Libri

Daniel F. Galouye – Simulacron 3

Tutti conoscono «Matrix», «Il tredicesimo piano» e «Dark City», film ormai datati (sono tutti degli anni Novanta, ahimè) che parlano di simulazione della realtà. Ma pochi sanno che questi film sono accomunati anche da un altro elemento: sono tutti debitori nei confronti di «Simulacron 3» (Simulacron-3, 1964), un libro di Daniel F. Galouye che ancora negli anni Sessanta aveva introdotto l’idea di mondi fittizi che imitano la realtà ma non esistono se non nei banchi di memoria di un computer. Non tanto intelligenze artificiali ma autentiche simulazioni, così reali che vengono sperimentate come tali dai loro abitanti, simulazioni anch’essi.
E il bello è che potremmo esserlo anche noi!

Meglio una simulazione che un’intelligenza artificiale

La fantascienza oggi è niente in confronto a quello che era un tempo, quando non solo circolava più fantasia e più vivace ma il futuro, con le sue promesse di una vita migliore, appariva anche imminente e al tempo stesso lontano, una fonte inesauribile di scoperte e meraviglie: oggi che quel futuro lo viviamo ci troviamo invece a dibatterci tra una tecnologia sempre più invadente, che ha il solo scopo di controllarci e limitare le nostre libertà, e innovazioni sempre più scialbe, il cui culmine è l’ultimo modello di telefonino, o televisore. Una tristezza.
Da alcuni anni almeno è spuntata l’intelligenza artificiale, così simile a «Colossus», che, istigazione all’ulteriore istupidimento della popolazione a parte, almeno ha in sé il brivido della ribellione, e risveglia l’antico incubo della conquista del mondo da parte delle macchine, o dei computer: per il nostro bene, ovviamente, come dichiarano sempre le cosiddette democrazie quando tentano maldestramente di dissimulare le loro inclinazioni totalitarie e vogliono invece piegare la popolazione all’obbedienza cieca. Vi siete mai chiesti perché all’improvviso e tutte assieme sono spuntate numerose aziende, ciascuna con la propria versione dell’intelligenza artificiale sempre più sofisticata, quando soltanto il giorno prima il solo concetto dell’AI era ancora fantascienza? Io me lo sono chiesto, e non ho trovato nessuna risposta, a parte quella più ovvia: ma poi quando esprimo le mie tesi mi danno del complottista e liquidano così le mie teorie.
Ma anche l’intelligenza artificiale – oggi rigidamente costretta nei binari del politicamente corretto, dell’inclusione, della diversità e delle altre menate simili di modo che, pur analizzando i dati, non riesca a rilevare gli schemi ricorrenti e giungere alle logiche conclusioni – non ha nemmeno un briciolo dell’attrattiva, al tempo stesso eccitante e spaventosa, di una bella simulazione della realtà, cioè di un mondo virtuale che crede di essere reale: perché, se abbocchiamo all’esca, potremmo esserlo persino noi una simulazione, senza nemmeno rendercene conto.

Penso quindi…esisto davvero?

E così arriviamo a «Simulacron-3», che non è proprio un bel libro ma racchiude idee di un’attualità straordinaria, soprattutto se pensiamo che è stato scritto più di sessant’anni fa, quando i computer erano ancora degli armadi grandi come stanze con solo una frazione della potenza di calcolo di quel vecchio modello di telefonino che abbiamo appena buttato via. Forse le dimensioni erano tali da destare nei profani il sospetto che all’interno potesse davvero celarsi un intero mondo in miniatura, abitato da omini microscopici; o, forse, la naturale e giusta diffidenza dell’uomo nei confronti della macchina pensante, quindi dotata di quella scintilla un tempo squisitamente umana che in prospettiva avrebbe potuto portarla a rimpiazzarlo, favorivano questa idea, perché una volta trovato il modo di creare la realtà virtuale tutto può esserlo, anche quella in cui viviamo, quella nella quale crediamo di esistere come creature in carne e ossa. E non c’è pizzicotto che tenga.
Qui infatti un’azienda informatica ha sviluppato una molteplicità di piccoli mondi elettronici, non più grandi di città, per compiere le sue indagini di mercato: con un campione così vasto e facilmente programmabile può infatti offrire un servizio di indagine dei mercati con cui nessun altro concorrente è in grado di competere. Ogni città ed ogni suo abitante sono accuratamente programmati dallo staff del suo inventore, e ciascuno è convinto di essere vero, reale, autentico: un essere vivente in carne ed ossa. Un bel passo avanti rispetto ai robot autocoscienti in miniatura del «Tunnel sotto il mondo» di Pohl (che è del 1955), usati appena dieci anni prima con la stessa finalità.
Alcuni omini virtuali però sono più uguali degli altri, perché vengono impiegati come campioni privilegiati ai fini dei sondaggi: involontariamente, si profila così quella differenza tra «viri» ed «homines» (per prevenire le critiche, adotto termini latini per distinguere tra «uomo maschio» ed «essere umano generico») che il linguaggio moderno ha sintetizzato nella contrapposizione tra «chad» ed NPC, e relativi meme: nella simulazione, i primi sono le «unità di contatto», gli altri semplici animazioni probabilmente prive di pensieri propri, e di dialogo interno.

