Libri

Fritz Leiber – Travolgeteli vivi

Per trent’anni ho cercato di rintracciare una storia di fantascienza che sapevo di aver letto in gioventù ma non ricordavo dove: poi un giorno, grazie a quello strumento favoloso che è internet, con i pochi elementi che ancora mi affioravano in mente sono riuscito a risalire al titolo e all’autore della storia. A quel punto è stato facile reperire una copia di «Travolgeteli vivi» di Fritz Leiber (X Marks the Pedwalk, 1963), esempio fulgidissimo di quella fantascienza sociologica dalle tinte fosche che ha conosciuto il suo apice negli anni Sessanta e Settanta, caratterizzata com’era da una visione cupa del futuro, del progresso, dell’urbanesimo e della meccanizzazione, con tutte quelle conseguenze disumanizzanti che l’ammassarsi delle genti nelle città sempre più grandi e sempre più anonime avrebbe finito per provocare.
«Travolgeteli vivi» parla infatti della guerra urbana che in un prossimo futuro metterà di fronte i Motorizzati ed i Pedoni, divisi da un odio reciproco che rende impossibile la convivenza: è una storia brevissima, appena una manciata di pagine, sulla quale mi sono gettato non appena ho potuto.
E, caso sorprendente, i bei ricordi hanno retto alla rilettura.

Il pessimismo della fantascienza sociologica
Della storia ricordavo poco, solo l’opposizione tra automobilisti e pedoni e la scena iniziale, una macchina corazzata che travolge una vecchietta che sta attraversando la strada: ma lei, invece di tentare la fuga ormai inutile, estrae una pistola e spara agli aggressori, ammazzando pure qualcuno a bordo del veicolo prima di essere investita lei stessa. Più avanti, il guidatore viene mostrato mentre chiude con dei bulloni i fori dei proiettili.
Ero convinto fosse di Frederik Pohl, dato che lo stile ed il tema combaciano con i suoi prediletti: ma dopo aver letto e in parte scorso tutta la sua sconfinata produzione ero ancora punto e a capo. Non avevo sbagliato poi di molto però: infatti non solo Leiber è un altro eminente scrittore coevo ma questo racconto è stato anche pubblicato nel primo numero di «Worlds of Tomorrow» (aprile 1963), una rivista diretta proprio da Pohl che anni dopo è confluita in «If». Non stupisce quindi che nell’insieme la storia ricordi lo stile del grande pioniere della fantascienza sociologica ed il suo approccio negativo al progresso che causa il degrado del tessuto sociale.
In questo racconto infatti ci sono tutti gli elementi tipici di quel pessimismo: il conflitto tra pedoni/plebe e automobilisti/aristocrazia; gli ambienti urbani degradati e suburbani abbienti, in contrasto tra loro; l’incapacità dei governanti di far fronte alle crisi e di offrire una guida seria alla nazione; la degenerazione dell’umanità, che si sta istupidendo sempre più e lentamente scivola nella barbarie. C’è poi pure un accenno alla religione come viene vissuta nella modernità, quindi non come aspirazione a migliorare sé ed il rapporto col prossimo ma come fonte di superstizione e settarismo, che allontana dalla ragione e spinge all’irrazionalità emotiva, al punto che uccidere altri uomini perché appartengono alla fazione concorrente va bene ma una corrida no, perché tutti – motorizzati e pedoni – sono animalisti e agli animali non si deve fare del male.

