Nonostante i miei sforzi, continuo a non essere in sintonia con lo stile di scrittura che va per la maggiore nella narrativa contemporanea: sono infatti sempre ben disposto a leggere e commentare libri pubblicati di recente – anche se esulano dal campo di interesse di questo blog, che guarda più al passato che al presente – ma finisco sempre per scontrarmi con storie e soprattutto contenuti che fatico a digerire.
Così quando, poco prima di Natale, sono stato contattato da uno degli autori di «Eva Love», opera recentissima dell’affiatato duo autoriale Germano Tarricone e Fabio Orrico, sono stato ben felice di dare la disponibilità a scrivere una recensione come sempre sincera del libro, del quale ho subito ricevuto una copia in pdf: ma non sono riuscito ad apprezzarlo. Infatti, anche se la trama si regge in piedi molto bene (ha non solo un intreccio ricercato e tutto sommato plausibile ma anche personaggi con una loro caratterizzazione), la storia in sé, lo stile, il genere stesso – per non parlare dei contenuti – contrastano con tutto ciò che giudico una buona lettura.
Un Alto Adige di fantasia
Pubblicato a gennaio dell’anno scorso dalla Golem Edizioni, «Eva Love» è un thriller o anche un noir, dal momento che non ci sono personaggi positivi nemmeno tra i protagonisti, che invece sono tutti criminali in essere o in divenire. Decisamente femminista – tutti i personaggi più capaci e determinati sono donne mentre tutti gli uomini vengono descritti come dei depravati, mossi dagli istinti più bassi e capaci degli atti più turpi – e sin troppo spinta (su questo tornerò), la storia è ambientata a cavallo del Brennero, tra una località imprecisata dell’Austria e l’Alto Adige. Ma è un Alto Adige ben lontano dal «lederhosenstil» delle cartoline: così distante dalla realtà che Villatorba, la piccola località montana in cui vivrebbe la protagonista, nemmeno esiste; e che può permettersi di tenere una scuola elementare italiana persino in una cittadina di nemmeno duemila anime.
Dal punto di vista editoriale è un prodotto di buon livello, curato in maniera professionale: gli errori grammaticali od ortografici sono pochi, per lo più legati ad una scelta lessicale (i primi) o a semplici refusi (entrambi), come qualche virgola in più o in meno, un accento mancante, un «gli» al posto di «le» (pronomi), un «del» invece di «dello» davanti ad una zeta, un imperativo «dì» per «di’» (anche se oggi è accettato continua a far male agli occhi) o una notizia «sui cui dobbiamo ricamare». Ma sono tutte minuzie.
Una narrazione incalzante
Lo stile del libro invece è un’altra cosa: una smitragliata di frasi spoglie, brevi e secche, ed una messe di punti fermi ogni poche parole, con scarsissima subordinazione. È un tipo di scrittura che si accompagna al genere thriller/noir come il cacio sui maccheroni (dietro c’è tutto l’hardboiled americano, nato proprio sulle riviste pulp che, come dicono dall’altra parte dell’Oceano, «hanno assassinato le frasi lunghe») ma, se da un lato trasforma la narrazione in un fiume rapido ed impetuoso da cui lasciarsi trasportare, dall’altro manda a farsi benedire il bello scrivere, perché non c’è né tempo né spazio per perdersi in qualcosa che serve solo a rallentare l’azione.
Probabilmente proprio per questa stessa ragione – non staccare mai il piede dall’acceleratore per tenere viva la tensione – la vicenda è raccontata al presente invece che nei più consueti tempi storici: dal punto di vista narrativo contribuisce a dare l’idea di una storia che non solo è ancora aperta ma si sta addirittura facendo proprio in questo momento, proprio durante la mia lettura; di conseguenza, io lettore non posso nemmeno fermarmi, devo proseguire per vedere cosa succederà. Ed infatti da questo punto di vista il libro è «scorrevole», perché le pagine scorrono una dietro l’altra, si mandano giù con la stessa facilità con cui i protagonisti ingollano alcolici: ma, proprio come questi, il libro non lascia alcuna traccia nel lettore, è un prodotto che si inizia, si consuma e si dimentica, senza riflessioni, senza immedesimazione.
