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Gordon Dickson – Lo spaziale

Sotto molti punti di vista, «Lo spaziale» di Gordon Dickson (The Outposter, 1972) è un brutto libro, uno dei peggiori di Dickson, e pure zeppo di difetti: solo per dirne alcuni, il protagonista è così perfetto e fortunato da risultare insopportabile; la storia è tanto lineare quanto prevedibile; l’azione è scarsa, poco avvincente e ancor meno convincente; e la trama è pure costellata di buchi narrativi.
Ciononostante il romanzo brilla per le idee ed il messaggio che vuole trasmettere: lo spazio come opportunità per realizzarsi; la frontiera come luogo di ribellione al potere centrale; le piccole comunità autonome come risposta all’incapacità delle élite che reggono il mondo centralizzato; l’indipendenza come rifiuto della condiscendenza connaturata nelle politiche sociali; e lo sfoggio delle armi non tanto come mezzo di aggressione quanto come deterrente efficace contro i prepotenti.
Così la storia sarà anche scadente ma dal punto di vista della libertà – come si ottiene e come si difende – ha molto da insegnare: e Dickson è maestro su questo argomento.

Un romanzo ripubblicato spesso
Pubblicato in tre puntate su Analog, dal maggio al luglio 1971, «The Outposter» è uscito in volume già l’anno successivo e da allora ha avuto diverse ristampe, l’ultima solo un paio di anni fa: l’autore, Gordon Dickson, è uno dei grandi nomi della fantascienza, noto (soprattutto nell’area anglosassone) per alcuni cicli rilevanti, come quelli degli orsetti Hoka (di cui ho già scritto), degli orsi umanoidi del pianeta Dilbia (di cui scriverò) e soprattutto dei Dorsai (di cui non scriverò).
Come si è detto nell’introduzione, il principale punto debole della storia sta nel suo protagonista, Mark Ten Roos, un diciottenne appena diplomatosi all’accademia degli Spaziali che non solo già pensa e si comporta come un uomo maturo ma, appena sbarcato dalla nave, da subito è anche obbedito e rispettato persino dai veterani della sua professione, senza aver fatto nulla per meritarselo: per antipatia che suscita nel lettore siamo ai livelli dei personaggi della serie dei Dorsai, ma di quelli almeno si sa che hanno poteri sovrumani; e Roos invece, serissimo e legnoso, non ha altre qualità che la presunzione.
Tuttavia, per quanto sgradevole, Roos è un personaggio funzionale a veicolare i concetti che stanno a cuore a Dickson: lo spazio come frontiera che deve essere domata e sfogo per gli insoddisfatti della terra, sempre più decadente.

L’indolenza da servizi sociali
Più che per la storia in sé infatti il libro merita di essere letto per l’ambientazione e per le riflessioni sul ruolo dello spazio per l’umanità alle quali conduce il lettore: sullo sfondo infatti c’è una visione della conquista delle stelle diversa dal registro consueto della fantascienza, meno «spaceoperistica» quindi ma molto più pragmatica, in senso politico.
Per conservare lo status quo di benessere ed agiatezza, le élite della terra usano lo spazio da poco conquistato non come risorsa bensì come una sorta di discarica nella quale rovesciare un flusso di (ormai ex) cittadini emblematicamente chiamati «rifiuti», scelti a caso da una lotteria tra i meno qualificati: questo piano di deportazione di massa è motivato dal «proposito implicito di rendere la Madre Terra sicura, piacevole, poco popolata, per riservarla a un’aristocrazia intellettuale e politica esente dal sorteggio». In questo modo infatti il potere riesce non solo a mantenere bassa la popolazione del pianeta ma può anche conservare un livello di vita elevato per chi rimane, infischiandosene del destino dei deportati; e al tempo stesso le élite allontanano così dalla società i soggetti meno graditi che, già poco capaci sulla terra, vivono l’espulsione come uno shock per il resto della vita.
Almeno, coloro che non muoiono di dolore già durante il viaggio, ammassati come bestiame (o schiavi) nelle grandi astronavi da trasporto: i superstiti – già carenti di competenze e spirito di iniziativa quando erano sulla terra e, giunti a destinazione, privati anche di qualsiasi stimolo o motivazione a far qualcosa – non sono né capaci né interessati a mettere in modo l’economia locale e quindi garantire la sopravvivenza delle singole colonie, che ancora un secolo dopo la creazione dei primi insediamenti dipendono ancora dagli aiuti della terra per reggersi in piedi; in altre parole dai servizi sociali, che per definizione creano dipendenza.
Tanto che pure le nuove generazioni, cresciute nell’abitudine di dipendere dagli aiuti della terra, continuano ad essere non autosufficienti: Dickson non spiega il motivo di questa apatia anche da parte dei giovani ma non è difficile immaginarlo, basta fare un parallelo col mondo reale. Chi è abituato a vivere di servizi sociali infatti non sente lo stimolo di prendere in mano la situazione per migliorare la propria vita: si accontenta di tirare avanti.
E questo è un po’ il peccato originale dei coloni secondo la visione libertariana di Dickson, che invece vede la conquista dello spazio come un’opportunità unica – e dolorosamente negata al lettore contemporaneo – per rispolverare da un lato il principio dell’autodeterminazione delle piccole comunità e dall’altro l’epica dell’uomo che da solo combatte e vince tutte le avversità dell’ambiente.
Per scuoterli occorre quindi un personaggio come Roos, le cui azioni non solo daranno nuovo vigore e morale ai coloni ma metteranno in moto anche una serie di eventi che condurranno alla dichiarazione di indipendenza delle colonie – per il momento più pratica che legale – divenute ormai capaci di provvedere a se stesse: e tutto questo nel giro di soli quattro mesi.

