scialuppa, che è un ambiente unico, divisibile da paratie mobili che servono solo a bloccare la vista: la sopravvivenza di tutti ruota attorno ad una speciale pianta modificata geneticamente, l’ib, i cui rami crescono lungo tutte le pareti e vengono nutriti da un apposito serbatoio in cui finiscono tutti i rifiuti e da una luce azzurra ad ultravioletti. Questa pianta fornisce sia il riciclo dell’aria sia il cibo, perché i suoi frutti vanno pressati e forniscono così sia l’acqua (leggermente dolce) sia una polpa insapore che però è ricca di proteine. Una fossa biologica ed un piccolo lavandino integrano il ciclo nutritivo dell’alberello e costituiscono tutti i servizi igienici a bordo.
Oltre a Giles e ai due Nareth, nella scialuppa hanno trovato scampo anche sei lavoranti ed un manovale, ulteriore sottoclasse di umani cresciuta in laboratorio per essere stupida ma forte e resistente: presto però i Nareth scendono a uno solo, la comandante e pilota, quando il meccanico di bordo esce per una riparazione e rimane vittima di un incidente.
Il paternalismo delle elite
Per farla breve, Giles vuole uccidere un suo vecchio amico, Paul Oca del Gruppo Filosofico, un altro blasonato, che si è riempito la testa di ideali di libertà ed uguaglianza per i lavoranti: e queste sue idee contrastano con i principi più ortodossi del protagonista, deciso a fare di tutto per tutelare i suoi privilegi.
Sulla terra del futuro e relative colonie infatti, dietro le belle parole, non esiste libertà, perché pochi eletti comandano le schiere dei lavoratori privi di diritti, che devono solo obbedire ciecamente e portare rispetto incondizionato agli ottimati: secondo Giles, i blasonati sarebbero educati in maniera tale da essere altruisti, ossia operare per il bene dell’umanità prima che per se stessi, ma al di là degli slogan rimane che gli inferiori sono oppressi dal paternalismo delle elite.
I blasonati sono quindi dei padroni che secondo «Il Piano» redatto quasi tre secoli prima ritengono sia loro compito guidare le classi inferiori, proteggerle perché da sole non sanno cosa sia il meglio, e «pensare al giovamento dell’avvenire della razza umana». In altre parole, sono degli Unti che credono che sulle loro spalle gravi tutto il peso dell’umanità, che ritengono troppo stupida per governarsi e decidere da sola cosa sia meglio per sé: i lavoranti infatti non hanno nemmeno libertà di movimento.
Ma così, senza essere mai lasciati liberi di sbagliare, gli inferiori non possono nemmeno crescere e affrancarsi dalla guida illuminata dei blasonati: è studiato proprio bene questo Grande Reset.
Una nuova umanità
In quarantasei giorni di convivenza forzata con i lavoranti però Giles si rende conto che anche i lavoranti sono esseri umani e che sono più che capaci di provvedere a se stessi senza interferenze esterne, così pian piano rivede le sue idee sulla categoria: tuttavia è sempre determinato a far fuori Paul Oca, il suo amico.
Questi infatti sta progettando una rivoluzione che ha il duplice scopo di eliminare i blasonati e liberare i lavoranti: sulla carta sembrerebbe un buon progetto ma in realtà Paul Oca è solo un pazzo, manipolato da un’ulteriore fazione (la polizia), che progetta lo sterminio tanto dei blasonati quanto dei manovali per instaurare un nuovo regime, ancora più oppressivo e dissennato di quello attuale. Sono stati proprio gli operativi della polizia a sostituire la bombetta di Giles con quella più potente che fatto naufragare il trasporto e a sabotare tutte le scialuppe tranne quella del protagonista e degli altri superstiti, tra i quali si era infiltrata anche una dei loro agenti.
Finalmente condotto in salvo sul pianeta che voleva raggiungere (la bomba che aveva piazzato serviva proprio a danneggiare il trasporto per costringerlo a far scalo su questo mondo di scarsa importanza, per le riparazioni), Giles arriva al faccia a faccia con Paul Oca: tutte le scenette che si susseguono dal momento in cui tocca terra sino all’epilogo hanno poco senso e sono fortemente binariate verso la risoluzione finale, quando una certa poliziotta, la vera cattiva della storia, viene uccisa.
A quel punto Giles presenta la sua teoria per salvare il futuro sia dell’umanità sia dei Nareth, in pratica fondendo tra loro elementi delle due diverse mentalità per ovviare alle reciproche lacune: per gli umani, individualisti, si tratta di pensare anche in termini di continuazione della specie; per gli alieni, collettivisti, si tratta di aggiungere un tocco di individualità e umanità nella loro quotidianità.
Peccato per il finale
Senza l’ultimo quarto la storia sarebbe stata solida: le descrizioni della vita a bordo della scialuppa, della difficile convivenza forzata, delle interazioni che si creano tra i personaggi, dei problemi improvvisi e via dicendo sono piuttosto varie e interessanti, nonostante la limitatezza dell’ambiente e della prospettiva. Ma la coda sul pianeta è decisamente troppo sciatta e in contrasto col resto del romanzo per essere tollerabile: ciò che davvero irrita e fa precipitare il finale è proprio il tocco tipico di Dickson, incapace di tenersi a freno quando comincia col superumanesimo messianico dei suoi protagonisti.
Dickson infatti ha tanti pregi – belle storie, buoni intrecci, idee solide, un amore sconfinato per la libertà e la sua tutela – ma anche un unico difetto che spesso interviene a rovinare le sue storie: non tutte magari (si vedano ad esempio i racconti degli Hoka o quelli ambientati su Dilbia) ma una buona parte, e sicuramente le sue opere più note, come gli insoffribili Dorsai. E questo difetto è proprio trasformare i suoi protagonisti in piccoli messia così perfetti e capaci, autentici superuomini: lo stesso accade nel finale di questo romanzo, quando questa tipica deriva superumanistica trasfigura Giles, che fino a quel momento era solo superiore all’uomo medio, in un essere umano quasi divino. Per cui viene meno non solo l’identificazione del lettore col protagonista, importante per una storia di questo tipo, ma anche la simpatia che si può provare per il personaggio, così distante e affettato da risultare quasi antipatico.
Tolto questo, il romanzo sarebbe molto più gradevole: per loro grande attualità si apprezzano in particolare le ruminazioni sulla libertà, sul paternalismo dei blasonati che si sentono i custodi dell’umanità, e sul regime totalitario esistente sulla terra, instaurato secoli prima per superare un momento di difficoltà percepita e da allora poi mai più messo in dubbio.
Ma almeno il libro si legge in fretta e basta da solo a riempire un pomeriggio di pioggia.