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John Maddox Roberts – Window of the Mind (Space Angel 2)

Alieni e primo contatto sono tra i temi più affascinanti della fantascienza; intrighi, vendette e complotti sono invece tra i meno eccitanti: e così «Window of the Mind» di John Maddox Roberts (1988), seguito diretto di «Viaggio in fondo alle stelle», riesce al tempo stesso un libro appassionante e fiacco, il che lo rende un libro nell’insieme deludente. Perché la storia prende spunto proprio da un primo contatto con un’altra specie per costruire la cornice di una trama che poi però si interessa soprattutto all’intricatissimo piano del cattivo di turno per farla pagare all’odiato rivale (il mercantile Star Angel e la sua capitana HaLevi) e solo in un secondo tempo, quasi come un ripensamento, si ricorda di includere anche l’incontro con gli alieni, che per il resto se ne restano tranquilli sullo sfondo.
E così la storia riesce zoppa: perché mostra poco di quello che piace e tanto di quello che annoia.

Una vendetta a lungo progettata

Pubblicato nel 1988 e da allora mai più ristampato, nemmeno in inglese, «Window of the Mind» è dunque il seguito del gradevole «Viaggio in fondo alle stelle», che era uscito nel 1979 e alcuni anni più tardi aveva trovato spazio anche tra gli Urania: questa nuova storia, che però non è mai stata tradotta in italiano, è infatti ambientata pochi mesi dopo la conclusione della precedente e continua a seguire le vicende del mercantile indipendente Space Angel.
Con una differenza: c’è un nuovo protagonista. All’ex mozzo Kelly, appena promosso spaziale di prima classe e quindi passato ad un altro mercantile come vuole la tradizione, subentra Kiril, un’orfana sedicenne con poteri telepatici latenti, un talento fondamentale per farsi amici gli alieni: e questa volta Roberts non tenta nemmeno di scrivere una storia corale attorno all’equipaggio della Space Angel, anche se mantiene una buona caratterizzazione dei personaggi. Da subito infatti mette in chiaro che Kiril è l’unica protagonista: usa quindi il resto del cast per preparare il contorno della vicenda di cui la vendetta è il piatto principale e poi gettarvi a freddo la nuova eroina, che deve districarsi da sé in una faccenda che non le appartiene.
Tutto comincia quando viene scoperta una razza aliena progredita, probabilmente più degli stessi terrestri, che pure hanno già colonizzato diversi pianeti e hanno pure trovato il tempo di farsi guerra più volte: e, per la sola ragione che l’equipaggio della Space Angel è l’unico ad avere già avuto contatti con alieni di qualche tipo, al mercantile viene ordinato di aggregarsi alla spedizione esplorativa incaricata di farsi amici gli extraterrestri, formata da una superammiraglia della flotta e da una supernave da crociera non ancora ultimata delle linee Satsuma, per la parte scientifica.
Ma in realtà dietro alla convocazione d’urgenza – che insospettisce tanto i protagonisti quanto puzza al lettore – si cela il desiderio di vendetta del capospedizione, un certo Izquierda, ex ammiraglio della flotta ed ora altissimo dirigente della Satsuma: anni prima, nelle fasi finali di una guerra tutta umana, questi (che era ancora un papavero della Marina) era stato accusato di negligenza proprio dalla capitana HaLevi della Space Angel, per aver abbandonato a morte certa migliaia di profughi pur di salvaguardare i suoi interessi privati, ossia le navi della compagnia di navigazione Satsuma, dalla quale infatti a guerra finita ha ricevuto un contratto d’oro.
Da allora tutti i testimoni, i giudici e le altre persone coinvolte nel processo che seguì la denuncia e si è concluso con la condanna dell’ammiraglio sono morti, molti in circostanze misteriose: solo la HaLevi se l’è scampata. Sinora: perché il malvagio Izquierda ha deciso di regolare i conti anche con lei, ed in maniera tale da dannare in eterno la memoria della capitana e della sua nave.
Il piano è eliminare tutti a bordo e poi usare la gemella della Space Angel (la cannoniera «Guardian Angel») per bombardare a tradimento l’insediamento alieno e così far ricadere sulla HaLevi e sul suo equipaggio la colpa postuma dell’inevitabile guerra galattica che l’attacco a sorpresa dovrebbe scatenare. Ma gli alieni sono più svegli di quanto Izquierda immagina: e per tutto il resto c’è Kiril, che è ancora più sveglia degli alieni.