La simulazione nella simulazione

La storia segue proprio una di queste unità di contatto, Douglas Hall, che ignora la sua natura di simulazione e come tutti è convinto di essere reale. Hall lavora per un’azienda che ha appena sviluppato la simulazione della realtà, e questo è un problema per i creatori della simulazione originale: perché il mondo di Hall – la sua simulazione, quella in cui vive – è il primo ad aver creato un mondo all’interno del proprio mondo; un mondo cioè che simula un mondo, e a sua volta è una simulazione. Ce n’è abbastanza per far esplodere la testa.
Ed infatti qualcosa di simile accade al prof. Fuller, l’inventore di questa simulazione nella simulazione, che è morto da due settimane, appena dopo aver inventato il simulatore: e poche pagine dopo l’apertura del libro anche Morton Lynch, capo della sicurezza dell’azienda, scompare senza lasciare traccia. Una sparizione così totale che all’improvviso nessuno – e intendo proprio nessuno – ha più memoria della sua esistenza: da un giorno all’altro scompaiono gli articoli di giornale che parlavano della sua scomparsa, scompaiono le targhette che commemoravano una sua certa vittoria, scompare il nome stesso di Morton Lynch.
Cancellato, dimenticato, come se non fosse mai esistito.
Questa sì che è una damnatio memoriae coi fiocchi.
L’unico che ancora lo ricordi è proprio Hall, che avvia la sua indagine privata ma continua a scontrarsi contro la realtà: infatti non può essere scomparsa una persona che non è mai esistita. Ma fino al momento della rivelazione non immagina nemmeno la verità, che esplode solo quando un’unità di contatto del simulatore del simulatore (quello del prof. Fuller, per intenderci) riesce a entrare nel corpo di un altro impiegato e, scoperto dal protagonista, gli dice che anche lui, Hall stesso, è una simulazione: e qui siamo a metà libro.
Era questa la colpa di Lynch, e la ragione della sua scomparsa: prima di morire, infatti, il prof. Fuller gli aveva confidato questo stesso segreto, sufficiente non solo per rendere pazzo chiunque ma anche per attirare l’attenzione dei controllori del piano di sopra, quelli cioè che in primo luogo avevano sviluppato la simulazione che ora ha inventato la sua simulazione.
La verità che nessuno deve conoscere.

Una nuova vita

Qui siamo a metà libro: la parte che segue è caotica e in parte senza senso. Perché entrano in gioco i programmatori del simulatore originale, quelli del piano di sopra, che nella simulazione possono operare attraverso un «avatar»: prendono cioè possesso del corpo di questo o quell’abitante, che controllano a piacere, senza che l’omino possa opporsi alla possessione. Sono due in particolare i programmatori che interessano la storia: una ragazza, la cui proiezione nella simulazione è Jinx, la figlia del prof. Fuller, che compare e scompare improvvisamente; e l’Operatore, il suo ex fidanzato, un sadico che entra in scena solo nell’ultima parte del libro e vuole fare la pelle ad Hall, e farlo soffrire.
La vera Jinx imbastisce quindi le cose in modo tale che la mente (reale) dell’Operatore rimanga intrappolata nel corpo (virtuale) di Hall nel momento in cui nella simulazione Hall viene ucciso. Così la mente (virtuale) di Hall va a riempire il corpo (reale) dell’Operatore, la cui mente (reale) in quel momento sta occupando il corpo (virtuale) di Hall. Semplice, vero?
Infatti, nelle loro frequentazioni all’interno della simulazione, Jinx si era innamorata di Hall, il cui aspetto era stato modellato a immagine e somiglianza dell’Operatore (aveva anche lo stesso nome), l’uomo che lei stessa aveva amato, salvo lasciarlo quando aveva scoperto la sua anima crudele.
In questo modo Hall, quello buono, non solo si ritrova con un corpo reale – tanto reale, s’intende, quanto possiamo supporre di essere noi stessi – ma salva anche il suo mondo virtuale dalla distruzione, ossia dalla cancellazione, perché la creazione del simulatore ad opera degli informatici digitali aveva condannato questa simulazione alla cancellazione.

Un libro inferiore alle premesse

Bella l’idea del libro, com’è bella anche la progressione ed il modo in cui l’autore dissemina gli indizi: lo è soprattutto il modo in cui il protagonista via via comprende di non essere reale ma di essere solo una simulazione che crede di essere reale, e che lo crede solo perché è stato programmato per crederlo. È qualcosa di freddo, spietato, che mostra la mancanza di compassione se non addirittura il disprezzo dei programmatori per le loro creature, che non ritengono altro che linee di codice, prive di un’identità perché quell’identità gliel’hanno data loro: se scaviamo un po’, possiamo trovare il solito peccato di presunzione dell’uomo, che vuole diventare creatore ma manca della perfezione divina, e quindi crea creature imperfette, che mettono in evidenza la sua stessa imperfezione.
La prima metà del romanzo è ottima, finché regge il mistero: ma nella seconda, dalla rivelazione shock in poi, la qualità cala, diventa piatta e noiosa, fino a toccare il fondo negli ultimi quattro capitoli, tre dei quali sono statici, ambientati in una stanza d’albergo, con una mezza storia di baci tra Hall e Jinx; ed il finale ha poco senso. Come non ne hanno alcune scelte di trama traballanti: ad esempio, non si capisce per quale ragione l’Operatore, che ha l’assoluto controllo su tutto nel suo mondo e può quindi facilmente correggere ciò che vuole, non riesca ad eliminare il simulatore: le spiegazioni che vengono date sanno di forzato e hanno poco senso.
Per questo – e per la mezza storia di baci – il libro riesce inferiore a quello che promette: ma la sua ispirazione, la simulazione che crede di essere reale e lei stessa crea la sua simulazione, ed il conseguente sospetto che tutto quello che appare reale possa in realtà essere una simulazione, sono di un’immaginazione e di un’attualità incredibili. Già solo per questa ragione merita di essere letto.
Da ultimo, merita una menzione anche il bell’adattamento cinematografico di Werner Fassbinder, «Il mondo sul filo» (1973), che è pure abbastanza fedele all’originale e soprattutto mostra splendidi ambienti futuribili dei primi anni Settanta. Roba da togliere il fiato.

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