Libri

Clark Ashton Smith – Hyperborea

Con questo quarto volume dedicato a Clark Ashton Smith la serie dei Miti di Cthulhu introduce una delle ambientazioni più riuscite del poeta californiano, quella di Hyperborea (1989), come già tradisce il titolo dell’antologia: il continente eponimo, collocato sulla nostra terra in un’età preistorica dimenticata e alla vigilia di un’era glaciale, si presenta infatti come cornice suggestiva per i racconti di sword and sorcery, in particolare gli ottimi «Le sette fatiche» (a mio giudizio il migliore di tutti i racconti scritti da Smith), «Il testamento di Athammaus», «L’avvento del verme bianco» e «La porta di Saturno», tutti inclusi nella citata classifica (ma gli ultimi due sono presenti tra le menzioni speciali, al dodicesimo e tredicesimo posto).
Al ciclo apparterrebbe anche «Il furto delle trentanove cinture», altra storia riuscitissima, che però è stato spostato in un’altra raccolta, «Il destino di Antarion», come spiego nella guida a tutti i cicli di Smith, che ho scritto per aiutare i lettori a rintracciare tutti i racconti di ciascuna ambientazione, spesso sparpagliati su più volumi, come appunto in questo caso.

Un lievissimo tocco di semiserio

Come ci si aspetterebbe da un autore noto per evocare scene che paiono uscire dai sogni, lo stile dei racconti è quasi barocco, con descrizioni lunghe, lussureggianti e dettagliate: ma Smith ha il senso del gusto assai sviluppato e sa quando fermarsi, proprio quando una parola in più potrebbe rovinare l’atmosfera, ottenendo il risultato opposto a quello desiderato.
Tuttavia, pur mantenendo vivo il senso di mistero e di rovina incombente, nell’insieme in questi racconti più che altrove si nota una certa attenzione al genere «gonzo», ossia quel tocco semiserio che un tempo si accompagnava alle opere di fantasia, quando i loro stessi autori non si prendevano troppo sul serio: lo si avverte ad esempio nella serie di avventure in cui si imbattono i protagonisti della «Porta di Saturno» ed anche nell’epilogo al tempo stesso tragico e fantozziano delle «Sette fatiche», la storia d’apertura, che nonostante il dramma finisce per strappare un sorriso al lettore.

Una nota personale

Questo è il fantasy che prediligo e che, per le semplici ragioni del gusto e dell’attrattiva, mi piacerebbe fosse ancora oggi il riferimento del genere: le parole chiave sono «low fantasy» e «low magic», avventuroso ed eroico; in altre parole, gli ingredienti base della sword and sorcery, che muoveva i primi passi proprio sulle riviste pulp degli anni Venti e Trenta. In queste storie gli umani sono i soli protagonisti e le altre razze, se presenti, sono o malvagie o bestiali o decadute, quindi malvagie, senza sfumature né attenuanti.
Non c’è spazio per le grandi imprese tali da cambiare il mondo né per i grandi mali capaci di minacciare ogni angolo del pianeta, tematiche tipiche dell’high fantasy imperante: qui si tratta sempre e solo di faccende private, eventi – certo, rilevanti per gli interessati – che riguardano una minoranza o territori limitati; e, anche quando a farne le spese sono regni interi o intere popolazioni, è sempre e solo una faccenda personale, alla quale non si può nemmeno opporre resistenza.
Di conseguenza, gli stessi protagonisti sono uomini comuni, magari eccezionalmente abili, capaci o solo coraggiosi ma sempre uomini con cui il lettore medio può immedesimarsi, ammirandone le doti e, magari, deprecandone i difetti o, più facilmente, riconoscendo nelle loro debolezze le proprie: non si tratta infatti di (super)eroi preterumani né delle marionette senza macchia e paura dell’high fantasy ma di semplici uomini che, nonostante le loro gesta, rimangono sempre uomini, con le loro debolezze.

I racconti

Al meglio di questo volume si è già fatto un accenno: le restanti storie sono comunque discrete, con l’eccezione dei due racconti di Yondo, trascurabili: decente il primo, noioso il secondo (ma almeno è breve).
La sezione italiana che chiude il volume è quello che ci si potrebbe aspettare da emuli nostrani.