Gli alieni dalla pelle blu

Alla fine «Window of the Mind» racconta una buona storia con giusto un po’ troppe pretese: il nucleo infatti, ossia gli alieni ed il primo contatto, è solido ma da solo non regge tutto il libro, soprattutto perché ha bisogno di una serie di «spinte» preventive per mettersi in moto. E queste spinte giungono dalla parte debole del libro, che purtroppo è anche la principale: quella legata da una parte al tradimento telefonato e all’altrettanto telegrafata vendetta dell’antagonista e dall’altra alle vicende personali della giovane protagonista, che continuano ad intrecciarsi tra loro in una ridda di banalità e svolte prevedibili. È il niente, e pure tirato per le lunghe.
Così purtroppo in questa avventura c’è poco spazio per le relazioni tra la decina di membri dell’equipaggio del mercantile, che invece erano una delle parti migliori del precedente «Viaggio»: la storia infatti non è più così corale come ci si sarebbe aspettati ma al contrario retrocede quei personaggi a semplici comparse che da un lato si riconoscono solo in virtù della buona caratterizzazione del primo libro, dall’altro servono soprattutto per mettere in luce i molti talenti di Kiril, che nonostante la forzatura dell’essere il tassello indispensabile per la riuscita dell’operazione e della trama almeno riesce un personaggio gradevole.
Per far brillare Kiril infatti tutti gli altri devono perdere fette abbondanti di quoziente intellettivo, per non vedere più in là del proprio naso: persino Omero – l’alieno simile ad un granchio gigante, intelligentissimo ed esperto di culture e lingue, che si era unito alla Space Angel nella precedente avventura – fallisce miseramente nella sua unica specializzazione, perché non riesce né ad intuire né a comprendere la particolare forma di comunicazione di questi nuovi alieni dalla pelle blu, che usano sì il linguaggio vocale ma soprattutto la telepatia. Al contrario Kiril, che ha leggeri poteri psichici latenti di cui nessuno, nemmeno lei, si era mai reso conto prima, ha già in partenza quel dono naturale che le permette di fare subito amicizia con gli alieni e poi di padroneggiare la loro lingua in meno di due giorni di studio, sia pure con l’ausilio di una macchina sorprendente.
Rimane così da parlare degli alieni, gli Dzuna, che sono l’esca con cui questo libro attira i lettori: ma si vedono troppo poco per essere in qualche modo rilevanti. Sono giusto un espediente narrativo, il contrappeso necessario per far proseguire la trama principale quando giunge ad un punto morto e deve essere ravvivata. Simili agli umani, dalla pelle blu e rivestiti solo di qualche cinghia di cuoio finemente lavorata, gli Dzuna riescono abbastanza strani da incuriosire il lettore, non solo per via della loro lingua in parte vocale ed in parte telepatica ma anche per la loro tecnologia organica, incluse le astronavi che crescono da un seme e si ricaricano gettando le radici nel terreno: da una serie di dettagli la HaLevi ricava che devono essere una razza pacifica ma combattiva. Anche se non hanno ragione né di credere agli umani, che anzi li hanno appena attaccati a tradimento, né di prestare assistenza ai protagonisti, non solo si fidano dei naufraghi della Space Angel ma li aiutano anche attivamente a riprendere il controllo della situazione e a capovolgere così una situazione potenzialmente drammatica in una dalla quale tutte le parti traggono benefici. E così la giustizia può finalmente trionfare.
Ma nulla riesce a cancellare l’impressione che gli alieni servano solo per mettere in moto gli eventi e portare così alla risoluzione della vera storia, quella che sta realmente a cuore all’autore: la rivalità tra Izquierda e la HaLevi, il desiderio di vendetta del primo ed il senso di giustizia della seconda. Con Kiril nel mezzo, lo strumento di cui il Bene si serve per sconfiggere ancora una volta il Male.
Nel complesso quindi «Window of the Mind» è un libro ambizioso che però arranca per tutto il tempo e arriva a destinazione con le ruote sgonfie: promette molto più di quello che mantiene e, come con certi film, le parti migliori sono proprio quelle viste nella pubblicità.

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