Nonostante le molte somiglianze, in realtà c’è una certa differenza tra la fantascienza americana e quella inglese: quest’ultima infatti è attenta più alle relazioni tra i personaggi e all’introspezione che all’azione e all’affermazione di sé, alle quali è invece più interessata la fantascienza d’Oltreoceano. Ma su questo concetto intendo tornare tra poco.
Per ora mi serve solo come spunto per introdurre il romanzo «La ragione dei granchi» di Michael Elder (The Perfumed Planet, 1973; noto anche col titolo alternativo di Flight to Terror), che è un pregevolissimo esempio di libro breve e scorrevole: in meno di duecento pagine – centocinquanta nell’edizione italiana abbreviata – riesce infatti non solo a raccontare una storia avvincente che culmina con una sorpresa inaspettata ma anche ad includere ben sette personaggi, tutti ben caratterizzati. Sono solo poche pennellate, questo è vero, ma sono anche più che sufficienti per mostrare la personalità di ognuno, assieme alle paure, alle speranze e persino alla mentalità di ciascuno: è davvero un piccolo capolavoro stilistico.
La fantascienza come visione del mondo
Sarà anche vero che i luoghi comuni non vanno bene perché generalizzano e così via ma non si può negare che abbiano il pregio di saper cogliere ed evidenziare le caratteristiche principali dei gruppi o delle categorie sui quali sono modellati, e per questo sono preziosissimi: così gli archetipi dell’inglese e dell’americano, razionale e posato il primo, schietto e spavaldo il secondo, hanno un fondo di verità che è riscontrabile in molti dei loro atteggiamenti. E senz’altro lo hanno per quello che riguarda lo stile delle storie di fantascienza scritte sull’una o sull’altra sponda dell’Atlantico.
In generale, tagliando la torta a grandi blocchi, la fantascienza americana punta sull’azione, sul definire il ruolo dell’uomo nell’universo e ribadire la sua supremazia rispetto ad ogni altra creatura: l’azione compare presto e diventa subito una questione di sopravvivenza, di lotta contro un ambiente ostile che deve essere domato, se non soggiogato. È un po’ un approccio da Far West: sparare prima e parlare poi, e mai smettere di guardarsi le spalle.
Le grandi opere americane di fantascienza avventurosa pubblicate tra gli anni Cinquanta – per non dire prima – e l’inizio degli anni Ottanta, quelle che hanno definito il genere, sono infatti state scritte da autori che non solo credevano nell’America e nei suoi valori ma erano anche motivati da forti ideali libertariani: nella loro visione del mondo, la conquista dello spazio era necessaria sia come valvola di sfogo per risolvere i problemi di una terra sempre più affollata e offrire un’alternativa agli insoddisfatti sia soprattutto come opportunità per affermare su scala galattica i principi sacrosanti su cui è stata costruita l’America, prima tra tutti la libertà, ed in particolare quella individuale.
Nella fantascienza inglese invece i protagonisti tendono ad essere sempre molto composti: rifiutano la violenza se possibile e prima di ricorrervi cercano di comprendere tanto la situazione quanto gli antagonisti; ed anzi fanno di tutto per trovare un’intesa con loro, anche quando la controparte dimostra chiaramente di non essere interessata alla soluzione diplomatica o il punto d’incontro è impossibile. Solo a quel punto, e se necessario, ricorrono alla violenza, ma solo come mezzo di difesa o sopravvivenza che deve essere proporzionato alla minaccia: e lo fanno senza nascondere il ribrezzo che una simile soluzione incivile suscita nella loro mente raffinata. L’inglese infatti è disgustato dalla violenza e anche quando è determinato a lottare per la propria sopravvivenza ha sempre l’esitazione dell’ultimo momento, come per giustificarsi o scongiurare il rischio di sembrare un selvaggio agli occhi del lettore: e forse questa è proprio la sua vera ansia, mostrarsi civilizzato anche quando la civiltà è crollata o non è mai esistita.
