La fantascienza pullula di stramberie, anche se diventano sempre più rare: la difficoltà infatti non è tanto sapere che esistono quanto piuttosto riuscire a scovarle, perché in genere dopo la prima pubblicazione queste storie tendono a scomparire dalla circolazione. E raramente arrivano in Italia.
Si prenda ad esempio il racconto «Jonathan and the Space Whale» di Robert F. Young, uscito per la prima volta sul Magazine of Fantasy and Science Fiction nel 1962 e poi dimenticato da tutti, a parte alcune traduzioni (mai in italiano) apparse qua e là negli anni immediatamente successivi: non c’è dubbio che appartenga a pieno diritto alla categoria delle stravaganze, perché tutta la storia ruota attorno ad una balena enorme, lunga mille miglia, che nuota nello spazio e si nutre di asteroidi e polvere cosmica.
E non è neppure l’unica della sua razza: è solo l’ultima, rimasta indietro nella nostra galassia per ragioni sue che verranno spiegate nel racconto, mentre le sue compagne, tutte dalla vita lunghissima, si sono già trasferite nella galassia chiamata Mercier 31, ossia Andromeda.
E, con questo spunto bizzarro, la storia prende subito una strana piega.
Jonathan nel ventre della balena
Nel 2339 questa balena viene dunque avvistata nel sistema solare, dove ha appena divorato un asteroide gigante: è così che viene individuata, per la scomparsa improvvisa del corpo celeste, che veniva tenuto sotto controllo dagli astronomi.
Il protagonista, il cannoniere Jonathan Sands, è imbarcato sull’astronave da guerra alla quale viene ordinato di eliminare la balena, che si teme essere una minaccia per l’intero sistema solare: sarà proprio la sua batteria – della quale è l’unico artigliere – quella che dovrà aprire il fuoco contro il titano dello spazio. Ma al momento di sparare il nostro combina un pasticcio, fallisce il colpo e si mette in guai seri col suo «uovo», che in sostanza è un guscio separato dalla nave in cui si trovano solo lui ed il suo cannone. Perso contatto con l’astronave, Sands viene quindi attratto dalla gravità della balena, che ad un certo punto lo assorbe, per evitare che muoia asfissiato.
Si ritrova così nella pancia della balena, che è un mondo abitabile, con tanto di sole, stelle, aria, terre coltivate e persino abitanti: sono i discendenti di un’astronave terrestre, la Prosperity, che la balena aveva assorbito trecento anni prima, nonostante il divieto della sua razza di divorare le astronavi. A bordo della Prosperity si trovava infatti un gruppo di coloni diretti su Venere che, una volta nella pancia della balena, non si sono persi d’animo ma si sono riorganizzati e hanno messo in piedi una società analoga a quella della metà del secolo scorso, l’epoca in cui l’autore scrive.
Una Bibbia molto riveduta
Questa società è stabile ed ordinata e si regge in piedi perché alle nuove generazioni viene raccontata una bugia: tutti sono convinti di trovarsi ancora sulla terra e di essere i discendenti dei salvati dopo che Dio ha punito la malvagità degli uomini con un nuovo diluvio. Secondo la storia ufficiale, quelli che dovevano essere i quattro capi della spedizione originale sarebbero stati incaricati da Dio di costruire un’arca in cui accogliere certe famiglie (quelle dei naufraghi) e caricare a bordo semi, macchinari, libri e tutto il resto dell’equipaggiamento di cui era dotata la spedizione: perciò i loro discendenti sarebbero tutto ciò che rimane dell’umanità. Per evitare poi che in futuro qualcuno possa scoprire la verità, Dio avrebbe anche proibito agli uomini di lasciare la terra per esplorare il cielo: così la bugia è salva.
