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Marco Mazzucchelli e Danilo Oggionni – La notte delle croci e delle morti

In un blog come Libri Pulp, dedicato ai vecchi libri, un romanzo pubblicato a marzo di quest’anno ci sta un po’ come i cavoli a merenda: tuttavia il mese scorso ho ricevuto da uno degli autori una copia omaggio (in pdf) del libro «La notte delle croci e delle morti» di Marco Mazzucchelli e Danilo Oggionni ed ho acconsentito a scrivere una recensione sincera dell’opera, ovviamente secondo i miei criteri di valutazione.
Ora, a lettura terminata, è venuto il momento di pubblicarne la critica, che non è proprio favorevole.

Una parola equivoca
Sono dell’idea che la ragione principale per cui non posso che dare un giudizio negativo del libro derivi da un equivoco: cosa si intende per «pulp».
Nelle mie intenzioni, il «pulp» del titolo di questo blog è un omaggio alle riviste americane degli anni Venti, Trenta e Quaranta, che sono chiamate appunto «pulp (magazines)», dal tipo di carta scadente ma economica su cui erano stampate, ricavata dalla polpa («pulp» in inglese) dell’albero: queste riviste pubblicavano racconti d’azione di ogni genere, dalla fantascienza alla space opera, dalla sword and sorcery al romanzo storico, dall’orrore (Lovecraft ad esempio scriveva su Weird Tales e Weird Tales è divenuta una rivista simbolo dei pulp) al giallo o poliziesco nelle sue molteplici vesti senza trascurare alcun altro sottogenere letterario, in modo tale da attirare i centesimi di tutti gli appassionati di ogni possibile declinazione dell’avventura, dell’azione e del mistero.
Mi rendo conto però che nell’accezione moderna «pulp» ha assunto un significato leggermente diverso e non indica più quel tipo di avventure quasi melodrammatiche bensì un genere diverso, molto più realistico, molto più violento e, soprattutto, molto più spinto e sanguinolento dei racconti in fondo ottimistici delle riviste della prima metà del Novecento: questo nuovo genere, che è senz’altro epigono di quelle storie ma ha preso anche tutta un’altra piega, è esploso negli anni Novanta in seguito al film «Pulp fiction» di Tarantino, che ha rispolverato un termine ormai desueto e lo ha affibbiato al genere splatter per cui quegli gode di un prestigio tanto sconfinato quanto immeritato. Apprendo infatti dalla Wikipedia che il pulp oggi «è un genere letterario che propone vicende dai contenuti forti, con abbondanza di crimini violenti, efferatezze e situazioni macabre e che di norma viene apparentato con l’hard boiled, il poliziesco e l’horror» (questi ultimi, va detto, sono anche generi tipici delle vecchie riviste): non che la Wikipedia sia una fonte autorevole ma se non altro la sua consultazione aiuta a mettere a fuoco un argomento e a farsi un’idea del modo in cui la massa – o, come piace dire oggi, il «mainstream» – lo recepisce.
Arriviamo così al libro di Mazzucchelli e Oggionni, che già in copertina viene presentato come «un romanzo pulp»: proprio da qui, temo, deriva l’equivoco. Perché «La notte delle croci e delle morti» riflette perfettamente la definizione per così dire moderna di «pulp» che ne dà la Wikipedia ma è agli antipodi del significato tradizionale del termine e delle sue radici, che in origine non solo includeva molti altri generi oltre al giallo orrorifico ma puntava più sull’azione ininterrotta che sull’efferatezza psicologica.

Una trama un po’ troppo…estrema
A dire il vero, la copertina parla anche di «personaggi libertini» ed «atmosfere trasgressive», che sono giusto degli eufemismi rispetto ai reali contenuti del romanzo: personaggi ed atmosfere sono piuttosto un campionario di volgarità e perversioni sessuali, descritte nel dettaglio con abbondanza di turpiloquio e pure qualche bestemmia. Questa scelta stilistica è abbastanza comune nel nuovo genere pulp perché fa molto duro e schietto – come un pugno allo stomaco, appunto – ma è impensabile nell’ambito dei pulp classici, che invece avevano nello stile e nel buon gusto due dei loro elementi più accattivanti: quegli autori, che pure facevano uso di espressioni brevi, dirette, energiche e in certi casi pure gergali, sarebbero inorriditi di fronte allo stile spoglio e colloquiale, a volte persino dialettale, che è invece uno dei bastioni del genere pulp moderno e del quale si trova un uso estensivo nella «Notte delle croci e delle morti», il libro che viene qui commentato.
Come lascia intendere il titolo, tutta la storia si svolge nell’arco di una mezza giornata, con l’epilogo in tarda serata, quasi notte, quando si consumano le attese morti, il minimo indispensabile per il plurale. La storia segue le vicende di due drogati, Luis e Brando, detto «zio», che sulla strada per il concerto di un gruppo grindcore si fermano a casa del signorotto dello spaccio locale per fare rifornimento ed intanto sistemare con lui un piccolo incidente accaduto la settimana precedente: gran parte della trama si svolge nell’abitazione di questo capetto, dove si sta preparando una festa sfrenata, con estremi di una degradazione così sfrenata che sembrano sottintendere un imminente sabba.
Qui Brando (tutta la storia è narrata dal suo punto di vista) ha modo di incontrare un campionario di figure borderline, per lo più macchiette che servono per allungare una trama già debole e dare un po’ di colore: i momenti culminanti di questa esperienza sono la «confessione» del protagonista ad un falso prete – i cui contenuti, diviene chiaro col proseguire della storia, occupano i capitoli pari, mentre la trama principale è descritta nei capitoli dispari – ed un incidente causato da Luis allo spacciatore, che avrà il suo epilogo nelle ultime pagine. Nel corso della storia si può notare anche un ribaltamento dell’identità dei personaggi: Luis, che all’inizio sembrava il più pazzo dei due protagonisti, è in realtà quello più sensato mentre il narratore, che pareva più pacato, quasi passivo nei confronti dell’amico, è il vero squilibrato ed è proprio alle sue turbe che fanno riferimento le croci del titolo.
Contrariamente alle mie abitudini, di più sulla trama non dico: preferisco invece soffermarmi ancora sull’analisi del libro.

