Ultima delle antologie della collana I miti di Cthulhu dedicata a Clark Ashton Smith, Malnéant raccoglie – spiace dirlo – una dozzina di racconti mediocri, tutti scritti negli anni Trenta e scollegati tra loro: per quanto ingegnose nella trama, si tratta di storie per lo più trascurabili e spesso noiose, quasi tutte di un genere a cavallo tra l’horror e l’urban fantasy con qualche incursione nella fantascienza.
Nei racconti dell’orrore, come «Genius Loci» (che per tono e trama parrebbe ispirato al «Colore venuto dallo spazio») e «Il Dio della Polvere» (che è il migliore della raccolta), si sente molto forte l’influenza di Lovecraft, col quale d’altro canto Smith teneva una fitta corrispondenza; buono anche «La progenie senza nome».
Ma al di là di questi tre, poco si salva.
– Una notte a Malnéant (A Night in Malnéant, 1933)
Il protagonista, dopo il suicidio dell’amata, vaga in cerca di oblio: una sera, al tramonto, si imbatte nella cupa città di Malnéant, dove, in un’atmosfera tetra e funebre, tutti sono dediti a celebrare il funerale di una certa Mariel, che si scopre essere proprio l’amata del protagonista; il corpo della donna è addirittura composto su un altare nella cattedrale. Alla fine l’uomo fugge. (3)
– La progenie senza nome (The Nameless Offspring, 1932)
Durante un temporale un tale, tornato in vacanza dal Canada all’Inghilterra, raggiunge senza volere la residenza di un vecchio amico del padre morto: si dice che la moglie di questi abbia partorito un abominio, una trentina di anni prima. Ospite del padrone del maniero diroccato, assiste alla morte dell’uomo, ucciso – forse per spavento – da questa cosa bianca, divoratrice di carogne, mezza uomo e mezza animale, che teneva segregata nella camera accanto alla sua. Bella atmosfera di disastro incombente. (6)
– L’adoratore del Demonio (The Devotee of Evil, 1933)
Racconto abbastanza formulaico di un tale che ha inventato un macchinario per evocare, risvegliare, richiamare, mostrare il male o il diavolo che è presente ovunque: sono una serie di gong e martelletti di dimensioni e materiali diversi. Quando finalmente il protagonista lo completa e lo utilizza non solo richiama il male ma ne viene anche risucchiato: rimane solo il suo corpo, privo – si direbbe – di anima. (5/6)
– I cacciatori dell’Aldilà (The Hunters from Beyond, 1932)
Uno scrittore incontra il cugino scultore: all’improvviso, da mediocre che era è diventato abilissimo, soprattutto a scolpire mostri. Lo scrittore viene colpito in particolare da un gruppo, che ritrae una ragazza aggredita da sette figure mostruose, identiche ad una che gli era appena apparsa davanti in una libreria.
In quella statua la modella viene rapita dalle creature che, spiegherà lo scultore, abitano un’altra dimensione e sono prive di potere nella nostra: ma ogni volta che appaiono cercano di ipnotizzare le vittime e di trascinarle nella loro dimensione, dove si nutrono della paura e dell’anima delle persone. Poco dopo ricompare nello studio proprio la modella del gruppo, un guscio vivo ma vuoto. (5/6)
– Genius Loci (Genius Loci, 1933)
Forse ispirato al «Colore venuto dallo spazio» di Lovecraft. Un tale invita un amico pittore nella proprietà appena acquistata. Il pittore, un paesaggista, cerca luoghi da dipingere e ne trova uno particolarmente adatto nella vicina fattoria abbandonata: un prato con uno stagno ed un salice morto. Tempo prima su quel prato venne trovato morto il vecchio proprietario della fattoria.
Col tempo il pittore, che continua a frequentare quel posto, diventa sempre più nervoso, irritabile ed aggressivo finché, raggiunto dalla fidanzata, una notte non si giunge all’epilogo: il pittore afferra la ragazza ed assieme a lei si offre alla creatura della palude, una sorta di nebbia visibile di notte, che si manifesta con i volti delle persone che ha ucciso. (5/6)
– Il Dio della Polvere (The Treader of the Dust, 1935)
Racconto in stile lovecraftiano: uno studioso della negromanzia evoca suo malgrado il dio della polvere, che fa invecchiare le cose e le persone: dapprima muore il suo maggiordomo, del quale rimane solo un mucchietto di polvere; poi, poco dopo, il protagonista lo segue. (6)
– La droga plutoniana (The Plutonian Drug, 1934)
Nel futuro, sostanze scoperte sui diversi pianeti si rivelano utili nel nostro, per curare malattie, dare sballo o anche solo uccidere. Una sorta di droga proveniente da Plutone permette di vedere un po’ nel passato ed un po’ nel futuro: poche ore. Un tale la prova e vede solo buio: infatti, appena uscito dalla casa del suo ospite (dove ha ingerito la droga) per portarsi al luogo di un altro appuntamento, viene aggredito ed ucciso da un ladro. (5)
– La lettera da Mohaun Los (The Letter from Mohaun Los, 1932)
Un uomo ed il suo servitore scompaiono misteriosamente. L’anno seguente viene recapitata alla ex fidanzata dell’uomo una lettera scritta da questi, che racconta la sua storia. In breve, l’uomo ha inventato la macchina del tempo, per fuggire il mondo contemporaneo dominato dalle macchine: solo che, per un errore di progettazione, l’ha fatta capace di muoversi nel tempo ma non nello spazio, per cui non riesce a seguire la terra nel continuo ruotare della galassia.