Lo squallore dell’Anello Plebeo
Riassumere gli eventi di un racconto breve, che già di suo li presenta in forma sintetica, può essere un compito impossibile o inutile, a seconda dei punti vista: sicuramente non rende onore al racconto, che merita di essere letto in forma estesa, tanto più che è così breve (e lo si trova pure gratuitamente in rete). Ritengo tuttavia che un rapido sommario non sia fuori luogo perché aiuta a dare almeno un’idea della trama e a commentarne i passi più rilevanti.
La storia si apre dunque con la scena dell’investimento della vecchietta che attraversa la strada: gli eventi sono presentati come estratto di una monumentale opera sulla storia del traffico ed in particolare di un capitolo dedicato ai «Primi conflitti tra le Sette dei Motorizzati e dei Pedoni» che lascia intendere come la situazione, invece di risolversi, nel tempo sia esplosa e sia diventata ben più grave di quello che appare nel compendio. Merita anche osservare che sin dall’inizio si parla di sette: e la setta, come già visto, presuppone un’adesione totale all’ideologia del gruppo, la chiusura al confronto con l’esterno ed il rifiuto di qualsiasi critica, in un dualismo noi-tutti gli altri che attira gli squilibrati ed è terreno fertile per le mattate.
La vecchietta dunque comprende subito di essere spacciata: decide quindi di andarsene con stile, aggrappata con ambo le mani al calcio dell’enorme pistola automatica che ha appena estratto dalla borsa della spesa, come «un cow-boy da rodeo a cavallo di uno sgroppante puledro selvaggio». Spara così alcuni colpi al parabrezza antiproiettile della macchina corazzata che, tra le «risatine educate» dell’equipaggio, sta per raggiungerla e riesce persino ad uccidere due dei sette occupanti prima di essere uccisa a sua volta: furioso per le perdite, dopo averla investita il guidatore (tale Smythe-de Winter, il personaggio che più si avvicina al protagonista della storia) si lancia sul marciapiede, dove travolge anche una ragazza in sedia a rotelle e costringe ad una fuga frenetica – e pure ridicola – un giovane in stampelle.
Nell’insieme la scena trasmette un senso di squallore: non solo per la lotta impari tra la macchina ed i pedoni ma soprattutto per l’ambiente in cui si svolge, l’Anello Plebeo («Slum Ring» nell’originale), che è il sobborgo in cui vivono i Pedoni ed il territorio di caccia dei Motorizzati, abitato da figure malandate come la vecchietta «male in arnese», la ragazza in sedia a rotelle, il giovane in stampelle e, più avanti, anche alcuni «giovani macilenti», che fanno venire in mente la povertà ed il degrado dei quartieri più miseri, un contesto reso ancora più evidente da quello «slum» dell’inglese.
Ed infatti per contrasto al bassofondo pedonale viene subito giustapposta la Corona Residenziale (semplicemente «the Suburbs» in inglese) nella quale vivono gli automobilisti, linda, ordinata e abbiente: tuttavia è difficile dire quanto sia preferibile la vita degli automobilisti che, si allude qua e là, devono avere le gambe atrofizzate e non escono mai dalle loro macchine, nemmeno per praticare sport.

