Certo, il lettore moderno sorride al solo pensiero di un libro in cui i cattivi di turno sono una razza di formiche giganti: ma Sconfitta dei semidei (The Demigods) è stato scritto nel 1939 – quindi ben prima che la Bomba e le mutazioni divenissero patrimonio della fantascienza – e non si limita a fissare le dimensioni eccezionali di questi insetti (comunque siano classificati). Le formiche giganti di questo libro infatti sono anche intelligenti e telepatiche, hanno piegato l’energia atomica e, dopo aver lanciato missili su Marte e Venere per colonizzarli, sono decise a prendere possesso anche della terra: sono un avversario di tutto rispetto, che non a caso mette in ginocchio l’umanità.
La rivolta delle formiche
Nel Sud Africa compaiono all’improvviso delle formiche lunghe un metro e mezzo ed anche più: le studiano Horace Stacey, un famoso entomologo, ed un giovane professore americano, Philip Kramer. La situazione si sviluppa rapidamente ed in breve tempo le formiche prendono l’iniziativa: rapiscono umani, distruggono (con raggi proiettati da armi atomiche che maneggiano con le antenne!) spedizioni di salvataggio, costruiscono robot giganti, mettono in scacco le nazioni; in poche parole, spadroneggiano. E che la situazione sarebbe degenerata presto, protagonisti inclusi, si era intuito già nelle primissime pagine, quando Kathleen, la figlia di Stacey, aveva detto al padre: «Mi hai fatto talmente paura, con quelle bestioline (le formiche, appunto), quando ero piccola, che sognavo tutte le notti d’essere rapita e tenuta prigioniera in un formicaio». Il testo non lo descrive ma al sentir pronunciare queste parole par quasi d’udire il rimbombo di un tuono lontano: non c’è dubbio che la ragazza verrà catturata (e, tra l’altro, sarà destinata proprio al destino che il padre le aveva scherzosamente pronosticato: servire da pranzo alla regina).
Ed infatti la bella Kathleen viene rapita dalle formiche giganti, grazie all’incapacità del prof. Kramer che, in un colpo solo – o, meglio, con un colpo solo, di pistola – riesce a provocare la morte di «uno dei migliori piloti dell’Unione» e la cattura della ragazza appena conosciuta ma con la quale già si è fidanzato.
Quello che segue è avventura pura, anche se un po’ ingarbugliata a causa dei frequenti cambi di prospettiva: ci sono almeno cinque punti di vista, tra cui quello di una formica, Meno-Tre. In ogni caso, Kramer si getta nel nido delle formiche, dove sono condotti anche gli indigeni per servire da schiavi delle formiche: catturato, apprende da altri prigionieri dell’esistenza di questa Meno-Tre, che è bendisposta verso gli umani e gode pure di una certa importanza nel nido. Meno-Tre aiuta Kramer e gli altri due ma quando esce alla superficie viene uccisa dal prof. Stacey, che non ne conosce l’identità né l’utilità. Stacey stesso viene fatto prigioniero ma tenuto in una cella diversa da quella in cui sono custoditi Kramer e Kathleen (salvata in extremis dall’americano ma poi ricatturata assieme al suo salvatore).
La nuova razza sovrana
Seguono pagine e pagine lentissime di spiegazioni e teorie, che però aiutano a mettere a fuoco quello che ancora non è chiaro: che le formiche comunicano telepaticamente, che sono guidate da un’intelligenza superiore, che hanno lavorato per tempo indefinito a preparare la loro ribellione, che potrebbero persino aver avuto un ruolo nella storia antica, come starebbero a dimostrare sia gli scarabei usati come simbolo dai faraoni egizi sia i geroglifici (con la croce ansata) trovati dai nostri eroi.
Finalmente arriva la resa dei conti: portati al cospetto della pura intelligenza che nelle pagine precedenti si era ipotizzata guidare i superimenotteri, i tre riescono a farla fuori (con un colpo ben assestato di Kramer), gettando così nello scompiglio le formiche, rimaste prive di guida. Nella fuga, Stacey rimane indietro ed inciampa: al contatto col terreno esplodono i tre candelotti di dinamite che aveva portato con sé sin dal momento di entrare nel nido e che le formiche non erano riuscite a scovargli nelle precedenti perquisizioni. L’esplosione sigilla la caverna: con l’aiuto di una delle macchine delle formiche, Kramer e Kathleen riescono a tornare alla superficie e, dopo aver salvato il mondo, vengono salvati da una nave di passaggio.
Una trama lenta che privilegia l’immaginazione
Messa così, la trama non pare nulla di particolare e probabilmente non lo è, certo non per i criteri moderni: tuttavia la storia è avvincente, almeno nella prima parte; nella seconda, quando i nostri eroi sono fatti prigionieri, la narrazione si blocca e la lettura si trascina per pagine intere: l’epilogo poi è un po’ frettoloso e non si mescola bene al tono del romanzo, che però nell’insieme riesce avvicente e tutto sommato anche piacevole da leggere.
È un buon pulp, insomma, anche se differisce parecchio dalle più consuete trame degli autori americani, che uniscono una fervida immaginazione a racconti densi di azione: qui infatti Bennett narra la vicenda con un certo distacco, come se non volesse lasciarsi trasportare dalla sua creatura ed al tempo stesso si accontentasse di sviluppare la trama molto più lentamente, evitando di proposito la continua successione di azione e situazioni mozzafiato che hanno fatto il genere.
In Sconfitta dei semidei si ha infatti l’impressione che l’autore abbia scelto di prendersi le sue pause mentre sorseggiava la sua tazza di tè, così da offrire al lettore – egualmente impegnato a sorbire la bevanda calda – la possibilità di ragionare su quanto è avvenuto fino a quel momento e, soprattutto, pregustare quello che dovrà venire: così ne esce quasi un gioco intellettuale laddove i pulp americani sono più schietti e diretti – proprio come un pugno sul naso – col risultato che la storia non scorre così fluida come ci si aspetterebbe ma nel complesso non arriva nemmeno ad annoiare o infastidire; anzi, riesce a divertire e a tenere incollato il lettore sino alla fine, o quasi, che è tutto quello che si chiede ad un buon romanzo di questo genere.