– Le sette fatiche (The Seven Geases, 1934)

Ralibar Vooz, magistrato e parente del re di Commoriom, va a caccia di subumani nelle montagne vulcaniche che si trovano nella giungla che circonda la città. Separatosi dai suoi compagni d’avventura (altri ventisei cacciatori) per l’impeto, interrompe involontariamente l’evocazione di alcune creature che un vecchio mago stava compiendo. Questi, per punirlo, gli impone un comando: deve gettare le armi, entrare nelle caverne dei subumani, difendersi da essi a mani nude ed offrirsi in sacrificio al dio rospo Tsathoggua, che si dice provenire da Plutone; lo guida l’uccello Raphtontis, famiglio del vecchio.
Quando Vooz raggiunge il dio, questi si è già nutrito e così lo rigira come dono al dio ragno Atlach-Nacha, che però è impegnato a tessere ponti sull’abisso senza fondo: questi a sua volta lo manda da Haon-Dor, lo stregone preumano. Ma anche costui non sa cosa farsene dell’uomo, che darebbe volentieri in pasto ai suoi demoni ma il suo sangue sarebbe come una goccia d’acqua nel deserto, così ritiene che offrirlo in dono agli uomini serpente gli sia più vantaggioso.
Ma pure gli uomini serpente non sanno che farsene di Vooz: già conoscono gli esseri umani, che hanno già vivisezionato in abbondanza ed oggi sono interessati solo ai veleni; così lo rigirano agli Archetipi, la forma originaria dell’uomo, che pure lo rifiutano, disgustati, mandandolo invece ad Abhoth, padre e madre di tutte le sozzure cosmiche. Ma pure questo lo trova così alieno dalle creature che genera e di cui si nutre che non vuole rischiare la propria digestione ingerendolo, perciò impone a Vooz – che è sempre obbligato dalla contingenza impostagli dal vecchio – di cercare e raggiungere il Mondo Esterno di cui ha sentito parlare.
Vooz ripercorre quindi la strada già percorsa e sta per farcela ad uscire dalle viscere della terra ma, quando raggiunge le ragnatele di Atlach-Nacha, precipita nell’abisso: un’altra creatura, passata prima di lui, aveva infatti spezzato il filo.
Questo racconto, che si ricollega alle storie di Lovecraft ed in particolare al ciclo di Cthulhu, è senza dubbio il migliore scritto da Smith: per questa ragione l’ho inserito al primo posto della classifica dei suoi migliori dieci racconti. (7)

– Il destino di Avoosl Wuthoqquan (The Weird of Avoosl Wuthoqquan, 1932)

Il grasso, avido ed avaro usuraio eponimo rifiuta di fare l’elemosina ad un vecchio che gli predice la morte, che infatti arriva nei termini preconizzati. Questo è ciò che accade: l’usuraio compra due smeraldi rubati per una frazione del loro valore ma, dopo l’acquisto, le pietre si muovono di vita propria e fuggono dal suo tavolo. Wuthoqquan le insegue sino a raggiungere una caverna in cui sono accumulate ricchezze oltre ogni immaginazione: l’uomo ci si tuffa ma lentamente affonda in esse senza poterne uscire. Sono il tesoro di Tsathoggua (qui dipinto col volto di rospo ed il corpo tentacolare), che divora l’uomo. (6)

– La sibilla bianca (The White Sybil, 1934)

Racconto mezzo onirico di un tale che ha cercato la bellezza nel mondo senza trovarla: la trova, ovviamente, a casa propria, nella forma della Sibilla Bianca, splendida donna di cui nulla si conosce se non che non è umana. La insegue, piomba in una dimensione di sogno, giace con lei nella tempesta ed al risveglio viene soccorso da un popolo semibarbarico, dove trova una fanciulla che, ai suoi occhi, è la Sibilla Bianca. La sposa e si ferma con la tribù: ma sulla sua fonte è inciso il segno del bacio di ghiaccio che gli aveva schioccato la Sibilla. (5)

– Il testamento di Athammaus (The Testament of Athammaus, 1930)

