Leggere «Il guerriero di Marte» (A Fighting Man of Mars, 1930), settimo episodio del ciclo marziano di Edgar Rice Burroughs, è un po’ come andare al luna park, e salire sulle montagne russe: non solo perché la storia contiene un po’ di tutto ed abbonda con le emozioni ma anche perché alla fine si rimane con niente in mano, a parte l’impressione di aver trascorso una gran bella giornata.
Una miniera di creatività ed immaginazione
Pubblicato in sei puntate su The Blue Book Magazine, dall’aprile al settembre 1930, poi in volume già l’anno seguente, «Il guerriero di Marte» prosegue il filone delle monografie marziane avviato da Burroughs parecchi anni prima con «Thuvia, fanciulla di Marte», il quarto volume della serie: in altre parole, avventure per lo più indipendenti l’una dall’altra che riprendono l’ambientazione – a grandi linee – e alcuni personaggi che però hanno ruoli marginali o fanno appena un’apparizione.
Lo schema base delle trame invece è per lo più sempre lo stesso – anche qui con eccezioni, come per il precedente «La mente di Marte» – ossia il rapimento della bella di turno e l’inseguimento pervicace sino al salvataggio finale da parte dall’eroe designato, che in questo caso è un giovane tententino («padwar» nella lingua marziana) dell’esercito di Helium, Tan Hadron di Hastor. Questi, di antica e nobile famiglia rimasta però senza il becco di un quattrino, fa la corte alla donna più bella di Helium, Sanoma Tora, di famiglia arricchita senza una goccia di nobiltà, che dapprima lo tiene a distanza ed infine, salvata, si mostra indegna del suo amore: nel mezzo c’è il rapimento da parte del solito Jeddak malvagio ed una serie di avventure incredibili, che però servono per aprire gli occhi al giovane protagonista e fargli conoscere l’autentico amore della sua vita, la ben più amabile Tavia di Tjanath.
E anche se il libro racconta una delle storie più stupide della serie – che già non brillava per l’originalità delle trame – riesce però uno dei più godibili: non solo perché l’ambientazione già stabilita viene finalmente rispettata (ci sono persino riferimenti alla telepatia dei marziani e alla loro natura ovipara, oltre che alla caduta dei vecchi dei, tutti elementi più o meno trascurati nei tre/quattro volumi precedenti) ma anche perché il libro è una miniera di creatività ed immaginazione. Il risultato è puro intrattenimento, tra alti e bassi dovuti per lo più alla struttura a puntate e quindi all’esigenza sia di offrire emozioni immediate sia di preparare gli eventi della puntata successiva.
Un altro rapimento
La storia viene raccontata da Ulysses Paxton, già protagonista del precedente episodio, che così ha l’opportunità di collegare Barsoom con Pellucidar, la terra cava, nella quale Burroughs ha ambientato anche una storia di Tarzan: lo spunto è l’invenzione di un particolare apparecchio, la radio Gridley, appena introdotta in «Tanar of Pellucidar», il terzo volume di quella serie, che permette di coprire distanze inimmaginabili e superare ostacoli insormontabili.
Hadron di Hastor, sottotenente di Helium. è innamorato della bella Sanoma Tora, ragazza superficiale e senza personalità che ha due grandi qualità: la bellezza e la ricchezza paterna. Tanti altri le fanno la corte e lei ovviamente favorisce quelli con più denaro e potere del nostro protagonista, che ha dalla sua solo un’antica e prestigiosa nobilità ma poco potere e ancor meno quattrini. Una notte Sanoma viene rapita dagli agenti di Tul Axtar, malvagio jed di Jahar, e Hadron subito si lancia al suo inseguimento: lungo la strada però salva Tavia, una schiava fuggiasca dalla città di Tjanath. A tutti è chiaro che i tra i due è già scoccato l’amore tranne ad Hadron, che non se ne accorge e così accetta di farsi accompagnare da Tavia solo come «amica» mentre cerca di salvare Sanoma.
Riuniti e separati più volte, lungo la strada Hadron e Tavia vivono avventure senza fine: viene mostrata così un’intera nuova regione di Marte ancora inesplorata, che include un mondo sotterraneo, una foresta con ragni giganti, una città retta da un signore crudele che si diverte a torturare gli schiavi, una provincia imbarbaritasi nel cannibalismo e una nuova minaccia planetaria. Perché mentre John Carter – il «signore della guerra» di Marte, non dimentichiamolo – sonnecchia tranquillo ad Helium, Tul Axtar fa progetti di conquista: vuole diventare signore dell’intero pianeta e per raggiungere il suo obiettivo ha messo in piedi l’esercito più numeroso e potente del pianeta (ovviamente calpestando i diritti e l’umanità dei suoi sudditi), anche se poi manca del coraggio di lanciare l’offensiva. Eppure dispone non solo di un raggio che disintegra il metallo e quindi garantisce la vittoria in tutte le battaglie, soprattutto aeree, perché con un colpo sfascia gli scafi, ma anche della vernice che protegge le sue navi dallo stesso raggio.
