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Harry Harrison – Largo! Largo!

«Largo! Largo!» di Harry Harrison (Make Room! Make Room!, 1966) è uno di quei libri che si ricordano non tanto per la storia quanto per l’ambientazione: perché è facile dimenticare l’indagine poliziesca per omicidio che ne costituisce la struttura portante ma è impossibile non lasciarsi impressionare dallo scenario apocalittico da sovrappopolazione, carestie e povertà tipico dell’ecocatastrofismo profetico che sta sullo sfondo, complice anche «Soylent Green» (in italiano: «2022: i sopravvissuti»), il bel film del 1973 con Charlton Heston che ha preso ispirazione proprio da questo libro.

Le false premonizioni dell’ecologismo
Pubblicato nel 1966, quando il movimento ecologista stava muovendo i primi passi ma aveva già iniziato a condizionare le masse con visioni apocalittiche del prossimo futuro, «Largo! Largo!» è ambientato negli ultimi mesi del 1999 ed appartiene a quel filone catastrofico che dà la colpa di tutto all’uomo, perché l’uomo è il cancro della terra: non è ancora il genere postapocalittico, che come dice la parola si colloca dopo crollo della civiltà o nei giorni stessi in cui si consuma e mostra piuttosto il tentativo dei superstiti di rimettersi in piedi; è invece la profezia estremistica di un mondo non troppo lontano depredato dalla rapacità dell’uomo, che continua a voler saccheggiare le ultime risorse disponibili anche se ha ormai causato una devastazione del pianeta che secondo questi profeti dell’ecologismo sarebbe ormai irreversibile.
All’uscita di «Largo! Largo!» questo filone ambientalista circolava da almeno una dozzina d’anni, anche se all’inizio era soprattutto una critica alla «corporate America» e agli scempi sociali, morali ed ambientali compiuti dalle grandi aziende in nome del profitto: si vedano ad esempio «I mercanti dello spazio» di Pohl e Kornbluth (che è del 1953), dove il cibo è per lo più sintetico e senza sapore, l’acqua un lusso e la benzina scarseggia, per tutti tranne i dirigenti delle multinazionali.
Col tempo e con la presa di potere del movimento ecologista la critica dalle grandi aziende è però passata prima ai costumi, poi al consumismo degli americani: ed infine la colpa è ricaduta sulle spalle della popolazione stessa, che all’improvviso ha scoperto di essere responsabile di ogni catastrofe per il solo fatto di esistere.
Pochi anni dopo i «Mercanti» infatti questa critica si era già spostata e, dalle grandi aziende, aveva iniziato a puntare il dito invece sull’ignaro cittadino, che si renderebbe colpevole dei peggiori crimini contro il pianeta ogni volta che accende la luce o va a fare una gita in montagna: e da allora, da più di sessant’anni, quel dito è rimasto sempre fisso sull’individuo, non importa quanto cerchi di essere virtuoso. In pochi anni l’ambientalismo si è così trasformato in una religione – o meglio un culto – con tanto di dogmi e persino il suo peccato originale, che è l’esser nati: un primo assaggio di questo nuovo ecologismo da barricate si trova in «Jonathan e la balena spaziale» (che è del 1962), nel quale con la scusa del microcosmo contenuto in una colossale creatura spaziale Robert F. Young irrideva la miopia degli americani dell’epoca perché il popolo del racconto, saccheggiando l’ecosistema per procurarsi il necessario per vivere e prosciugandone così le risorse, condannava non solo l’ambiente ma anche se stesso all’estinzione, sia pure in un futuro remotissimo. E l’improvvisa trasformazione del protagonista da naufrago a figura messianica – grazie alla pubblicità e alla manipolazione delle menti – non fa altro che rafforzare l’impressione che, ancora negli anni Sessanta, l’ambientalismo da movimento di sensibilizzazione sia divenuto un’autentica religione o, appunto, una setta con forti tendenze millenaristiche.
I suoi articoli di fede infatti ruotano sempre attorno alla stessa propaganda che, ancora oggi, viene ripetuta costantemente e senza vergogna, spostando semplicemente di un’altra decina d’anni la scadenza delle profezie che non si sono ancora avverate (cioè tutte) e aggiungendo di volta in volta una nuova causa a giustificazione dell’imminente fine del mondo: un tempo era il prosciugamento delle risorse naturali, poi è arrivata la nuova era glaciale, poi le piogge acide, poi il buco nell’ozono, poi l’effetto serra, poi lo scioglimento dei ghiacciai ed il riscaldamento globale. Oggi è il turno del «cambiamento climatico», che può essere tanto verso il caldo quanto verso il freddo, per non sbagliare ancora una volta le previsioni. Ed intanto il mondo è sempre lo stesso, il livello dei mari sempre identico, le temperature da sempre oscillanti tra un’estate più calda delle altre ed un inverno più rigido del consueto.
In altre parole, l’emergenza non è un’emergenza: lo dicono gli stessi climatologi.