Il protagonista ormai vecchio, boia di corte per decenni, ricorda l’evento più importante della sua vita: la cattura di un brigante subumano e l’abbandono della città di Commoriom, due eventi strettamente collegati. Questo brigante, della stessa razza dei subumani cannibali cacciati da Ralibar Vooz nel primo racconto ma, si dice, discendente anche di antichi dei o creature extraterrestri, viene catturato e condannato a morte: della decapitazione si occupa il protagonista.
Dopo l’esecuzione, il corpo viene seppellito nella discarica, come di consueto: l’indomani però il brigante, in forma leggermente più bestiale, torna ad uccidere. Ricatturato, viene nuovamente decapitato e sepolto in una tomba più solida.
Ma il giorno successivo il brigante torna nuovamente, con un aspetto sempre più bestiale, per essere catturato e decapitato ancora un’altra volta: adesso la testa ed il corpo vengono rinchiusi in due contenitori metallici distinti, tenuti separati l’uno dall’altro e sorvegliati per tutta la notte. Ma dai due contenitori esce un liquido schiumoso: quando i due flussi si incontrano, si genera una creatura mostruosa, un umano deforme tutto tentacoli. Spaventati, tutti, soldati compresi, fuggono, abbandonando la città al suo destino: il protagonista è l’ultimo a scappare.
Un altro racconto eccezionale di Smith per atmosfere e capacità evocativa: per questa ragione l’ho incluso al settimo posto della classifica dei suoi migliori racconti. (7)

– L’avvento del verme bianco (The Coming of the White Worm, 1941)

Il verme bianco è una creatura probabilmente extraterrestre che porta gelo ovunque vada: viaggia per mare su un enorme iceberg, dove tiene gli otto maghi che ha assoggettato. Il protagonista è uno di loro: eventi portentosi si erano manifestati nel villaggio di pescatori in cui viveva prima di essere catturato, l’ultimo dei quali è stato l’apparizione di una galea il cui equipaggio era stato trasformato in statue ghiacciate, che nemmeno il fuoco riusciva a bruciare.
Il verme bianco si nutre dei suoi maghi, le cui anime rimangono all’interno della creatura, come in un limbo saturnino: questi spiriti tormentati riescono a spingere il protagonista, l’ultimo superstite, all’azione contro il verme bianco, anche se lo avvertono che chi uccide il verme è destinato a morire nell’opera. Così accade.
Racconto minore ma riuscito, l’ho incluso tra le menzioni speciali della classifica dei migliori racconti di Smith. (7)

– Ubbo-Sathla (Ubbo-Sathla, 1933)

Un tale, nella Londra contemporanea, trova ed acquista una sfera che, dai suoi studi, comprende essere appartenuta ad un antico mago iperboreano: se fissata a lungo, tale sfera permette di risalire nel tempo e scoprire i segreti più antichi della terra. Ci prova, ed all’improvviso egli è anche il mago Eibon, che fissa nella sfera per leggere le tavolette su cui gli antichi dei della terra hanno scritto i loro segreti prima di abbandonare il pianeta. Queste tavolette sono state affidate all’eponimo Ubbo-Sathla, una creatura informe.
Tutti i tentativi di viaggio a ritroso falliscono perché Eibon, quando si accorge di essere come attratto dalla sfera, si ritrae, finché un giorno non decide di resistere: così facendo risale sino ad Ubbo-Sathla ma viene anche da questi divorato. Ed il tale a Londra scompare a sua volta. (5)

– La porta di Saturno (The Door to Saturn, 1932)

Il mago Eibon (quello che era scomparso misteriosamente nel racconto precedente) viene avvisato dal suo dio oscuro che un inquisitore sta venendo a prenderlo: fugge attraverso la «Porta di Saturno», un portale dimensionale che lo porta su Saturno appunto, tappa intermedia su cui lo stesso suo dio si era fermato prima di raggiungere la terra da un mondo molto più lontano. Da qui non c’è ritorno.
L’inquisitore però lo insegue: vista l’alienità dell’ambiente (fiumi di mercurio, piante che sembrano un misto dei regni vegetale, animale e minerale e così via), i due decidono di aiutarsi a vicenda ed alla fine riescono pure ad ambientarsi. Dapprima sono accolti da un popolo la cui involuzione ha spostato la testa sul petto: questi, vista la forma perfetta dei due, decidono di usarli come stalloni per la nuova generazione. Solo che la Madre scelta per questa generazione è una balena orribile a vedersi ed inoltre, per tradizione i due mariti, dopo aver adempiuto ai loro doveri, vengono serviti in pasto alla Madre.
Così i due scappano, raggiungono un altro popolo – che adora un altro dio, zio di quello del mago (e anche più potente), dove per combinazione vengono accolti l’uno (Eibon) come profeta e fondatore di una nuova città, l’altro (l’inquisitore) come teocrate del tempio: e qui, con un pizzico di ironia, Smith osserva come quest’ultimo non avesse nulla da fare e si dedicasse alle attività comuni a tutti gli uomini di fede, ossia mangiare e correre dietro alle sottane.
Anche questo compare nella classifica dei migliori racconti di Smith, come ultima delle menzioni speciali. (7)

