Leggo sempre volentieri i libri di Larry Niven, che reputo uno dei migliori scrittori di fantascienza spaziale degli anni Sessanta e Settanta: della sua vasta produzione apprezzo in particolare l’ambientazione aperta dello «Spazio conosciuto», che solitamente mescola ottime idee e trame avvincenti con buone dosi di fantasia e creatività (NB: anche questa è una vecchia recensione, scritta ancora parecchi anni fa). Dal momento che non si tratta di space opera («di tutto di più!») ma di fantascienza spaziale «hard», ossia realistica, la collocazione temporale è di importanza cruciale: un futuro troppo ravvicinato infatti dovrebbe vedersela ancora con i primi razzi rudimentali e altri problemi ingegneristici anche solo per arrivare sulla luna; un’epoca troppo lontana invece non potrebbe ignorare temi come l’onnipresenza della tecnologia, l’invadenza dell’informatica e probabilmente pure la fusione dell’uomo con la macchina, per non dire peggio, tutte cose per le quali provo ribrezzo.
Le storie migliori dello «Spazio conosciuto» invece si collocano nel giusto termine: il prossimo futuro, non più in là di alcune centinaia di anni dall’attualità. In realtà la collocazione temporale del ciclo è abbastanza flessibile e in certi casi, come nel caso di Ringworld e delle guerre con gli Kzinti, si spinge parecchio in là nel tempo. Tuttavia, per quanto riguarda le storie più vicine a noi, questa ambientazione si traduce in un’umanità progredita ma ancora riconoscibile ed un livello tecnologico avanzato ma ancora tollerabile: così da un lato scienza e tecnologia sono sì evolute ma non sono ancora fuori controllo, dall’altro l’uomo ha conquistato lo spazio e ne controlla alcuni pianeti ma non lo domina ancora. In altre parole, nello «Spazio conosciuto» l’essere umano è ancora centrale e della tecnologia si serve soltanto, non ne è ancora schiavo.
Ciononostante, anche le storie che sfruttano questa ambientazione non sono sempre memorabili: si prenda ad esempio «Il difensore» (Protector, 1973), che introduce una figura così affascinante come il «Pak Protector» – una via di mezzo tra un cavaliere romantico ed un freddo calcolatore – ma la spreca perché non riesce ad accompagnarla con una trama adeguata.
Due storie in una
Pubblicato nel 1973, «Il difensore» è in realtà due storie in una, separate l’una dall’altra da un intervallo di oltre due secoli. E così non solo i protagonisti della prima non compaiono nella seconda ma cambia anche il tono delle due parti: la prima è dinamica, misteriosa e concreta; la seconda invece è più lenta, investigativa e, da un certo punto in poi, astratta e nell’insieme riesce nettamente inferiore alla precedente.
La trama centrale che serve da legame tra le due metà infatti è costruita attorno alla figura del Difensore Pak, al quale Niven vuole fare spazio nel sistema solare a tutti i costi: è questa la ragione dei due secoli di iato e quindi del cambio di tono tra le due parti, perché nella prima vengono mostrati l’arrivo di uno di questi Difensori e la ricaduta di questo evento sull’intero genere umano; la seconda invece vuole mostrarne uno – che sta dalla nostra parte – in azione e perciò monta una minaccia remota che si manifesta solo verso la fine del racconto: ma questa svolta si traduce in un buon terzo di libro in cui non succede nulla e in una battaglia spaziale che dura…nove anni!
Un grosso contributo alla debolezza del racconto arriva anche dai suoi protagonisti: la prima storia infatti introduce tanti personaggi moderatamente caratterizzati che però in definitiva sono inutili, perché quando si passa alla seconda, più di due secoli più tardi, sono già tutti morti, nonostante le tecniche di prolungamento della vita già in uso. Vengono sostituiti da un nuovo personaggio che però ha la personalità di una suola di scarpe, e pure strette: così non rimane altro al quale aggrapparsi che il Difensore, anche se è un personaggio minore e destinato a lasciare presto la scena.
Ma prima di proseguire può essere utile spiegare cosa sia un Difensore: e per farlo occorre parlare prima dei Pak.
Gli antenati dell’uomo
In sostanza, i Pak sono gli homo habilis, i nostri «progenitori» secondo qualcuno: ma i Pak non sono originari della terra, bensì di un lontanissimo pianeta dalle parti del nucleo galattico. Da qui, due milioni e mezzo di anni fa, sono arrivati gli antenati degli ominidi che, attraverso l’evoluzione, hanno infine portato all’homo sapiens: ma di questa evoluzione sul loro pianeta d’origine non c’è traccia, per una serie di ragioni che si vedranno tra poco, e l’homo habilis è ancora tale.