Il pallino della sovrappopolazione
Il solo argomento nella propaganda ambientalista che in sessant’anni non è mai cambiato riguarda la sovrappopolazione mondiale, con l’unica differenza che oggi rispetto ad ieri hanno lo strumento e la volontà per metterci mano: in «Largo! Largo!» la sovrappopolazione è infatti la chiave di tutto, la causa del disastro ecologico e la ragione per cui i 344 milioni di americani (e sette miliardi di abitanti del pianeta) di questo 1999 fittizio vivono nella fame e nella miseria, ammassati per mancanza di spazio gli uni sugli altri, molti per strada; i più fortunati sono costretti a dividere una mezza stanza fatiscente in sette o anche otto e a confrontarsi col razionamento di tutto, persino dell’acqua, che deve essere portata a casa con canestri dalla fontana o dal camion cisterna.
Nel libro di Harrison la sovrappopolazione serve per mostrare la miseria ed il degrado delle masse, mentre le elite possono fare una vita in confronto comoda ma sempre piuttosto spartana e priva di molte comodità, come lasciano intendere le piccole economie che anche i ricchi e potenti sono costretti ad osservare, dalla valvola dell’acqua corrente domestica chiusa a chiave all’acquisto solo saltuario di una sola bistecca, magari di cane, al mercato nero sino all’unico ascensore ancora funzionante nel grattacielo, che però si ferma diversi piani prima degli ultimi appartamenti ancora abitati. Ed intanto ovunque si vedono degrado sociale e morale, rifiuti, tendopoli, strade buie, taxi a pedali, cibo ipocalorico ricavato dal plancton o dagli allevamenti delle lumache, che ricorda la propaganda sempre più insistente a favore dei cibi a base di insetti.
Ma oggi la popolazione mondiale è di 7,7 miliardi (il dieci per cento in più del libro: nel 1966 erano 3,4 miliardi) eppure nessuno di quegli scenari apocalittici mostrati da Harrison si è verificato, a conferma della tesi secondo cui l’ambientalismo è una religione e l’ecocatastrofismo si basa solo sulla propaganda e su profezie che puntualmente vengono smentite. Certo, la vita può essere difficile – a causa delle crisi costruite ad arte, per giustificare l’applicazione di soluzioni già pronte nel cassetto e l’erosione di un altro pezzettino di libertà – ma c’è ancora tanto spazio per tutti, il cibo non manca (anche se ci stanno provando: cento stabilimenti alimentari incendiati o distrutti in otto mesi, dal novembre 2021 al giugno 2022, nei soli Stati Uniti) e le risorse naturali sono ancora abbondanti, petrolio incluso (da quanti decenni le cassandre di turno preconizzano l’imminente esaurimento dei giacimenti petroliferi?), mentre gli unici ostacoli incontrati dagli agricoltori e dagli allevatori sono quelli creati di proposito dagli stessi governi.
Così il libro di Harrison va preso per quello che è: uno scenario suggestivo ma sempre fanta-scientifico. Se si cerca di andare più in profondità e di trovare un collegamento al mondo reale – o addirittura di farne una sorta di premonizione – si è condannati a fare un buco nell’acqua: perché oggi nel mondo siamo almeno settecento milioni in più di quei sette miliardi che secondo Harrison sarebbero già stati il doppio della popolazione sostenibile ma il pianeta è ancora in salute, molto più di quanto politici, televisione e propaganda vogliano farci credere.
Perciò, come tutti i profeti di sciagure dell’ecologismo, questa storia serve solo per suscitare terrore verso un futuro che non si è mai verificato né mai si verificherà, sempre che i potenti non ci mettano del loro con la loro consueta malizia ai danni dell’uomo comune.