Tuttavia lo spazio lasciato libero dalla nostra galassia viene occupato da altre e così, molto avanti nel tempo, la macchina si ferma su un pianeta ricoperto di piante crudeli, un ibrido di piante ed insetti, dalle quali salva un indigeno a quattro braccia. Fuggiti proprio quando stanno per essere attaccati da una nave volante degli indigeni, i tre finiscono su un altro pianeta (Mohaun Los appunto), nel bel mezzo di una battaglia: cadendo schiaccia alcuni barbari che così vengono sconfitti facilmente dall’altra razza, più civilizzata.
La macchina con i tre uomini viene portata in città, al cospetto di un’altra macchina (pure piombata dal nulla, si apprenderà), che cerca di distruggerla: tuttavia l’improvvisa apparizione di una terza macchina, costruita e manovrata dagli inseguitori già incontrati al pianeta precedente (che vogliono morto a tutti i costi il quattro braccia salvato dal protagonista) fa scoppiare una battaglia tra le due, che termina con la distruzione di entrambe. L’uomo, il servitore ed il quattro braccia si sistemano sul pianeta, ben accolti, e da lì il protagonista riesce a far arrivare la lettera alla donna, usando una piccola macchina del tempo. (5)
– La luce dell’Aldilà (The Light from Beyond, 1933)
Un tale assiste all’arrivo di un’astronave: incuriosito, quando la nave ritorna va a spiarla ma rimane come avvinto dal suo campo di energia e così finisce sul pianeta degli alieni, sul quale paiono valere altre leggi fisiche. Mangia un frutto dell’albero cresciuto dal seme che gli alieni avevano seminato sulla terra in occasione della prima visita (e recuperato alla seconda) ma, divenuto di duplice natura, dopo aver brevemente sperimentato gli orizzonti infiniti della realtà degli alieni si ritrova nuovamente sulla terra, non sa nemmeno lui come: però ha perso il talento artistico ed è divenuto un ritardato. Senza senso. (4)
– Il mondo senza tempo (The Eternal World, 1932)
Uno scienziato inventa una macchina che lo muove nello spazio e nel tempo e con essa raggiunge un pianeta dove non esiste il tempo. Qui rimane come congelato finché non viene pescato da una strana astronave che raccoglie anche delle specie di colonne, gli abitanti di questo pianeta senza tempo: giunte sul loro pianeta, le colonne si animano e fanno scempio della loro civiltà, perché volevano essere usate per fare la guerra ad un altro popolo. Finito ciò, rispediscono lo scienziato sulla terra, al punto di partenza. Noiosissimo. (3)
– Medio Evo (The Dark Age, 1938)
Noia parte seconda. La civiltà è finita a causa delle guerre: tutto il sapere è stato custodito in una cittadella ben difesa. Passano le epoche ed il resto dell’umanità si è imbarbarito: il nostro protagonista, figlio di un ex abitante della cittadella (cacciato da questa, si scoprirà) e di una barbara, si innamora di una ragazza che scorge all’interno della cittadella. Così decide di difendere la cittadella dall’attacco di un’altra tribù di selvaggi: ci riesce ma quando entra nella cittadella per dare la notizia della vittoria trova la ragazza e suo padre, ultimi abitanti della cittadella, mentre stanno ingerendo un veleno. (3)
– I fantasmi del fuoco (The Phantoms of the Fire, 1930)
Un tale aveva abbandonato la propria fattoria (compresi moglie e tre figli) cinque anni prima: decide di tornarvi ma scopre che la zona è stata interamente bruciata da un incendio. Tuttavia crede di vedere intatta la casa e incolumi sia la moglie sia le due figlie ma in quella sviene: quando si riprende, il vicino che l’ha soccorso gli ha detto che la casa è bruciata quattro giorni prima, con tutte le donne bloccate al suo interno; il figlio era già morto l’anno prima. Almeno è breve. (4)
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