Infatti a casa loro l’evoluzione ha seguito un’altra strada: superati i quarant’anni questi ominidi sono attratti irresistibilmente dall’odore di una pianta chiamata l’Albero della Vita e delle sue radici. Mangiare queste radici, nelle quali risiede un certo virus, attiva una metamorfosi nell’individuo che lo trasforma…radicalmente: dopo alcuni giorni di coma muta in un essere asessuato dalla pelle coriacea, con le articolazioni estremamente sviluppate, una forza prodigiosa ed un aspetto quasi mostruoso, perché il cranio si ingigantisce per far posto alla massa accresciuta del cervello e la bocca diventa una specie di becco. Al tempo stesso però l’individuo sviluppa l’intelligenza: anzi, diventa una specie di genio senza emozioni né sentimenti, a parte la salvaguardia della specie. È questa la forma del Difensore, il terzo stadio dell’evoluzione dei Pak, dopo quello di Bambino e di Riproduttore che, dal contesto, si intuiscono non essere né troppo intelligenti né troppo coscienti di sé, una sorta di farfalloni spensierati.
Con la trasformazione il Difensore avverte un unico stimolo: proteggere la propria linea genetica, che riconosce dall’odore. Sul suo pianeta natio l’homo habilis non ha mai potuto evolversi perché i mutanti hanno un odore sbagliato all’olfatto dei Difensori e vengono subito eliminati dagli stessi Difensori.
Così la società dei Pak è estremamente bellicosa: i Difensori continuano a farsi guerra per guadagnare spazio vitale ai propri discendenti. Vengono usate armi di ogni tipo – le bombe atomiche non sono nemmeno le più potenti – che seminano distruzione tra i Riproduttori: così capita molto spesso che un Difensore si trovi senza più una linea genetica da proteggere. Quando ciò accade, le alternative sono due: o si lascia morire di fame oppure adotta l’intera specie dei Pak e quindi lavora per il benessere di tutti.
Proprio così si sarebbero presentate le circostanze per cui tre milioni di anni fa un gruppo di Difensori rimasti senza linea genetica avrebbero deciso di lasciare il pianeta natio per fondare una nuova colonia sulla terra: tolti di mezzo i Difensori di alcune migliaia di Riproduttori, i colonizzatori avrebbero caricato questi ultimi a bordo di un asteroide preparato per la lunga traversata e, dopo averli ibernati, avrebbero affrontato il viaggio nello spazio che mezzo milione di anni più tardi li avrebbe condotti sulla terra. E così si spiegherebbe la comparsa dell’homo habilis sul nostro pianeta.
Protetti inizialmente dai loro Difensori, questi Riproduttori hanno avuto un intero pianeta per moltiplicarsi: ma presto si sono trovati senza protettori, perché sulla terra l’Albero della Vita non ha attecchito (questione di terreno) e così i Difensori sono rimasti presto senza più scorte di quella radice che, per mezzo del virus che contiene, costituisce il loro alimento principale e permette loro di restare in vita anche per migliaia di anni.
Per gli eventi descritti nella prima metà della storia, si apprende che il virus contenuto nelle radici funziona anche negli umani: il Difensore del titolo infatti non fa riferimento tanto al Pak giunto dallo spazio quanto al primo umano incontrato da questi che, catturato, viene attirato dall’odore della radice, ne fa una scorpacciata e si trasforma così nel primo Difensore umano, identico per mentalità e aspetto al suo omologo Pak a parte alcune piccole differenze, come il becco piatto invece che arrotondato.
La prima parte: l’arrivo del primo Difensore Pak
Nel 2125 il sistema solare, almeno la sua parte interna, è abitato: e colonie sono sorte anche su diversi pianeti in altri sistemi solari, come Casa, Menagramo ed il Pianeta delle Meraviglie. I due soggetti politici più rilevanti sono la terra schiacciata sotto il giogo delle Nazioni Unite, con i suoi diciotto miliardi di abitanti nonostante il controllo delle nascite, e gli abitanti della fascia degli asteroidi, di mentalità più libera e pratica, quasi anarchici: i due blocchi non si amano ma non si fanno nemmeno la guerra; anzi, a volte possono persino collaborare.
Un certo giorno viene avvistata un’astronave che proviene dallo spazio profondo, la prima mai incontrata dall’uomo: a bordo si trova un solo alieno, un Difensore Pak di nome Phssthpok. Questi, rimasto senza una linea genetica da proteggere, si è messo sulle tracce di una spedizione Pak partita tre milioni di anni prima dal pianeta natale dei Pak per fondare una colonia in questa regione della galassia: il suo viaggio dura da oltre trentamila anni.
