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Philip Francis Nowlan – Armageddon 2419 AD

Se mai si dovesse ricercare il racconto che incarni meglio lo spirito dei pulp (e prima o poi qualcuno lo farà), Armageddon 2419 AD di Philip Francis Nowlan sarebbe senza dubbio uno dei candidati più accreditati, e non solo per la creatività dell’ambientazione, che è l’America del venticinquesimo secolo, soggiogata dai comunisti ed incapace di risorgere con i propri mezzi.

Tutto il meglio dei pulp
Tanto per cominciare, questo racconto è stato pubblicato nel 1928 da Amazing Stories, quindi in piena epoca d’oro da una delle riviste che hanno fatto la storia del genere (sebbene in quegli anni stesse ancora muovendo i primi passi). In secondo luogo, è imbottito di azione: dedica il minimo indispensabile ai preamboli e, dopo pochissime pagine, getta il lettore nel pieno degli eventi, che l’invidiabile protagonista (terza ragione) non fatica a domare.
Il personaggio narrante infatti, Anthony «Tony» Rogers (che solo in seguito diverrà il ben più noto «Buck» Rogers dei fumetti), è lo stereotipo dell’eroe pulp: tanto atletico quanto intelligente, non si spaventa davanti a nulla ed anzi, pur in veste di primitivo, non solo è capace di dimostrare sempre la validità dei suoi principi e delle sue idee ma, risvegliato l’orgoglio piegato degli americani del futuro, riesce persino a diventare capopopolo per acclamazione, ovviamente dopo aver impalmato la classica bella ragazza che mai nessuno era riuscito a domare prima.
In questo squisito racconto confluiscono poi molti altri temi tipici dei pulp degli anni d’oro, dal senso del meraviglioso alla pseudoscienza (raggi di tutti i tipi, elementi chimici fantastici, oggetti tecnologici fantasiosi. alcuni dei quali, tuttavia, anni dopo sono divenuti comuni), passando per il tema del «terrore giallo», molto gettonato fino agli anni Quaranta: i nemici sono infatti gli Han, discendenti dei mongoli che hanno ereditato l’impero russo già vittorioso sugli americani del ventunesimo secolo. E tutto questo ben prima della Guerra Fredda, che nemmeno si profilava all’orizzonte, dato che i russi avevano ancora i loro bei problemi da sbrigare in casa.

Uno scambio di economie
Non senza fantasia e molta provocazione, infatti, Nowlan opera in questo racconto un interessante scambio di ruoli: come si apprende in uno dei lunghissimi pistolotti descrittivi di cui la storia è imbottita, nel corso del ventunesimo secolo l’Unione Sovietica conquista l’Europa con l’aiuto dei cinesi; successivamente, i mongoli conquistano i russi. Nel frattempo l’America, rimasta isolata e priva di sbocchi commerciali per il crollo dell’Europa, collassa e diviene facile preda dei mongoli che, con la loro scienza avanzatissima, la invadono e la colonizzano senza difficoltà, dapprima riducendone in schiavitù la popolazione e poi, quando le macchine rendono inutili gli uomini, lasciandola libera di regredire allo stato di selvaggi nelle foreste.
Passano i secoli ed i mongoli, ideali eredi dell’ideale comunista, sviluppano un’«economia del lusso» che soddisfa ogni desiderio e li rammollisce mentre gli americani, cacciati e ridotti a vivere come selvaggi nelle foreste, sono costretti ad adottare una sorta di comunismo di sopravvivenza in cui, fatta eccezione per i pochi oggetti personali di ciascuno, non esiste denaro ma ogni cosa è in comune.
Uno scambio che ancora oggi suona provocatorio, figuriamoci all’epoca.

Il Dito del Fato
Per quanto riguarda la storia, com’è immaginabile la trama è piuttosto lineare: nel 1927 Rogers rimane intrappolato in una miniera, dove era stato mandato a studiare generici «gas radioattivi» che lo fanno addormentare molto rapidamente e lo tengono come in letargo per secoli. Quando si risveglia crede siano passate solo poche ore ma in realtà è il 2419: in ogni caso, trova il modo di uscire dalla caverna in cui era rimasto ibernato e, poco dopo, salva una ragazza da un gruppo di inseguitori (non gli Han ma americani rinnegati), che per ringraziarlo lo porta al suo clan, dove viene esaminato, accettato per un vero americano del ventesimo secolo ed integrato nella struttura sociale dei Wyomings, il clan della ragazza e sua futura sposa.
Una volta presa confidenza con la tecnologia del futuro (cinture antigravità, raggi distruttivi, missili teleguidati, materiali inerti e così via), Rogers dapprima abbatte una supernave volante degli Han che stava devastando l’accampamento segreto, poi guida un raid contro una flotta di sette navi volanti mandate ad investigare l’accaduto ed infine progetta e guida un colpo di mano su Nu-Yok per recuperare un’informazione che cercava, quale altro clan li avesse traditi.
La storia finisce con la Strafexpedition dei Wyomings contro questo clan (i Sinsing), che viene praticamente estinto: ed intanto, chiosa Rogers, il «Dito del Fato» è già puntato sugli Han, che l’America cancellerà dalla faccia della terra.

Il telefilm degli anni Settanta
In conclusione, sono necessarie poche righe per una notarella anche sul telefilm del 1979, che del racconto di Nowlan tiene solo i nomi dei protagonisti, come Wilma Deering, ma cambia completamente l’ambientazione: qui è l’olocausto nucleare ad aver messo fine alla nostra civiltà, nei tardi anni Ottanta. Lo stesso Rogers è in realtà un astronauta, che sfugge alla distruzione del mondo perché pochi anni prima era incappato in un incidente di volo, che lo aveva congelato in orbita. Scoperto e rianimato dai cattivi della serie, i Draconiani (i cui costumi sono di stile orientaleggiante, forse a ricordare gli Han), Rogers si oppone al loro piano di distruzione di New Chicago, con cui si schiera.
Della seconda serie invece non merita nemmeno parlare.
Aggiornamento: anni dopo sono tornato sull’argomento con una recensione di «Capitan Rogers nel 25° secolo» (Buck Rogers in the 25th Century, 1978) di Addison E. Steele, che è la «novelization» della prima puntata del telefilm.

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