Un’indagine ed una storia d’amore
Nell’agosto 1999 a New York viene ucciso un uomo in un palazzo di lusso: si tratta di un filibustiere che si è arricchito con traffici illeciti. L’assassino è Billy Chung, un giovane cinese spiantato che la sera prima, mentre gli recapitava un telegramma, aveva notato che l’impianto di allarme era staccato: immaginando un colpo facile, l’indomani mattina Billy si introduce nell’appartamento ma viene scoperto dall’uomo, che lo aggredisce. Per difendersi, il ladruncolo lo colpisce con lo strumento da scasso che ha in mano e glielo pianta involontariamente nella tempia: poi, preso dal panico, fugge dimenticandosi della refurtiva.
Chiamata sul posto, la polizia raccoglie tutti gli indizi ma, stretta tra finanziamenti inadeguati e criminalità fuori controllo, l’indagine è destinata ad essere archiviata dopo mezza giornata come tutte le altre: solo che un gruppo di potenti – compreso un giudice corrotto – richiedono la risoluzione del caso, perché hanno ragione di credere che sia opera di un «sindacato criminale» concorrente che vogliono tenere fuori dalla città.
Nei giorni successivi l’investigatore Andy Rusch si trova così a frequentare spesso l’appartamento del morto, dove lega con Shirl, la giovane e bellissima escort del filibustiere: alla fine del mese, scaduta la pigione già versata, Shirl deve lasciare l’alloggio e va a vivere con Andy, col quale ha iniziato una storia d’amore. Così il libro si colora anche di rosa, perché la loro relazione resiste alle ristrettezze e, per qualche tempo, persino alle frequenti assenze di Andy, che ama il suo lavoro non meno di quanto ami Shirl.
Tuttavia l’indagine è giunta ad un punto morto: Andy sa chi è l’assassino ma non riesce a trovarlo, perché Billy si è mescolato ai trentaquattro milioni di diseredati che abitano le strade e i ruderi di New York. Solo per un colpo fortuna, attorno al Ringraziamento (quindi verso la fine di novembre), Andy riesce a trovarlo e gli spara, uccidendolo involontariamente: infatti, invece di arrendersi, Billy cerca di aggredire Andy con un coltello ma inciampa e cade e così il proiettile invece di colpirlo alla gamba (dove aveva mirato) lo colpisce alla testa.
Caso risolto, ma la risoluzione del caso è la rovina del protagonista: perché con la morte del sospetto, dal quale il «sindacato» locale voleva strappare l’informazione su chi l’avesse ingaggiato, Andy attira su di sé le ire dei potenti e di conseguenza del suo superiore, che per punizione lo mette a pattugliare le strade come un agente in divisa. Ma anche perché proprio quella notte Shirl, che per amore di Andy aveva accettato di vivere nella misera e nelle ristrettezze comuni a quasi tutti gli americani purché l’uomo passasse più tempo con lei, decide di abbandonarlo per sempre: solo un mese più tardi – la notte del capodanno del Duemila – Andy la rivedrà, mentre esce da un hotel di lusso. E così capirà che ha ripreso a frequentare i ricchi e potenti: ma decide di non disturbarla.
Sullo sfondo, Harrison costruisce il mondo di miseria e scarsezza di cui già si è parlato all’inizio di questa recensione: tutta la storia e l’indagine sono solo la scusa per spaventare i lettori con uno scenario apocalittico del prossimo futuro, Soylent di vari colori incluso.

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