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Una breve introduzione a Jack Vance

La fantascienza è probabilmente il genere letterario più strapazzato della nostra epoca: nella sua veste più intellettuale si dà tante arie di letteratura impegnata ma viene comunque snobbata e classificata come pura evasione; nella sua veste più commerciale invece – ossia al cinema e nelle altre forme di intrattenimento leggero – è un minestrone di sottogeneri raffazzonati da cui emergono solo i supereroi (perché c’è tutto lo spazio che serve per parcheggiarli, in qualsiasi salsa si desideri) e Guerre Stellari, un fantasy considerato fantascienza solo perché ci sono le astronavi.
Anche tra i lettori, è difficile trovare un non appassionato che abbia letto qualcosa di diverso dai soliti cocchi della critica, come Asimov, Dick o Clarke: qualcuno arriva magari a conoscere, ma solo di nome, anche Heinlein o Pohl o Niven; e solo di recente – da non più di una dozzina di anni, cioè dalla sua morte – i lettori hanno riscoperto autori più oscuri come per esempio Jack Vance, uno dei grandi del genere che però viene ancora ignorato persino da molti appassionati della fantascienza.

La fantascienza come evasione
Senza approfondire l’argomento, che magari sarà materia di trattazione futura, i problemi della fantascienza oggi hanno una causa ben definita: si prende troppo sul serio.
I puristi, i soli che credono di contare nel genere, postulano infatti che la fantascienza debba essere «hard» (ossia fondata su solide basi scientifiche) e capace di anticipare il futuro: rifiutano così la fantascienza «soft» (quella «più “fanta” e meno scienza», per intenderci) per il suo carattere leggero e poco impegnato. Eppure tutti i sottogeneri più avvincenti della fantascienza, a cominciare dalla space opera, sono per loro stessa natura antiscientifici, anche quando fanno della superscienza la loro stessa ragione di esistenza.
Ed è proprio nella fantascienza soft che brilla la creatività di Vance, maestro della «planetary romance», sottogenere della space opera che segue il protagonista nei suoi vagabondaggi su un pianeta che solitamente non è il proprio: qui infatti emerge tutto il suo talento nel dare colore ad un mondo e ad una società alieni.

Un autore barocco
L’aggettivo che meglio descrive lo stile di Vance è «barocco»: tutti i suoi mondi, le sue società, i suoi costumi sono coloratissimi, assurdi, pomposi, artificiali, inutilmente complessi. Quando Vance descrive un personaggio non si limita a descriverne l’aspetto ma si dilunga sull’abbigliamento (sempre corredato da un copricapo di forma fantasiosa, per lo più scomodo da portare) e sugli abbinamenti audaci di colori ed accessori.
Allo stesso tempo i suoi mondi sono spesso al confine tra fantastico e reale: con l’eccezione delle opere schiettamente fantasy, come la Terra Morente e Lyonesse, i pianeti su cui si svolgono le avventure sono chiaramente fantascientifici anche se leggermente contemporanei (all’epoca in cui scriveva), ambientati in un ideale futuro in cui l’umanità da tempo immemore ha colonizzato un’infinità di mondi, tutti leggermente retrò nonostante la presenza della tecnologia, che però non è mai invadente né preminente.
La trama di questi racconti infatti non ruota mai attorno al predominio della tecnologia o al progresso sociale tanto amati dalla fantascienza hard, che in Vance sono piuttosto gli strumenti attraverso cui si esprime la creatività umana: si nota anzi una tendenza ad irridere le mode ed il progresso, quasi sempre ostacoli sulla strada del protagonista. Nell’insieme l’uomo di oggi si troverebbe a proprio agio nelle società che Vance descrive nei suoi libri, a parte un breve periodo di adattamento alle consuetudini più assurde.
Le sue storie seguono solitamente lo stesso canovaccio: un giovane protagonista assai capace che, vittima di ingiustizie, lotta da solo contro il potere e vince, grazie alle sue capacità, prima di tutto intellettuali ma non solo, dal momento che a volte deve ricorrere anche alle risorse fisiche. Va da sé che simili trame siano abbastanza prevedibili: ciononostante, anche se manca il colpo di scena ed il finale è ovvio sin dall’inizio, non manca l’attrattiva. Vance infatti sa scrivere con un buon ritmo, sempre adatto agli eventi e all’effetto che vuole suscitare nel lettore: complici anche le ambientazioni così esotiche ed il vocabolario così ricco che impiega, leggere le sue storie è sempre un piacere, anche solo per lasciarsi deliziare dall’inventiva e dal lessico.

Una bibliografia minima
La bibliografia di Vance è vastissima: purtroppo però non tutti i suoi libri sono egualmente godibili. In particolare, le opere fino agli anni Cinquanta soffrono di uno stile molto povero e di dialoghi piuttosto aridi: le ultime, dagli anni Ottanta in poi, sono invece prive dell’inventiva e del gusto che caratterizzano le opere migliori, in particolare quelle degli anni Sessanta e primi Settanta, che costituiscono il nucleo della sua produzione più efficace.
Quella che segue perciò non vuole essere tanto una classifica delle opere migliori di Vance – anche se tale si presenta – quanto un tentativo di presentare una bibliografia essenziale di Vance che in una manciata di opere – sia romanzi sia racconti – non solo raggruppi il meglio della sua produzione ma dia anche un’idea dei suoi temi e del suo stile, in un ideale ordine di rilevanza.