Ci sono anche gli alieni
Vista la premessa, l’unica soluzione possibile sembrerebbe essere una ribellione alla terra, tanto improbabile per l’indolenza dei coloni quanto sconsigliabile per quell’idea – tipica della fantascienza di un tempo – dell’umanità resa finalmente unita dalla conquista dello spazio: Dickson introduce così una razza di alieni sgradevoli e facilmente detestabili, i Meda V’Dan, che diventano gli antagonisti della storia, anche se il vero marciume è sulla terra.
Di corporatura simile agli umani ma caratterizzati dall’aspetto scipito e dall’odore rancido che si lasciano dietro, i Meda sono una razza antichissima, o così dicono di essere, formalmente pacifica e amica di ogni altra razza di cui l’universo sembra pullulare: dediti al commercio ma di fatto opportunisti, non disdegnano la pirateria ed il brigantaggio, praticati abbondantemente a spese degli umani ma sempre in via non ufficiale; i colpevoli sono infatti sempre gruppi di «rinnegati» che le autorità aliene però non riescono mai ad acciuffare.
Proprio una di queste scorrerie ha lasciato orfano Mark Ten Roos quando aveva solo sei settimane di vita: adottato dallo spaziale Brot Halliday, capo dell’avamposto K Quattordici di Genera 6, per diciotto anni il protagonista ha covato il desiderio di vendetta sui Meda ed ora, divenuto finalmente spaziale lui stesso, non disdegna nemmeno di usare gli amici per riuscire nei suoi piani, che poi solo per caso coincidono pure col miglior interesse delle colonie stesse.
I Meda infatti sono anche il vero ostacolo all’espansione dell’umanità nello spazio: non solo tengono in scacco le colonie terrestri, che saccheggiano frequentemente per procurarsi le apparecchiature avanzate che poi commerciano con le altre razze, sconosciute agli umani, ma di fatto impediscono anche ogni contatto tra l’umanità e le altre specie della galassia, per tutelare così i propri interessi ed il predominio commerciale sugli umani. E la terra – o meglio, le sue élite – è troppo impegnata ad occuparsi solo di se stessa per comprendere o anche solo interessarsi di ciò che avviene fuori del pianeta.
Così, nonostante una flotta spaziale poderosa che però è frenata dal potere e guidata da inetti e quindi di fatto inutile, l’umanità è ostaggio dei Meda che, facendo da intermediari con le altre razze, ci tengono confinati nel nostro angolino di galassia ed intanto si ingraziano le nostre élite incapaci con regali esotici, provenienti da quei mondi e da quelle razze con le quali non ci permettono di entrare in contatto. Alle élite sta bene così perché tanto hanno il loro tornaconto: ma questa situazione pesa sulle colonie.