In questo atteggiamento così snobistico si può senz’altro ravvisare un retaggio dell’epoca coloniale, di quando cioè l’Inghilterra ancora dominava un terzo del mondo e si sentiva obbligata a portare la Luce del Progresso ai popoli meno fortunati o illuminati: e ora, a ruoli invertiti, l’inglese ormai dominato dal terzo mondo non vuole correre il rischio di essere scambiato per uno di quelli.
L’inglese, in altre parole, cerca subito di creare ordine in mezzo al caos, di mettere in piedi una sembianza di civiltà: ed infatti il protagonista appena può si costruisce attorno una piccola corte, riunisce un gruppo di seguaci che magari sono solo degli sbandati pescati qua e là ma rappresentano il nucleo di una nuova società che si sta già iniziando a costruire. Una conferma di questa analisi si può ravvisare anche nell’importanza che l’autore inglese dà alla nomina immediata di un capo, al quale si deve obbedire ciecamente: e da quel momento l’insistenza è proprio sulla gerarchia, sull’obbedienza agli ordini, sul fare una cosa così invece che cosà, come viene deciso dal capo, che solitamente è anche il protagonista.
L’eroe americano invece, per tornare ad un tipo di fantascienza che mi è più congeniale, tende generalmente ad essere da solo, solo contro tutto un mondo, e a poter contare solo su se stesso: il suo sforzo non è fondare la civiltà o farsi accettare come capo – queste sono solo conseguenze delle sue azioni: lui si guadagna il primato implicito sul campo, per rispetto delle sue capacità pratiche di sopravvivenza – bensì imporre la propria individualità e mentalità. Non vuole dare ordini e men che meno si aspetta di essere obbedito, perché questo è il modo di pensare tipico del debole, che si nasconde dietro l’autorità per mettersi al sicuro da chi gli è migliore o è più forte: al protagonista americano infatti non interessa che il suo modello di vita sia universale, vuole solo che sia rispettato dagli altri come lui rispetta i loro.
In altre parole, vuole solo essere lasciato in pace.
Da coloni a naufraghi
Esaurito così l’argomento – era una riflessione che volevo fare già da qualche tempo e «La ragione dei granchi» me ne ha offerta…la ragione – torno a parlare del libro, che conferma quanto ho appena scritto sulla fantascienza inglese: anche Elder infatti non può fare a meno di inserire, sia pure di striscio, almeno qualche riferimento alla lotta per il comando del gruppetto di protagonisti, all’obbedienza dovuta alle decisioni del capo e a tutte quelle strutture di ordine costituito e civiltà che un americano invece sarebbe ben felice di lasciarsi alle spalle non appena abbandona l’oppressione della civiltà.
Pur semplice e lineare, dunque, la trama di questo libro è tutt’altro che prevedibile: con la recente invenzione del motore più veloce della luce, l’umanità ha trovato il modo di lasciare la terra sovrappopolata. In poche ore una nave così attrezzata può andare dalla terra ad un pianeta distante dieci anni luce: nel nostro caso, Roker II. Sinora sono state costruite due di queste superastronavi, capaci di trasportare ciascuna cinquantamila coloni al colpo: sono ormai destinate a sostituire le piccole e lente navi a propulsione subluminale che da una decina di anni vengono spedite nello spazio per lo stesso scopo, molte delle quali resteranno in volo ancora molto, molto a lungo.
Proprio una di queste navi di vecchio tipo avrebbe dovuto raggiungere Roker II poco prima della superastronave su cui sono imbarcati i nostri protagonisti, posta ora in orbita attorno al pianeta, ma dalla superficie non arrivano segnali di risposta alle richieste di comunicazione della nuova arrivata: e l’unico continente di Roker II – che è disabitato – è coperto da fitte nuvole, perciò non è nemmeno possibile vedere col telescopio quale sia la situazione a terra. Così, prima di rovesciare sul pianeta i coloni, il comandante decide di mandare una squadra esploratrice ad indagare: in tutto sette persone scelte dal computer tra le più adatte a compiere una valutazione della situazione e comprendere cosa sia successo all’equipaggio dell’altra nave.
Ma, non appena la navicella dei sette esploratori prende il volo, la superastronave esplode per cause ignote.