– Il demone di ghiaccio (The Ice-Demon, 1933)

La leggenda vuole che un grande re del passato, il suo mago ed il suo esercito, andati a fronteggiare un ghiacciaio che andava via via ricoprendo sempre più terre, siano stati inghiottiti da una montagna di ghiaccio. Il fratello maggiore del protagonista conferma che ciò è accaduto, perché mentre inseguiva una volpe nera al nord si è imbattuto in una caverna al cui interno ha visto questi uomini pietrificati nel ghiaccio. Il re indossava ancora i rubini e gli altri gioielli della famiglia regale.
Anni dopo il fratello minore, cacciatore anch’egli, convince due avidi mercanti di gioielli di seguirlo per recuperare le pietre: raggiungono la caverna, trovano i corpi, estraggono i rubini ma mentre lo fanno cade una stalattite che uccide uno dei due mercanti. I due superstiti si accorgono così che la grotta si sta anche restringendo e fuggono ma proprio all’uscita il secondo mercante viene stritolato dalla bocca della caverna che è richiusa. Il cacciatore se la cava e, sebbene l’orografia della zona continui a mutare, riesce ad uscire dalla zona del ghiacciaio per fuggire verso un vulcano dove sa che c’è la salvezza.
Ma quando ritiene di avercela ormai fatta viene raggiunto e stritolato da un’ombra. (6)

– Il racconto di Satampra Zeiros (The Tale of Satampra Zeiros, 1931)

Satampra ed il suo sodale Tirouv sono due ladri che, rimasti senza soldi e ringalluzziti dal vino, decidono di tentare il colpo della vita andando a cercare ricchezze nelle rovine di Commoriom, sepolta dalla giungla.
Vi arrivano di notte e tentano il primo colpo nel tempio di Tsagguthoa: solo che, appena entrati, da un tripode esce un liquido che prende forma di una creatura, forse quella tentacolata in cui si era trasformato il brigante del «Testamento di Athammaus», così fuggono ma la creatura li insegue. Dopo aver corso per ore, si ritrovano al punto di partenza: rifugiatisi ancora nel tempio, Satampra trova rifugio dietro una statua del dio, Tirouv nel tripode da cui era uscita la creatura e viene così divorato dall’essere, quando il mostro entra nel tempio e si cala nel bacile.
Satampra allora fugge ma viene bloccato al polso da un tentacolo della creatura, che gli mozza la mano: ma almeno riesce a mettersi in salvo. (6)

– Gli orrori di Yondo (The Abominations of Yondo, 1926)

Racconto non eccezionale ed ancora acerbo ma d’atmosfera: dopo essere stato torturato, un tale, accusato di eresia, viene liberato ai margini del deserto di Yondo, che, come afferma il titolo de racconto, nasconde orrori di ogni genere. Il tale passa per foreste di cactus marci in cui vivono animali ed insetti deformi, si ferma in riva ad un lago salato che un tempo era un oceano, vede creature asimmetriche, miraggi, ombre e non morti, al che impazzisce e corre indietro, al punto di partenza, deciso ad aspettare il ritorno dei suoi aguzzini. (6)

– La partenza di Afrodite (The Passing of Aphrodite, 1934)

Poesia in prosa: Venere ha deciso di lasciare il mondo e si manifesta al protagonista, un poeta, il solo che sappia apprezzarne la bellezza. (3)

– Angelo Mazzarese – Il castello

Un americano eredita un castello inglese che lo odia: una notte si spaventa e decide di non abitarci più. Emulo di Lovecraft senza qualità. (3)

– Angelo Mazzarese – Plenilunio

Un ragazzino cresce più forte degli altri perché è figlio dei giganti: difende il villaggio dall’attacco dei banditi e poi viene accolto dai giganti. Emulo di Howard senza qualità. (4)

– Bernardo Cicchetti – Homme-Garou

Racconto confuso di un lupo mannaro che si unisce ad un branco di lupi ed uccide indiscriminatamente uomini e lupi: lo insegue un cacciatore, che però fa la fine del topo. Emulo di Smith senza qualità. (3)

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