Il mondo è nelle mani dei pazzi
Il duplice investimento crea rancore nei Pedoni, che dopo la veglia funebre lanciano azioni di rappresaglia, alle quali i Motorizzati rispondono con altre ritorsioni, delle quali fanno le spese per lo più cani e bambini, anche se il cordoglio maggiore è riservato agli «pneumatici indifesi» che vengono tagliuzzati nelle scorribande. A questo punto il governo, inadeguato e incapace come sempre, si vede costretto intervenire ed impone ventiquattro ore di coprifuoco, durante le quali tutti lavorano alacremente: i Motorizzati attrezzano le loro macchine con mitragliatrici pesanti e rostri alle ruote mentre i pedoni si armano con armi automatiche, cubetti rivestiti d’acciaio, trappole stradali e persino due cannoni anticarro gelosamente custoditi dai «Rospi di Robespierre» (Robespierre’s Rats nell’originale: ritornano i riferimenti al degrado dei bassifondi), ossia il Comitato per la Sicurezza dei Pedoni.
Il coprifuoco però è indispensabile alla diplomazia, che dà spettacolo di sé con recriminazioni ridicole: solo il Supremo Pedone e il Gran Motorizzato, capi delle rispettive fazioni, si dimostrano in qualche modo ragionevoli e discutendo in privato devono riconoscere che ormai è divenuto impossibile trovare aiutanti sani di mente. E dato che i pazzi sono sempre più numerosi e sempre più pazzi, tutto (governo compreso) è finito in mano ai pazzi: e così, all’improvviso, il richiamo alle sette con cui si è aperto il racconto non appare più poi tanto fuori luogo.
Si giunge infine al compromesso, che mette una serie di paletti ma in definitiva non risolve nulla, com’è prerogativa dei compromessi: è la nuova Convenzione Moto-pedonale, formalmente ineccepibile ma in pratica risibile come tutti i documenti che devono risolvere emergenze concrete. «Tra l’altro venne concordato che le armi leggere usate dai Pedoni fossero limitate ai calibri non superiori al 38 e a una velocità di tiro lievemente inferiore a quella fino allora ammessa. I Motorizzati, da parte loro, sarebbero stati tenuti a dare tre colpi di clacson, e alla distanza di un isolato, prima di caricare un pedone su un passaggio pedonale. Qualora una macchina fosse salita su un marciapiede con più di una ruota, l’investimento non sarebbe più stato considerato semplice omicidio colposo ma alla stregua di un omicidio premeditato. Ai pedoni ciechi veniva consentito l’uso delle bombe a mano». L’ironia di quest’ultima annotazione, che per riequilibrare una situazione di svantaggio si inventa una soluzione surreale potenzialmente pericolosissima per tutti, anche coloro che vorrebbe tutelare, non sarà certo passata inosservata.
Rientrata dunque l’emergenza, tutto può tornare alla normalità, che significa la guerra quotidiana tra automobilisti e pedoni, sia pure ora regolamentata dalla nuova e severissima Convezione: in altre parole, un «mondo ordinato, dove puoi avere le tue piccole soddisfazioni, anche se non sono inebrianti, e i tuoi piccoli insuccessi, che ti fanno da stimolo», come osserva Smythe-de Winter prima di lasciarsi andare al ricordo della vecchia dal volto di strega e dagli occhi peni di odio travolta due giorni prima.
Un avversario così formidabile che al solo ricordo la giornata di caccia all’improvviso sembra perdere ogni attrattiva.

Due righe di commento
Tipico racconto della fantascienza sociologica, «Travolgeteli vivi» è prima di tutto una satira di uno dei costumi dell’epoca: il predominio degli automobilisti, che con la loro guida spericolata mettevano in pericolo (come fanno tuttora) l’esistenza stessa dei pedoni, costretti dall’iperbole del racconto a vivere in un ghetto solo per essere cacciati dall’aristocrazia delle strade. Il tema della tirannia dell’automobile era molto in voga all’epoca, si pensi ad esempio ad un altro racconto di satira sociale come «Il pilota dell’apocalisse» di Ib Melchior (The Racer, 1956), dove i partecipanti di una gara automobilistica da costa a costa vincono non solo per il tempo impiegato ma soprattutto in virtù del loro punteggio, ossia il numero di pedoni falciati nella corsa.
Nell’insieme, il commento a «Travolgeteli vivi» offre anche lo spunto per una geremiade sulla scomparsa della fantascienza sociologica, che andava forte sessant’anni fa e poi, a partire dagli anni Ottanta, è stata via via sopraffatta dai temi sempre più leggeri, sino a scomparire definitivamente nell’ultimo ventennio, sostituita da argomenti più frivoli e praticamente superflui come l’inclusione e la diversità, che hanno finito per uccidere la creatività delle idee in favore di storie più accettabili e alla moda: in altre parole, allineate col pensiero dominante.
Ma, al di là della situazione sociale in cui erano stati concepiti, quei racconti rimangono freschi ed attuali ancora oggi, a sessanta – ed in certi casi più – anni di distanza.

Scrivi qui il tuo commento