Mentre fervono i preparativi per il primo contatto, ogni piano viene mandato all’aria dalle azioni di Phssthpok, che vuole studiare gli indigeni prima di prendere qualsiasi decisione: intercetta così la nave monoposto di un certo John Brennan, un piccolo contrabbandiere della fascia, lo porta a bordo e lo rinchiude nello scafo di carico, dove sono accatastate casse su casse di radici della vita. L’odore di queste radici manda Brennan, che ha già passato i quarant’anni, in uno stato di furia animalesca finché non è riuscito a soddisfare l’improvviso desiderio di riempirsene la pancia sino a scoppiare: inizia così la sua trasformazione in Difensore.
Tralasciando le sottotrame, al suo risveglio Brennan apprende da Phssthpok tutto quello che c’è da sapere su Pak, Difensori, scienza e tecnologia, e molto altro lo intuisce al volo, per effetto della sua intelligenza accresciuta: comprende così che Phssthpok, una volta appurata la mutazione avvenuta nel genere umano (ossia l’evoluzione da homo habilis ad homo sapiens), procederebbe all’immediato sterminio dell’intera umanità senza pensarci due volte, perché non abbiamo l’odore giusto ed i Difensori Pak preferiscono non correre rischi quando trovano una possibile fonte di pericolo per i loro Riproduttori. Così Brennan uccide Phssthpok.
Dopo il salvataggio ad opera di un’operazione congiunta terra-fascia (Phssthpok aveva portato su Marte lo scafo di carico in cui si era chiuso con Brennan e non c’era modo di farlo decollare), Brennan scompare con la nave aliena ed una scorta sufficiente di radici e semi dell’Albero della Vita: si prepara infatti ad accogliere una flotta d’invasione Pak che ha seguito Phssthpok alcuni secoli dopo la sua partenza.
E qui finisce la prima parte del libro, la migliore.
La seconda parte: il piano del primo Difensore umano
Nei due secoli abbondanti che trascorrono tra le due metà, Brennan scompare ed un meteorite di ghiaccio colpisce Marte: le due cose sono collegate, perché Brennan ha già iniziato a pensare ed agire secondo la mentalità del Difensore. Marte infatti è abitato da creature aggressive che nessuno ha mai visto ma che sono solite uccidere tutti gli umani che mettono piede sul pianeta rosso: per loro però l’acqua e l’umidità sono letali e così il meteorite di ghiaccio, che si scoprirà essere stato dirottato sul pianeta rosso da Brennan proprio per questo scopo, stermina l’intera specie. Il pianeta così diventa sicuro per l’umanità, che può pensare di colonizzarlo.
La storia di questa seconda parte tuttavia si interessa soprattutto di un certo Elroy Truesdale, che un mattino del 2340 circa scopre di non ricordare nulla di ciò che ha fatto negli ultimi quattro mesi: si mette così ad investigare e scopre che da un paio di secoli si registrano sporadicamente altri casi analoghi al suo. In sostanza è opera di Brennan, che rapisce le sue prede a scopo di studio, fa subito una copia dei loro ricordi e poi, quando non ha più bisogno dei loro servizi, cancella loro la memoria e la riempie di nuovo con la registrazione fatta in precedenza: poi li riporta sulla terra e assegna loro un vitalizio come indennizzo per il tempo perduto.
Deciso a fargliela pagare, Truesdale scopre la base di Brennan su un asteroide trasformato in pianetino abitabile e paradisiaco mediante la tecnologia progreditissima che il Difensore ha potuto sviluppare in virtù della sua intelligenza accresciuta: ma vi arriva solo perché Brennan decide di farsi trovare da Truesdale.
Qui il Difensore è impegnato negli ultimi preparativi in vista dell’arrivo della flotta Pak, che ora è visibile sul suo telescopio: dopo alcuni mesi quindi Brennan e Truesdale partono assieme per affrontare gli invasori, in una crociera che dura nove anni e non si conclude con la distruzione della flotta Pak, ancora troppo lontana, ma solo con la distruzione di una manciata dei loro ricognitori. Tuttavia il piano originale di Brennan non prevedeva l’attacco diretto alla flotta bensì la creazione di un esercito di Difensori umani che la affrontasse: e così dirotta la sua nave sul pianeta Casa, una remota colonia di tre milioni di abitanti, per infettarne gli abitanti col virus dell’Albero della Vita.