Un’unghiata sulla lavagna
Lo stile, si è detto, è spoglio, secco e diretto: gli autori non fanno niente per cercare una bella prosa ma si accontentano di un uso colloquiale della lingua, lo stesso linguaggio zeppo di volgarità che, certo, ci si può aspettare da due derelitti ma che stona sulle pagine di un libro. E nonostante questo stile informale, che aiuta a mascherare o almeno dissimulare gli errori, ci sono parecchie sgrammaticature, come: «Qualcuno ci c’entra» (con la macchina), «ci sedavamo», «gli sputa» (ad un personaggio femminile), «nessun’altro».
Assieme ad altri orrori di minore entità (che includono «affinchè», «affianco a», «la» senza accento e l’orribile «famigliare» che errore non è più ma stride come un’unghiata sulla lavagna) e a diverse incertezze redazionali (si vedano la testata del capitolo 14, che è in corsivo invece che in tondo come tutti gli altri; un paio di parole mancanti qua e là che il lettore deve intuire da sé; l’uso non uniforme di modi di dire discutibili ma ormai entrati nell’uso comune: nella stessa pagina, a distanza di tre righe l’uno dall’altro, si trovano ad esempio fianco a fianco il colloquiale «rispetto i due piani» ed il più corretto «rispetto al piano di sotto»; altrove invece si fa uso dell’orribile «di settimana scorsa» senza l’articolo e, più avanti, anche del più melodioso «è successo la settimana scorsa», con l’articolo; meglio sarebbe stato scegliere la forma preferita ed attenersi a quella per tutto il libro), si può affermare che la revisione finale del volume lascia molto a desiderare: anzi, da una casa editrice che si chiama L’Erudita sarebbe lecito aspettarsi ben altra qualità.
Per effetto della struttura e dello stile succinto già commentato, la narrazione stessa non è sempre chiarissima, tanto che a volte non si capisce chi stia parlando, soprattutto quando nella stessa scena compaiono tre o quattro personaggi e tutti hanno almeno una riga di dialogo: aggiungere qualche noterella come «afferma Tizio», «replica Caio» o «prosegue Sempronio» avrebbe aiutato molto nella comprensione, anche se in definitiva gran parte della trama è solo riempitiva e non attribuire un virgolettato al personaggio corretto non influisce poi troppo sull’intreccio.
La storia infatti è molto semplice e, senza la lunga tirata degli eventi nella casa dello spacciatore, poteva essere ridotta di una buona metà o forse anche più: di conseguenza non ci si riesce a scrollare di dosso l’impressione che gli autori vogliano tirarla per le lunghe di proposito senza arrivare mai al dunque e che per questo continuino solo a ritardare il momento della rivelazione, tanto attesa quanto necessaria. Il lettore – che sin dall’inizio si trova spaesato, catapultato nel mezzo di una storia di cui ignora i precedenti, che però sono la chiave per comprendere gli eventi in corso – è quindi costretto a mandar giù diverse situazioni paradossali ma tutte simili nelle quali da un lato chi sa ripete che non c’è tempo per una spiegazione ma dall’altro si prende anche tutto il tempo necessario per respingere a ripetizione le obiezioni dell’interlocutore curioso: ed intanto scorrono le pagine, riempite di aria.
Per scendere ancora più nello specifico, i contenuti del romanzo sono difficili da valutare secondo il metro dei pulp tradizionali: rimango dell’idea che sesso e volgarità non debbano mai trovare spazio in un libro – al massimo si dovrebbe lasciar intendere cosa stia per accadere e poi staccare per riprendere la narrazione a cose fatte: questa almeno era la buona pratica delle storie di un tempo – ma mi rendo anche conto che sono uno degli elementi distintivi del nuovo genere pulp, quindi in questo caso non solo bisogna farsene una ragione ma gli appassionati – ai quali è necessariamente rivolto questo libro – probabilmente se li aspettano pure. Rimane che li trovo fuori luogo, piuttosto un impoverimento delle risorse narrative e della ricchezza lessicale dell’italiano che l’abbattimento di una barriera linguistica o una sperimentazione narrativa.
Per queste ragioni, nell’insieme «La notte delle morti e delle croci» non mi ha proprio fatto una buona impressione.

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