Tutto questo palco si regge ancora perché la Bibbia (qui con discrezione chiamata solo «il Buon Libro») è ovviamente centrale nella vita della comunità: ma non è la solita Bibbia bensì la fusione delle traduzioni inglesi cattolica (la Douay) e protestante (la King James) con ulteriori interpolazioni apocrife e l’aggiunta di una terza parte, il Testamento Moderno, composto da cinque libri (intitolati con i nomi dei capi della Prosperity) che raccontano la storia del secondo diluvio e spiegano il modo di costruire i motori a scoppio ed elettrico e di raffinare il petrolio, così da salvaguardare le conoscenze e la civiltà. Dai libri canonici sono poi state espunte alcune parti, come il libro di Giona o i riferimenti alla luna, che nella pancia della balena non esiste.
Un nuovo pianeta per i salvati
Oggi i discendenti di quei coloni vivono bene, anche se ignorano la verità: hanno una città, stanno terminando la costruzione della seconda, e hanno fattorie su buona parte delle terre contenute nella pancia della balena. Ma usano anche l’auto per ogni spostamento – ognuno ha la sua – che vanno tutte a benzina: compare così un primo accenno di critica ai costumi degli americani dei primi anni Sessanta, che non è ancora un messaggio ambientalista (all’epoca il movimento si stava ancora formando) ma il tentativo dell’autore di richiamare l’attenzione sulle conseguenze di un certo stile di vita troppo superficiale. Infatti il nocciolo del problema qui non è tanto il traffico né l’inquinamento come si aspetterebbe il lettore moderno bensì il prosciugamento delle risorse naturali e lo scempio dell’ecosistema: perché il progresso, la proliferazione dei «prosperiani» e l’estrazione delle materie prime dall’ambiente stanno uccidendo la balena. E quando sarà morta, anche il mondo al suo interno morirà, umani compresi.
E la balena lo sa.
Infatti è una creatura intelligente: non solo, è pure telepatica e di quando in quando scambia conversazioni drammatiche con Jonathan, l’unico col quale Andromeda (il nome di comodo che le viene attribuito dal protagonista, perché Andromeda sarebbe la sua destinazione ma, come l’Andromeda del mito, è legata alla nostra e attende che si compia il sacrificio) possa parlare, in quanto tutti gli altri abitanti ignorano la loro situazione e cercare di comunicare con loro servirebbe solo a farli spaventare. Così Andromeda passa tutte queste informazioni al protagonista: sta morendo perché gli uomini la stanno uccidendo, dal momento che consumano le risorse più rapidamente di quanto lei riesca a produrle. Questa è anche la ragione per cui alle balene è proibito mangiare astronavi: perché gli uomini sono come batteri che le uccidono dall’interno; ma quando aveva assorbito la Prosperity era ancora troppo giovane per capirlo. E adesso, sebbene sia vecchia di migliaia di anni, è ancora giovanissima: ha l’equivalente di diciassette anni.
E Sands, che le si è affezionato, vuole salvarla.
A questo punto sono passati solo pochi mesi dal suo arrivo ma il protagonista si è già sposato ed è anche cresciuto di prestigio nella comunità, da vagabondo e bracciante agricolo a pubblicitario di successo: e Sands sfrutta proprio gli strumenti della sua professione per lanciare attraverso la tv una serie di messaggi subliminali nei quali si dice che c’è una crisi in arrivo e che bisogna rivolgersi proprio a Jonathan Sands per superarla perché è il solo in grado di risolverla.
Così, condizionati dalla pubblicità subliminale, i prosperiani obbediscono: gli chiedono di risolvere la crisi. E lui, che aveva già preparato tutto con Andromeda, raduna il suo popolo in un certo punto e lo conduce su un nuovo pianeta, identico alla terra ma ancora vergine, sul quale la balena deposita tutti semplicemente facendoli filtrare attraverso il suo corpo. E poi Andromeda si allontana, per raggiungere le sue compagne nell’altra galassia: ora non ha più le catene che la tenevano legata alla nostra come il personaggio del mito.
