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Arthur C. Clarke – Incontro con Rama

Vado matto per le storie sui BDO, i «Big Dumb Objects», ma tutte paiono condividere lo stesso fine: accendermi l’interesse, stuzzicarmi la curiosità e attirarmi nella loro trappola per poi lasciarmi con un palmo di naso, deluso e insoddisfatto da un libro che non ha saputo mantenere nemmeno una delle aspettative con cui si era presentato.
«Il satellite proibito» (Rogue Moon, 1960) di Budrys è il caso più emblematico perché l’oggetto c’è ma rimane sempre sullo sfondo: ma tra le grosse delusioni ricordo anche «Sfera orbitale» di Shaw (Orbitsville, 1975), che pure manda in campo addirittura una sfera di Dyson (!); il celebrato «I burattinai» di Niven (Ringworld, 1970), che ho letto molto tempo fa e mi ha lasciato a bocca asciutta; ed il più oscuro «Titano» di Varley (Titan, 1979), che costruisce un mondo artificiale lussureggiante ma poi lo spreca interessandosi più alle questioncelle amorose dei personaggi che all’esplorazione del manufatto.
Ci sono poi le eccezioni, come «La civiltà degli Eccelsi» di Silverberg (Across A Billion Years, 1969), e le serie degli Heechee di Pohl e dell’Heritage Universe di Sheffield, che non sono certo perfetti ma nell’insieme riescono delle letture gradevoli, probabilmente perché ai BDO uniscono anche sane dosi di archeologia spaziale. Ma non è di questi che voglio parlare nella Pillola odierna.

Il cilindro della noia
Alla lista di delusioni deve purtroppo aggiungersi anche «Incontro con Rama» di Arthur C. Clarke (Rendezvous With Rama, 1973), forse l’opera più nota sui grandi manufatti alieni, che ho trovato noioso: e ce ne vuole per rendere noiosa una storia su un cilindro colossale che spunta all’improvviso nel sistema solare, proveniente dagli abissi dello spazio; che è cavo e all’interno ospita una sorta di mondo in miniatura; che pare disabitato e viene esplorato da un gruppo di terrestri per svelarne quanti più misteri possibile prima che cambi rotta e torni nelle profondità dello spazio.
Eppure Clarke ci è riuscito: perché invece di soffermarsi sul mistero, sull’esplorazione, magari pure sui rischi e sulle scoperte sensazionali, insomma su tutto ciò che crea un’avventura e la rende avvincente per la fantasia annoiata di un abitante di una città del ventesimo (ormai ventunesimo) secolo, si perde sulle descrizioni scientifiche, sui tecnicismi, su continue spiegazioni sull’effetto della gravità, sulla curvatura, sulle ragioni per cui una cosa è fatta così invece che cosà. E perciò il lettore deve interpretare ogni riga, decifrare ogni descrizione, per capire cosa intende l’autore, invece di lasciarsi prendere dall’avventura e dedicarsi all’esplorazione nuda e cruda, che è anche ciò che alla fine interesserebbe di questo libro.
Verso metà la storia si smolla un po’, offre un paio di spunti di azione o di non noia (l’esplorazione del misterioso continente meridionale e l’improvvisa apparizione dei «biot», gli innocui robot biologici), ma lo fa sempre a chiappe strette, senza lasciarsi andare e soprattutto senza lasciarsi prendere la mano da troppa fantasia o «escapismo». In altre parole, non c’è il fascino per l’ignoto e per la scoperta ma il tentativo positivistico di mettere tutti i tasselli al loro posto, di catalogare ogni scoperta, di decifrare il mistero: non di viverlo e magari saccheggiarlo, tornando a casa con una bella avventura da raccontare.
È la stessa differenza tra chi gioca a Terraforming Mars credendo che si tratti di un gioco tematico e chi si getta anima e corpo in una partita a Blood Bowl Team Manager.