Quando apprende le sue intenzioni, Truesdale è inorridito all’idea e uccide Brennan prima che questi metta in atto il suo piano ma nella lotta rimane infettato dal virus: e quando si risveglia nell’ospedale di Casa, ormai trasformato in Difensore, è lui stesso a far partire il piano originale di Brennan infettando la colonia, perché la trasformazione ha cambiato completamente il suo modo di pensare e vedere le cose. Così all’insaputa del resto dell’umanità in breve tempo la popolazione del pianeta o si trasforma in Difensori (quelli nella fascia d’età adatta alla trasformazione: i quarantenni) oppure viene uccisa dal virus: e subito il nuovo esercito di Truesdale – privato di linee genetiche e quindi perfetto per proteggere l’umanità intera – si organizza per affrontare la flotta Pak incombente.
E così finisce la storia: che è molto meno attraente di quello che sembra, perché la parte investigativa prima ed il lungo viaggio nello spazio, per lo più senza eventi significativi, poi sono un’autentica sofferenza.
La seconda parte rovina tutto
Il libro mescola quindi due storie, l’una buona, l’altra così così: non è sicuramente una delle opere più riuscite di Niven – che ha scritto di meglio, sia in proprio sia in collaborazione con altri, per lo più Jerry Pournelle – ma non è nemmeno una delle peggiori. E sicuramente è una delle più creative: perché qui non si limita ad ipotizzare un futuro prossimo in qualche misura credibile e a riempirlo con quelli che ritiene possano essere i progressi compiuti dal genere umano entro quella scadenza ma introduce anche un concetto (mi ripeto: affascinante) come quello del Difensore, un mostro fuori e un mostro dentro, anche se per il suo realismo pratico è convinto di operare a fin di bene. E Niven addirittura azzarda una storia ed evoluzione dell’umanità che è chiaramente di fantasia ma nella storia ha una sua coerenza: infatti non si limita a riprendere le teorie fortiane o da questi ispirate che già circolavano sull’origine extraterrestre dell’uomo ma prende spunto da queste per costruire una sua idea originale. Un’idea appunto, non una teoria.
I personaggi sono quindi funzionali a raccontare questa idea: per questo è necessario eliminare il cast della prima metà per sostituirlo con personaggi nuovissimi nella seconda, perché l’attenzione è fissata prima di tutto sulla storia e sull’ambientazione. Se anche non fosse così ed i personaggi fossero centrali alla storia, non sarebbe comunque stato possibile limitare l’arco temporale del libro intero a pochi anni: la conferma viene dalla crociera di Truesdale e Brennan alla quale si è già fatto riferimento, che dura una decina di anni, durante i quali sono rarissimi i momenti in cui accada qualcosa. L’effetto che Niven vuole raggiungere in questo modo serve a vari scopi: a dare un’idea della vastità dello spazio, della tecnologia progredita dei terrestri e dei Pak – ma non ancora così avanzata da aver sviluppato il volo più veloce della luce – e della minaccia corsa a propria insaputa dall’umanità.
Così appare evidente che sono proprio la razza dei Pak ed il ruolo dei Difensori, soprattutto nella variante umana, ad essere il vero nucleo della storia, come tradisce il titolo del libro: e l’unico modo per descrivere l’una e gli altri è prendersi tutto il tempo necessario, perché occorre anche permettere alla flotta Pak di organizzarsi, partire e farsi scorgere sui telescopi.
Ciò non toglie tuttavia che le due parti giustapposte spezzino l’unità del libro e distolgano l’attenzione, soprattutto nel lento inizio della seconda: e senza nemmeno parlare della personalità da comodino dei personaggi di questa seconda metà; quelli della prima, più numerosi, almeno hanno un loro carattere.
E proprio la lentezza è un altro difetto che affligge la seconda parte e affossa il libro nel suo insieme: se poi si aggiungono le numerose descrizioni superscientifiche e l’estrema pignoleria con cui vengono fornite spiegazioni e dettagli, il racconto che ne deriva riesce nell’insieme sgradevole. Per dare un’idea, a tratti pare addirittura di leggere una versione aggiornata dell’«Allodola dello spazio» a causa di una forma lieve di «technobabble», soprattutto quando Niven ricorre a lunghe spiegazioni per giustificare le attrazioni del planetoide di Brennan (come il corso d’acqua che scorre dall’anello principale alla sfera sospesa al suo interno, o l’edificio che riproduce la nota illustrazione delle scale di Moebius semplicemente cambiando la gravità quasi a ogni gradino) o per raccontare le azioni condotte dai due compagni durante la loro lunga crociera.
Il finale aperto è invece apprezzabile: dal contesto, e dalle storie ambientate successivamente, se ne può intuire l’esito. Ma dal momento che l’interesse principale del libro era parlare dei nuovi Difensori umani e non dei vecchi Pak, questa è la scelta migliore.