La pubblicità, una nuova religione
E così nel finale la storia si carica anche di toni messianici, che pure Young aveva accuratamente evitato quando mostrava il protagonista intento ad esplorare la nuova Bibbia: ma proprio nelle righe conclusive Sands diventa una figura simile a Mosè che guida l’esodo del popolo verso la terra promessa, oltre che il salvatore della balena e, per esteso, dell’ambiente. E così si trasfigura anche in una sorta di Greta, tanto per restare in tema di messianesimo.
La storia infatti è percorsa da un certo ambientalismo precoce: non si limita a parlare solo degli effetti disastrosi del progresso sul mondo ma accenna anche all’estinzione delle balene già terminata (nel ventiquattresimo secolo) dagli uomini sulla terra, che – predice con un certo pessimismo – ora proseguono l’opera anche nello spazio per mano degli incolpevoli prosperiani.
Ulteriori critiche si possono poi ravvisare anche nelle parti che riguardano la religione e la pubblicità, se vogliamo i due diversi credo di ieri e di oggi: la religione perché inganna le persone e le tiene all’oscuro della verità, anche se ritiene di farlo per il loro bene; la pubblicità perché manipola le menti degli individui e fa pure fare loro ciò che vuole. E manipolare le menti non è mai né buono né morale.
Si prenda proprio l’espediente dei messaggi subliminali, che nell’economia del racconto vengono spacciati per una buona trovata: servono infatti per salvare la balena e, nel lungo periodo, anche l’umanità. Ma al lettore non può sfuggire l’impiego dispotico di questo strumento potentissimo da parte di Sands, che se ne serve senza scrupolo per manipolare la coscienza della popolazione e spingerla a fare qualcosa che non solo non voleva fare ma che costerà anche la vita a molti (Andromeda: «Per molti di voi sarà la morte». Jonathan: «È meglio la morte di molti adesso che molte più morti in futuro»). È un modo di ragionare che non solo non ha molto senso ma sa addirittura di tirannico, perché sottintende che una sola persona – tra l’altro appena arrivata in città, investitasi da sé dell’autorità e senza nemmeno aver chiesto il parere dei diretti interessati – sappia cos’è meglio per tutti, inclusi coloro che nella pancia della balena avrebbero condotto una vita di soddisfazione e che invece non solo vengono costretti ad abbandonare la sicurezza di un mondo che conoscono per un’avventura che non volevano vivere ma pagheranno pure il cambiamento con la vita.
È vero che tra millenni, quando la balena morirà, anche gli uomini al suo interno moriranno: ma è un evento futuro di cui non può farsi carico la generazione attuale. E costringere a morte certa (con l’inganno, non dimentichiamolo: perché questo sono i messaggi subliminali) qualcuno oggi per qualcosa che non lo riguarda e potrebbe verificarsi nel remoto futuro non è affatto un comportamento etico ma soffre della stessa deriva autoritaria che disprezza la libertà e l’individuo che ha ispirato gli ultimi due anni di politiche sciagurate. Ma proprio grazie allo spauracchio di un virus che non esiste ma è solo una normale influenza con un altro nome è stato possibile manipolare le menti di tutti e portare il mondo sull’orlo di una trasformazione in peggio che in condizioni normali avrebbe rifiutato: e allo stesso modo nel racconto la pubblicità subliminale ha permesso a Sands di manipolare facilmente le menti dei prosperiani e spingerli a fare quello che voleva facessero, senza curarsi delle conseguenze.
Così, sia pure involontariamente, il racconto include anche un forte elemento di critica della pubblicità e della sua predisposizione all’inganno, al controllo e al condizionamento delle persone: perché alla fine tutto questo si traduce in propaganda, che non è altro che una violenza all’individuo e al libero arbitrio.
Negli anni successivi Young riprenderà il concetto – ma non il personaggio – e lo rielaborerà per una serie di storie poi raccolte in una trama omogenea nel romanzo «Starfinder» (che ho recensito qui): una di queste, «Anguilla spaziale» (The Star Eel, 1979), è stata tradotta anche in italiano ma a dire il vero non ha molto senso separata dal contesto.