Una spedizione affrettata
Venendo alla storia, poco dopo il 2130 viene scoperto un corpo celeste che è improvvisamente apparso nel sistema solare: viene dall’esterno ed è diretto verso il sole. Inizialmente si crede trattarsi di un grosso asteroide, poi esami successivi mostrano che è un cilindro metallico, chiaramente artificiale, lungo una cinquantina di chilometri e del diametro di una ventina. Viene subito deciso di mandare una spedizione esplorativa ma, data la ristrettezza dei tempi, viene semplicemente dirottata sul corpo – che è stato chiamato Rama perché, esauriti i nomi della mitologia greca, gli astrologi sono passati a quella indù – un’astronave che era già in volo per altre ragioni.
Nelle tre o quattro settimane di esplorazione la ventina di membri dell’equipaggio (non morirà nessuno) scoprono parecchi misteri di Rama ma non tutti: non riescono infatti a svelare gli arcani principali, ossia da dove viene, dov’è diretto, chi e come sono i ramani, perché l’hanno costruito e così via.
Gli astronauti entrano nel cilindro che all’inizio è buio ma dopo qualche tempo, probabilmente non perché l’oggetto ha riconosciuto la loro presenza ma perché si sono attivati degli automatismi ora che si sta avvicinando al sole, si accendono le luci, che illuminano a giorno l’interno del cilindrone, diviso in due continenti con un mare (ad anello: quanto inchiostro si spreca per spiegare l’effetto della striscia di mare che fa il periplo delle pareti interne del cilindro e perché questo accade) nel mezzo ed un’isola nel centro di questo mare.
Ci sono sei «città», anche se sono tutte senza porte né finestre: e solo alla fine gli esploratori si azzardano ad abbattere una parete per entrare in un edificio, che si scopre essere una specie di catalogo degli oggetti che le fabbriche nascoste di Rama sono in grado di produrre. Così però ci si può fare un’idea dei ramani, che devono essere creature a tre braccia e probabilmente tre gambe (la triplicità in tutto è una caratteristica dell’architettura di Rama), alti sui due metri e mezzo: ma si ignora se abbiano una testa e quali ne siano eventualmente le fattezze.
Nel continente settentrionale, dove c’è l’ingresso e la parte abitabile del cilindro, i campi non sono coltivabili; tutto nel continente meridionale pare invece ispirato alla follia, col suolo suddiviso in migliaia di scacchi l’uno diverso dall’altro per colore, materiale, consistenza e chissà altro ed enormi spuntoni che dovrebbero essere il motore del manufatto.

Esploratori di buone maniere
Alla fine gli esploratori fuggono appena in tempo, proprio quando Rama sta iniziando le manovre per passare rasente al sole, dove ricarica le batterie, e poi cambiare rotta per dirigersi verso il sud galattico.
Ma l’esplorazione è ancora incompleta: i protagonisti si sono dedicati solo alla «superficie», all’enorme camera che pare essere la parte abitabile di Rama, senza scendere nelle sue profondità né esplorare le gallerie dove si nascondono i veri misteri e le vere sorprese del cilindrone.
Ci sono infatti dei tunnel – ma solo nel continente meridionale e nel mare, pare – che scendono sottoterra, dai quali spuntano i «biot» (robot biologici: chiaramente macchine ma formati in gran parte di materia organica) e lungo i quali probabilmente si trovano il cervello e i motori che animano Rama e custodiscono, se ci sono, i ramani congelati o i loro cromosomi o chissà cos’altro.
Ma a ficcare il naso in queste zone nascoste del cilindrone i nostri esploratori nemmeno pensano: sono invece ben attenti a non toccare niente più del necessario, a non lasciare troppe tracce del loro passaggio, a non rompere nulla, a non disturbare nessuno. Che, per carità, sono ottime regole di educazione soprattutto vista la superiorità tecnologica degli alieni, che se si arrabbiano sono guai: ma purtroppo la buona educazione non offre granché di materiale per buone storie d’avventura.

Un’altra delusione
Così, nell’insieme, «Incontro con Rama» è una delusione: l’ennesima uscita a vuoto con una storia per la quale ero partito con grosse aspettative.
Nessuno infatti sente il bisogno di ficcare il naso nelle parti misteriose e nascoste del cilindro: e così non c’è né vera avventura né autentico mistero, solo noia tecnico-scientifica mescolata ad un po’ di esplorazione. Senza dubbio la parte scientifica è corretta al cento per cento ma questo è anche il problema della fantascienza «hard»: si concentra troppo sul realismo e sulla verosimiglianza e così perde di vista la parte più leggera e divertente di una storia, che è appunto il passatempo e l’evasione.
A complicare l’accettazione della storia da parte di un lettore già non troppo convinto della sua esecuzione, qua e là compaiono inoltre alcuni aspetti discutibili della società del ventiduesimo secolo propugnata da Clarke, l’ateo, che includono la poligamia, l’accettazione sociale delle scappatelle extraconiugali e lo spaventoso controllo della popolazione, nel senso sia della propaganda e vigilanza da parte di governi che – proprio in virtù di simili misure che limitano le libertà dei cittadini – si definiscono democratici ma lo sono solo di nome, sia della limitazione delle nascite e del tetto massimo di abitanti sulla terra (che qui sono un miliardo e vengono considerati già in soprannumero), che l’esperienza recente ci ha mostrato non essere altro che il sogno intramontabile delle elite fuori controllo.
Ma si tratta giusto di abbozzi, quasi un contorno o un tocco di «colore», freddo e sbiadito, per stemperare la parte tecnico-scientifica, ancora più gelida e incolore.

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