1) La terra morente / Il crepuscolo della terra (The Dying Earth, 1950)
L’opera più nota di Vance è una raccolta di sei racconti fantasy ambientati nel remoto futuro della terra: è un mondo barocco e decadente, che ha visto tutto e, alla debole luce di un sole ormai spento, ha scoperto persino la magia. Questo libro ha avuto ed ha ancora un’influenza notevole sul fantasy ed in particolare sui giochi di ruolo: basti dire che la magia «lancia e dimentica» delle passate edizioni di D&D, non a caso chiamato «sistema vanciano», trova qui la sua fonte di ispirazione; e che il lich Vecna, poi divinizzato nell’ambientazione dei Forgotten Realms, trae il nome proprio dall’anagramma di «Vance». I tre seguiti sono trascurabili.
Della «Terra morente» ho scritto anche un commento approfondito.

2) Pianeta Tschai (Planet of Adventure, 1968-1970)
Una serie di quattro libri strettamente collegati l’uno all’altro a formare un’avventura unica: sono così brevi che messi assieme non raggiungono la lunghezza di un volume qualsiasi di una qualsiasi pluralogia moderna. La storia (una planetary romance) segue le vicende di Adam Reith, unico sopravvissuto del naufragio di una nave esplorativa, sul pianeta Tschai, abitato da cinque razze aliene che hanno un solo elemento in comune: usano tutte gli umani come servitori. È il libro da cui partire se piace la planetary romance o si desidera farsi un’idea di come sia il genere.
Anche del ciclo di Tschai ho scritto un commento approfondito.

3) Il mondo degli showboat (Showboat World, 1975)
Opera minore ma godibilissima: è ambientata sul grande pianeta dell’omonimo libro incluso più in basso (di cui sarebbe lo slegato seguito) ma intesse atmosfere da terra morente. La bizzarra storia segue le avventure di uno dei tanti «showboat» che percorrono un vastissimo fiume ed i suoi numerosi affluenti: questi barconi, una sorta di circo e teatro viaggiante, toccano vari porti fluviali, dove mettono in scena spettacoli di vario genere, ed intanto mostrano le stramberie tipiche di ogni comunità. Godibilissimo.

4) I signori dei draghi (The Dragon Masters, 1963)
Racconto lungo ambientato su un mondo all’apparenza fantasy ma in realtà assai progredito: in sostanza gli umani si combattono tra loro con creature rettiloidi di diverso tipo, discendenti modificati di una razza di alieni che di quando in quando arriva a saccheggiare il pianeta. Quando questi alieni tornano a far visita ai protagonisti, si scopre che anche loro, a loro volta, usano creature umanoidi, discendenti modificati degli umani catturati nelle precedenti scorrerie, per portare la guerra agli umani del pianeta, probabilmente gli ultimi del settore se non della galassia intera.

5) L’ultimo castello (The Last Castle, 1966)
La razza aliena usata per svolgere tutti i compiti più umili si ribella: i castelli dell’aristocrazia umana cadono uno dopo l’altro ed i nobili, piuttosto che sporcarsi le mani col lavoro o anche solo combattere, preferiscono la morte. Qualcuno però si rende conto della minaccia e, con l’aiuto delle razze umane più disprezzate, riesce a mettere fine alla rivolta: gli alieni vengono riportati sui loro pianeti originari. Parabola contro lo schiavismo, molto attuale.

6) L’uomo dei miracoli (The Miracle-Workers, 1958)
Su un pianeta esiste la magia, ed esiste solo perché gli uomini ci credono: e ci credono a tal punto che la magia, non la scienza, viene considerata la sola vera scienza, mentre la scienza è ritenuta roba da ciarlatani. Poi gli abitanti indigeni del pianeta, una razza di insettoni antropomorfi, si arrabbia e rischia di sterminare gli umani, che si salvano solo per lo scetticismo di un apprendista mago

7) Il principe grigio (The Gray Prince, 1974)
Satira degli imbelli da salotto che si nutrono al mito del «buon selvaggio»: inadatti a vivere al di fuori della sicurezza di un ambiente urbano, sono capaci solo di demolire ciò che altri hanno costruito e sostenere rivendicazioni sterili. Vengono sconfitti dalle loro stesse idee. Molto attuale.

8) Pianeta d’acqua (The Blue World, 1966)
Classica storia del giovane capace che si mette contro l’ottusità del sistema e l’istinto di conservazione di chi detiene il potere: l’ambientazione, un mondo privo di terre ferme, è più attraente di quello che può sembrare all’inizio e la lotta del protagonista contro il mostro marino ha un lontano richiamo al Moby Dick.

9) Trullion: Alastor 2262 (Trullion: Alastor 2262, 1973)
Primo volume di una trilogia di tre libri indipendenti l’uno dall’altro accomunati solo dalla stessa ambientazione, l’ammasso di Alastor. È la solita storia del giovane che deve combattere le angherie e le ingiustizie dei potenti. Notevole per l’invenzione dell’hussade, lo sport più popolare del pianeta.
Anche di questo libro ho scritto un commento approfondito.

10) Il grande pianeta / L’Odissea di Glystra (Big Planet, 1952)
Una sorta di compendio dei temi che, dalla Terra morente (che però è precedente) in poi, avrebbero caratterizzato le opere di Vance per la trentina di anni seguenti: il pianeta, enorme, ha pressappoco la stessa gravità della terra perché è quasi completamente privo di metallo. Ciononostante è abitato da numerosi gruppi di insoddisfatti e devianti della terra che qui hanno costruito le loro società folcloristiche e disfunzionali, per non dire folli. Ha buone idee ma il successivo «Pianeta Tschai» le sviluppa meglio.
Anche di questo libro ho scritto un commento approfondito.

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