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H.P. Lovecraft – L’orrore di Dunwich

Non c’è alcun dubbio che «L’orrore di Dunwich» (The Dunwich Horror, 1929) sia uno dei migliori racconti di Howard Philip Lovecraft: ed infatti meriterebbe ben meglio dell’ottava posizione che occupa nella classifica delle opere dell’autore americano che ho compilato parecchi anni fa. Tuttavia, lo stile con cui è scritto lo rende simile ad altre delle sue storie ancora più d’effetto, come «Il caso di Charles Dexter Ward» e «Colui che sussurrava nel buio», dei quali condivide l’attenzione cronachistica e le lunghe narrazioni in terza persona dei lontani fatti storici che hanno condotto alla situazione attuale: perciò nella mia lista ho preferito dare la preferenza ad altri ottimi racconti, come «Le montagne della follia», «Il colore venuto dallo spazio», «La città senza nome» e «La casa sfuggita», che impiegano registri diversi e così danno un’idea più completa delle opere lovecraftiane. Per i semplici meriti però «L’orrore di Dunwich» meriterebbe almeno la quinta posizione: se non altro perché è uno dei rari racconti in cui compare un po’ di azione, anche se solo brevemente.

Uno dei cinque racconti fondamentali

Pubblicato sul solito Weird Tales nell’aprile del 1929, «L’orrore di Dunwich» è uno dei cinque racconti fondamentali del ciclo di Cthulhu, che si era aperto l’anno prima col «Richiamo di Cthulhu», e sarebbe proseguito (qui ignoro deliberatamente le opere minori) nel 1931 con «Colui che sussurrava nelle tenebre», per poi chiudersi nel 1936 con «La maschera di Innsmouth» e «Le montagne della follia», che è sempre dello stesso anno.
Lovecraft sarebbe poi morto l’anno seguente: con la sua scomparsa il ciclo di Cthulhu si sarebbe presto trasformato nel Mito e da allora, da quasi un secolo, viene costantemente saccheggiato dalle centinaia di epigoni più o meno capaci.

Un cambio inaspettato di protagonista

«L’orrore di Dunwich» segue la formula per cui Lovecraft brilla: lente descrizioni che mescolano realtà e fantasia, con la narrazione minuziosa di tutto quello che è avvenuto nel villaggio nell’ultimo paio di secoli, da un certo sermone del 1747 sino all’oggi della storia; ed in particolare dei fatti avvenuti a partire dal 1913. In questa storia inventata – che però viene presentata come reale – trovano posto fenomeni soprannaturali, nomi di fantasia e tutti gli altri elementi chiave ripresi dal precedente «Richiamo», come l’occultismo, i riferimenti agli Antichi e in particolare a Yog-Sothoth (che era già apparso due anni prima nel «Caso di Charles Dexter Ward»), il Necronomicon, gli pseudolibri e così via.
E proprio come il «Richiamo» aveva messo in dubbio le conoscenze comuni con l’aggiunta di tutto un mondo occulto e malvagio di culti pagani e adepti assassini che si perpetua dalla notte dei tempi, così anche «L’orrore» cerca di confondere il lettore e di mettere in crisi le sue certezze: perché, anche se i fatti narrati avvengono nel mondo civilizzato che ci è familiare, appena fuori dalle città, la comunità di Dunwich è custode suo malgrado di una storia che non è solo radicalmente diversa da quella insegnata a scuola ma si regge anche su leggi fisiche contrarie a quelle a noi note. In altre parole, pur nella sua chiusura e ignoranza, Dunwich è in realtà il portale verso altre dimensioni e conoscenze così spaventose da mettere in dubbio la realtà stessa.
Anche per questo, ritengo, cioè per confondere il lettore e spingerlo a non dare nulla per certo ma a seguire con più attenzione la vicenda, la storia si apre con un protagonista che non è il vero protagonista: quello vero infatti – il dottor Armitage, il bibliotecario – entra in scena solo a metà racconto come comparsa quasi insignificante e diventa rilevante ancora più tardi, due capitoli dopo, quando quello che si era creduto il protagonista – il misterioso Wilbur Whateley – muore, rivelando così non solo il suo ruolo di antagonista ma anche la sua natura di essere ibrido, metà umano e metà mostruoso. Perché Whateley aveva sempre avuto qualcosa di strano nell’aspetto, a cominciare dal volto caprino e dalla crescita troppo rapida, ma nulla nel suo comportamento lasciava pensare che sotto gli abiti celasse un corpo così inumano come il suo, con una corona di tentacoli attorno all’addome, occhi sui fianchi, una coda serpentina ed altre orribili caratteristiche fisiche, ereditate dal suo vero padre, il demone Yog-Sothoth. Proprio il corpo deforme di questo personaggio, e poi l’apparizione dell’orrore suo fratello che dà il titolo alla storia, suggeriscono un legame tra questo racconto e «La progenie senza nome» di Clark Ashton Smith (1932), nel quale pure compare una creatura mezza uomo e mezza animale che sfugge al controllo e semina distruzione.
Con la morte di Whateley quindi il dottor Armitage prende il timone e diventa il modello di tutti gli investigatori dei giochi e dei romanzi ispirati al ciclo di Cthulhu che hanno saturato il mercato negli ultimi due decenni: un erudito che all’improvviso si trova in mezzo ad orrori indicibili ma non si tira indietro ed anzi indaga e risolve il mistero, a prezzo della sua sanità mentale.
L’anno successivo alla pubblicazione dell’«Orrore», Lovecraft sarebbe tornato a Dunwich con la poesia «L’antica pista», che conduce al villaggio dimenticato snodandosi in uno scenario spettrale.