Il profumo che spiega tutto
Giunti a terra, i sette naufraghi trovano il relitto della nave che avrebbe dovuto precederli, diversi cadaveri e pure un sopravvissuto, pazzo, che prima di morire grida qualcosa a proposito di certi granchi: e l’indomani, puntualmente, un’orda di creature simili a granchi giganti attacca il campo dei protagonisti prima di essere messa in fuga con le armi.
Nella scorreria rimane uccisa una dei sette, l’infermiera, sommersa e fatta a pezzi dall’orda di crostacei. Che sono una sorpresa, perché le sonde che avevano analizzato Roker II mesi prima non vi avevano individuato alcuna forma di vita.
La morte dell’infermiera è un brutto colpo per la piccola comunità: non solo perché perdono una di loro alla quale tutti erano affezionati ma anche perché si stava prendendo cura con buoni risultati di un altro superstite, il biologo, così ossessionato dai sensi di colpa e dall’idea del castigo divino che all’esplosione dell’astronave era impazzito, per non riprendersi più. Sarà il secondo a morire, ma solo dopo aver fatto un’importante scoperta, che mette un altro personaggio sulla strada della scoperta decisiva, anche se questo costerà la vita pure a lui.
In sostanza, sul pianeta esiste una specie di insetto, innocuo per gli uomini: tuttavia nel suo ciclo vitale rapidissimo emette un gas profumato (da qui il titolo inglese) che quando viene inalato causa la degenerazione dei tessuti del cervello e porta rapidamente alla follia e poi alla morte.
Una storia guarnita di idee originali
E così ci si collega ai granchi: perché anche loro non sono indigeni di Roker II ma ci sono arrivati poco prima dei terrestri, con la stessa intenzione di colonizzarlo. Il gas però li ha fatti impazzire, proprio come aveva fatto impazzire i superstiti dello schianto della prima nave di umani. Per i granchi tuttavia il danno è persino più grave, perché sono una razza telepatica: perciò la follia provocata dal profumo in cui gli alieni precipitano ancora più rapidamente dei terrestri impedisce loro di comunicare col pianeta natio. Di conseguenza, su Roker II continuano ad arrivare nuove navi dei granchi per investigare su quelle con cui si sono persi i contatti, che pure fanno la stessa fine, in un circolo vizioso.
Gli alieni sono anche la causa di entrambi i disastri delle astronavi terrestri: la prima si è schiantata a terra perché è stata colpita da un missile sparato dai granchi impazziti; la seconda, la superastronave dei protagonisti, invece è stata distrutta dall’arrivo imprevisto di una delle loro navi, che è uscita dall’iperspazio troppo vicina alla nostra e così ha causato l’incidente che ha distrutto entrambe.
Per farla breve, la situazione si risolve quando la telepatica del gruppo (che era stata scelta proprio perché la telepatia poteva permettere di scovare eventuali sopravvissuti del supposto schianto della prima nave), riesce a mettersi in contatto con gli alieni ancora savi e spiegare loro la situazione: non fa altro che ripetere quello che aveva scoperto – e le aveva comunicato telepaticamente – un suo compagno prima di morire suicida, accerchiato da un’orda di granchi impazziti.
Con queste informazioni gli alieni trovano un rimedio alla malattia e lo offrono a titolo di perdono anche ai quattro umani superstiti, alcuni dei quali già danno i primi segni di follia incipiente. E poi, sempre a titolo di risarcimento, si offrono anche di riportarli a casa: col volo nell’iperspazio infatti il viaggio dura pochissimo. Grazie a questo incidente, si è aperta la possibilità di cooperazione della terra con i granchi, che non vedono l’ora di incontrare altre razze intelligenti: la telepate assicura infatti che gli alieni non nascondono secondi fini, perché condividono telepaticamente un’unica coscienza collettiva e, dal momento che la comunicazione telepatica apre completamente la mente all’interlocutore, non sarebbe possibile nascondere le cattive intenzioni.
La storia in sé è buona ed è pure guarnita di idee originali, come il profumo che rende pazzi e la coincidenza della colonizzazione parallela: ma non può competere con la fantascienza americana, che quando si tratta di mondi selvaggi, naufragi e contatti con gli alieni è sempre parecchi passi più avanti di tutti, anche degli inglesi.