C’è un nuovo spaziale in città
Dopo cinque anni di studio sulla terra, il diciottenne Mark Ten Roos si è appena diplomato all’accademia degli spaziali e sta facendo ritorno a casa, l’avamposto K Quattordici di Genera 6, dove lo attende il padre adottivo – Bort Halliday, lo spaziale mutilato che sovrintende l’insediamento – per affidargli il comando della colonia sebbene altri quattro colleghi, tutti più anziani di Roos, già vi prestino servizio da anni: gli spaziali, se non fosse chiaro, sono coloro che vigilano sui singoli insediamenti ed al tempo stesso ne coordinano la comunità, una sorta di sceriffi con funzioni organizzative.
Durante il viaggio dalla terra a casa Roos fa la conoscenza di Ulla Showell, figlia dell’ammiraglio Showell, e seleziona alcuni coloni più promettenti tra i milleduecento di cui è caricata la sua astronave: saranno pedine chiave nel suo piano di vendetta sui Meda – che lo hanno reso un orfano quando aveva solo sei settimane di vita – e di autodeterminazione delle colonie. Sfruttando l’amicizia di Ulla – che, nemmeno a dirsi, col tempo diventerà più di una semplice amica – Roos ottiene quattro vecchi ricognitori pesanti in comodato dalla flotta spaziale terrestre, che nei paraggi ha almeno un’enorme ma inutile base astronavale, quella comandata da Showell: saranno gli stessi coloni a fornire l’equipaggio, addestrati alla navigazione spaziale dalla vedova di un ufficiale di rotta che aveva imparato i rudimenti del mestiere dal marito e all’uso degli armamenti da un ex cannoniere della flotta, entrambi giunti a K Quattordici con l’ultimo carico.
Così il nostro eroe può finalmente far partire il suo piano: identificata la merce più appetibile per i Meda tra la paccottiglia prodotta dai coloni – statuette di legno spacciate per opere d’arte – Roos parte con due ricognitori alla volta del pianeta più vicino abitato dai Meda. Qui viene colpito dalla strana architettura della città – che è poco estesa, costruita solo in superficie con un metallo leggero e dà come l’impressione di non essere una struttura stabile ma provvisoria – e soprattutto instaura le basi di uno scambio commerciale, una settantina di statuette in cambio di alcune decine di lanciarazzi. Il baratto però serve soprattutto come esca: cupidi e sfrontati, pochi giorni più tardi i Meda mandano tre astronavi «rinnegate» a saccheggiare l’avamposto di Roos, che era preparato alla scorribanda e le accoglie a cannonate, usando pure i lanciarazzi avuti in cambio delle statuette. Due navi vengono abbattute, la terza pur danneggiata riesce a fuggire.
Nei successivi contatti con gli alieni i Meda si comportano come se nulla fosse accaduto: il commercio con Roos prosegue regolarmente. Tuttavia ogni volta Roos, fingendo di avere più autorità di quella che in realtà ha, avverte gli alieni di non attaccare la flotta, perché se dei «rinnegati» dovessero aggredire una pattuglia lui stesso li inseguirebbe e li punirebbe. Ottiene così l’effetto contrario, che è anche quello che voleva: i Meda, per saggiare le forze dell’avamposto K Quattordici, attaccano finalmente una pattuglia della flotta, distruggendola. Roos decolla immediatamente con la sua armata al completo (sedici navi: nel frattempo era riuscito a farsi assegnare altri dodici incrociatori pesanti dalla flotta) e per rappresaglia rade al suolo la città dei Meda alla quale aveva già fatto visita: immediatamente dalla distruzione causata sciamano astronavi in quantità e Roos si dà alla fuga con tutti i suoi. Ma da successive ricognizioni risulta che la città è scomparsa, così come sono improvvisamente scomparse tutte le altre città dei Meda dagli altri pianeti: la ragione viene illustrata verso la fine, quando vengono forniti i risultati della ricerca etnografica e sociologica di una quarta nuova colona scelta dal nostro.

Gli zingari dello spazio
«Molto probabilmente – viene detto in questa relazione – i Meda V’Dan sono entrati in contatto con qualche popolazione interstellare, nel periodo in cui erano ancora al livello culturale in cui li abbiamo conosciuti noi. Poi, non sappiamo come, essi si sono impadroniti delle navi e hanno trapiantato quella cultura nello spazio. Fondamentalmente i Meda V’Dan sono dei nomadi che nei loro spostamenti portano con sé tutto quanto possiedono e, più che abitare i mondi su cui fanno tappa, vi si accampano (…) I Meda V’Dan vivono commerciando se vi sono costretti, ma, se possono, preferiscono rubare perché è più semplice. Quando s’imbattono in un’altra specie che si presta ad essere depredata, si accampano nelle vicinanze e prendono tutto quello che possono e finché possono. Quando l’altra specie comincia a dar loro la caccia a causa dei furti subiti, i Meda V’Dan raccolgono la loro roba e si spostano altrove, non perché non abbiano gli armamenti e la tecnologia per passare al contrattacco, ma perché sono legati alla loro esistenza nomade, e del resto per loro è più proficuo cercare un altro popolo vittima che fermarsi e lottare».
Così in soli quattro mesi il diciottenne Mark Ten Roos risolve praticamente da solo una situazione che si trascinava da un secolo, ottenendo non solo la vendetta che voleva ma anche l’indipendenza di fatto delle centoquarantatré colonie ed il passaggio ai ribelli della base astronavale con le sue navi e strutture.
C’è però ancora una coda: Roos, che cercava il martirio per placare con un sacrificio umano il desiderio di vendetta delle élite defraudate delle loro colonie, viene salvato in extremis dagli amici e scompare nel nulla, salvo riapparire sei mesi dopo a K Quattordici (con la barba lunga per non farsi riconoscere), appena in tempo per imbarcarsi assieme ad Ulla sul primo missile di ricolonizzatori diretto verso il centro della galassia, dove fonderanno una nuova colonia su un pianeta a meno di cinque anni luce dalle altre specie conosciute.
Una nuova alba (perché piace dirlo) per l’umanità sta per cominciare.

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