I misteri di un villaggio fuori dal tempo

I primi cinque capitoli del racconto servono come introduzione alla storia vera e propria: nel 1913 a Dunwich, un villaggio isolato e fuori dal tempo del New England i cui abitanti in gran parte sono regrediti, nasce Wilbur Whateley, da padre ignoto. Il suo nonno materno è sospettato di stregoneria mentre la madre, un’albina, è una ritardata mentale. Il bambino – brutto di aspetto, quasi mostruoso, con un qualcosa di caprino nel volto – cresce molto rapidamente: a undici mesi è già in grado di parlare in modo scorrevole e a pochi anni di età è già un adulto. Dato lo strano contesto e la famiglia ancora più strana in cui è nato e cresciuto, tutti lo temono e gli stanno alla larga: persino i cani lo detestano, ed anzi si mettono ad abbaiare freneticamente ogni volta che lo fiutano.
Come se questo non bastasse, gli altri abitanti sospettano che i Whateley siano in qualche modo collegati con gli anelli di pietre che sorgono sulle colline attorno al villaggio: sono rovine di un’antichissima civiltà preumana e, attivati con certi incantesimi, agiscono come ponte tra la terra e un’altra dimensione, dove vivono il demone Yog-Sothoth e altre creature impossibili persino da immaginare, che ambiscono a riprendere il controllo del nostro mondo, perso nella notte dei tempi; o anche solo distruggerlo.
Sotto la guida del nonno, Wilbur Whateley è deciso a riattivare uno di questi anelli di pietre, al cui centro si trova una specie di altare: per completare il rituale però il giovane Whateley ha bisigno di consultare il Necronomicon custodito alla Miskatonic University, dal momento che alla sua copia («la versione inglese del dottor Dee»: probabilmente si riferisce a John Dee, il «mago di corte» della regina Elisabetta I, nel sedicesimo secolo) mancano alcune pagine. Entra così in scena il vero protagonista, il dottor Armitage, il bibliotecario dell’università: quando nel 1928 Whateley si presenta per consultare il libro proibito custodito nella biblioteca, Armitage comprende che c’è qualcosa di strano nell’uomo e nel suo interesse per il Necronomicon e non gli permette di copiare le pagine mancanti. Così una notte, alcune settimane più tardi, Whateley si introduce in biblioteca ma il cane di guardia lo azzanna e lo uccide: Armitage e due colleghi dell’università hanno quindi modo di vedere la vera forma di Whateley, tentacoli inclusi.
Inizia qui la vera storia: perché al primo piano della fattoria dei Whateley, chiuso a tutti, sta crescendo anche il gemello di Whateley, un mostro ancora più simile di lui al padre Yog-Sothoth. Abbandonata a se stessa – il vecchio Whateley era morto alcuni anni prima – la creatura impazzisce per la fame e una notte di settembre fugge dalla fattoria in cerca di cibo: e per giorni infesta la zona di Dunwich, distruggendo e divorando tutto quello che incontra, fattorie e fattori inclusi. Questo essere è invisibile e gigantesco: quando infine viene mostrato rivela il suo aspetto mostruoso, una specie di uovo colossale con corde, tentacoli, decine di bocche e occhi, zampe di elefante che si muovono a pistone ed un volto gigantesco che è la copia deforme del volto del nonno Whateley, il mago.
Grazie all’intervento di Armitage e di due suoi colleghi, che trovano l’incantesimo da recitare al cospetto della creatura per distruggerla, tutto finisce una settimana più tardi: ma Armitage lascia intendere che questo orrore di Dunwich poteva essere molto più pericoloso, se solo Whateley fosse riuscito a completare l’evocazione attorno alla quale stava lavorando, che avrebbe permesso a Yog-Sothoth e alle sue creature di tornare sulla terra.

E fu così che nacque l’intellettuale d’azione

Come detto, «L’orrore di Dunwich» ha tutto quello che serve per una buona storia di Cthulhu: le descrizioni, il mistero, l’orrore, gli elementi fittizi come il mito e gli pseudolibri, e pure un pizzico di azione. È infatti uno dei rari racconti lovecraftiani in cui non solo ci sia dinamismo invece della consueta passività intellettuale ma nei quali l’azione venga addirittura mostrata: altrove infatti, come nel «Caso di Charles Dexter Ward», tutto avveniva fuori scena. Ed infatti, come Armitage è diventato per gli epigoni l’archetipo del protagonista lovecraftiano – un intellettuale che non si tira indietro quando occorre eseguire violentemente un piano – così «L’orrore» è diventato una delle fonti di ispirazione primaria di un po’ tutti i giochi collegati a Cthulhu, e anche di molti racconti spuri.
Qui infatti si vede l’intellettuale che abbandona la sicurezza della sua biblioteca per passare all’azione, dopo aver raccolto le informazioni necessarie: da semplice impiegato diventa quindi una sorta di cacciatore di mostri, disposto non solo a mettere a repentaglio la propria vita per fare ciò che è giusto e che nessun altro potrebbe fare, senza lo studio di testi occulti; ma anche a far uso di queste conoscenze proibite – come l’incantesimo che scaglia per rendere visibile la creatura e poterla quindi sconfiggere con l’aiuto dei due sodali, intellettuali pure loro – dannandosi così l’anima.
Se questa figura di intellettuale d’azione appartiene ormai al repertorio tradizionale del fantastico (si pensi ad Indiana Jones) una delle fonti di ispirazione, e forse la più rilevante, è senza dubbio «L’orrore di Dunwich», che anche per questo merita di essere considerato uno dei migliori racconti di Lovecraft.

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