Nella storia c’è spazio anche per un altro scienziato pazzo, Phor Tak, che dopo aver inventato il suddetto raggio ed aver preso ad odiare Tul Axtar per ragioni sue, ha inventato altre armi portentose e pure la vernice dell’invisibilità, con la quale Hadron pittura una specie di sottomarino volante, che così non può essere visto da nessuno (nemmeno da lui, in un paio di scene madri), e si inventa pure un mantello dell’invisibilità: entrambi gli oggetti saranno strumenti chiave negli eventi del libro, e ritorneranno più volte.
Alla fine, tutto finisce meglio di quanto ci si aspetterebbe: Hadron salva Sanoma Tora per dovere ma la respinge, non solo perché lei ha dimostrato tutto lo squallore della sua personalità tradendolo più volte ma soprattutto perché si è umiliata accettando di sposare Tul Axtar e coronare così la sua ambizione. Lo stesso Tul Axtar viene ucciso da Hadron, che in questo modo manda all’aria il suo piano di conquista, anche in virtù di una grande battaglia aerea vinta dalla flotta di Helium con l’aiuto della nave invisibile di Hadron: più tardi, l’eroe uccide pure Phor Tak, lo scienziato pazzo, e ne distrugge tutte le micidiali invenzioni, di cui comprende la pericolosità.
Ma, soprattutto, solo alla fine Hadron si rende conto di amare – ovviamente ricambiato – Tavia, che lui credeva fosse solo un’amica mentre lei si professava sua schiava: ed invece proprio nelle ultimissime righe si scopre è addirittura una principessa. Il padre Kal Tavian, schiavo lui stesso di Helium prima di essere liberato per aver riconosciuto i rapitori di Sanoma Tora e aver prestato aiuto alle forze del bene, la riconosce come figlia e così ne rivela l’identità segreta: ma, ad essere onesti, nelle storie di Burroughs quale splendida donna non è almeno principessa?
Il perfetto libro da viaggio
Come accennato nel cappello, «Il guerriero di Marte» è come un luna park in cui c’è un po’ di tutto: il divertimento è garantito, anche se a dire il vero le singole attrazioni durano un po’ troppo e, prese singolarmente, finiscono per stufare. Ed infatti questo è anche il libro più lungo degli undici che compongono il ciclo marziano.
A voler ben vedere però questo episodio non ha niente che sia davvero nuovo od originale, anche per la serie: non fa altro che riprendere situazioni già viste in precedenza. Ma le rielabora con molta immaginazione e creatività; le porta, com’è uso dire, ad undici: e così da un lato riesce a rendere gradevole una storia che, ridotta ai minimi termini, è sempre la solita tiritera che comincia con un rapimento, si conclude con il coronamento di una storia d’amore e riempie il vuoto che sta in mezzo con l’inseguimento da parte dell’eroe ed i suoi incontri lungo il cammino; dall’altro, arricchisce Marte di nuovi dettagli che non cambiano il pianeta per come lo conosciamo (lo aveva già fatto il precedente «La mente di Marte») ma lo rendono un po’ più vivo perché mostrano angoli di Barsoom sconosciuti persino ai suoi abitanti.
Nell’insieme il libro non è male ma ha diversi punti deboli: ad esempio, racconta sempre le stesse cose già viste, si perde attorno ad una storia d’amore stucchevole e, soprattutto, continua a girare in cerchi dando vita ad una specie di tiramolla che potrebbe durare all’infinito. Infatti, ogni volta che il protagonista arriva vicino alla risoluzione del suo inseguimento, avviene l’incidente che cancella tutti i progressi compiuti sino a quel punto e lo costringe e ricominciare da capo: con buona approssimazione, questi disastri avvengono ogni volta che finisce una puntata e si deve preparare il terreno per quella successiva. Quindi, dal momento che le puntate erano sei, almeno cinque volte: si comincia già nel secondo capitolo, con l’abbattimento di Hadron da parte dei marziani verdi perché aveva deciso di fare del turismo sulle rovine di un’antica città (sbagliando pure città); prosegue con la cattura e condanna a morte a Tjanath; raggiunge l’apice col disastro della parte centrale, che include la prigionia a Ghasta con fuga in una mongolfiera improvvisata, il soggiorno a Jhama con tutti i suoi nonsensi, la serie di fantozzate a Jahar, inclusa la parentesi dei cannibali di U-Gor; ed infine culmina nell’esplosione delle emozioni e dei buoni sentimenti degli ultimi capitoli.
Proprio per questa ragione, «Il guerriero di Marte» è un buon libro da leggere mentre si pensa ad altro: leggero e scorrevole, privo di velleità artistiche a parte tenere la mente occupata senza sforzo per alcune ore. Ed il prossimo, «Le spade di Marte», sarà ancora meglio!