Semmai crea distacco, a causa dei contenuti, di cui parlerò tra poco, il vero, grosso problema di questo libro.
Troppo corsivo
Un ultimo aspetto stilistico su cui desidero soffermarmi è l’uso del corsivo, che trovo fastidioso: cambiare il carattere per sottolineare una parola o il tono in cui viene detta è un espediente solido e raccomandabile; farlo ogni volta in cui compare un termine straniero o il titolo di un libro, film, canzone o altro, persino il nome del locale attorno al quale si svolge la storia, è invece solo un’affettazione che dice «guarda come sono brillante, quante cose so». E, proprio come fingere un accento straniero che all’improvviso si perde, è un castello di carte che può cadere da un momento all’altro, quando ci si scorda di usarlo anche una sola volta: perché, viene da chiedersi, la suite presidenziale merita il corsivo ma la silhouette no? Sono entrambe parole straniere e, a ben vedere, «suite» (specialmente se presidenziale) è ben più radicata nella lingua comune di «silhouette». E, ancora, perché il Cardenal Mendoza sì ed il Chivas no? Forse perché un brandy (ho dovuto cercarlo) è più sofisticato di un whisky?
E, già che ci siamo, perché ogni volta che si presenta l’opportunità gli oggetti vengono presentati col loro nome da catalogo? Ai fini della storia sarebbe sufficiente parlare di un generico bicchiere o di un’altrettanto generica bottiglia di brandy, whisky o champagne, non serve a niente sapere che è di una marca o di un’altra, così come basterebbe dire che il personaggio prende la macchina o, al massimo, la sua Audi o Mercedes: sapere che è la «Mercedes SE 250 coupé color crema» o che l’orologio è un «Rolex Cosmograph Daytona» o la telecamera una «Canon 1DX Mark II» o la pistola un «revolver Manurhin MR-73» non aggiunge nulla, interrompe solo il flusso della narrazione (che, si è detto, vorrebbe invece essere rapida, incalzante), perché il lettore è costretto a fermarsi ogni volta per decifrare la sigla, raffigurarsi l’oggetto specifico ed immaginare quale rilevanza sulla storia possa avere quel modello particolare invece di uno generico. Che invece non ha, mai.
Il nome della casa produttrice (una Mercedes, una Canon, una pistola) sarebbe più che sufficiente per un profano.
Degradazione un tanto al chilo
E così arriviamo al vivo della storia, che copre tre settimane di un anno imprecisato, dal 12 al 31 dicembre (ma salta il 16, privo di eventi narrati), con un epilogo che si svolge alcuni mesi più tardi: come sempre con i libri più recenti mi limiterò a parlare solo delle parti necessarie a questa recensione, che poi sono anche quelle in cui si concentrano i problemi principali di questo libro.
La trama segue dunque le vicende di due donne, la Eva Love del titolo ed una certa Benedicta, bosniaca, già criminale di guerra al tempo della guerra dei Balcani: la prima è una pornostar trentacinquenne che si guadagna da vivere (bene) con la prostituzione d’altissimo livello; la seconda è la gestrice cinquantenne di un bordello di classe pure elevatissima – di cui Eva Love è comproprietaria – che arrotonda con traffici illeciti, per lo più armi (e probabilmente ragazze). Attorno a loro orbitano una serie di figure minori come il lenone di Eva, l’amante/guardia del corpo di Benedicta, un’aspirante spogliarellista con secondi fini, il padre incestuoso di Eva, il figlio autistico, e poi varie macchiette in forma di clienti, esponenti della criminalità organizzata, luminari della medicina, vati della televisione spazzatura.
Vista la compagnia, non dovrebbero sorprendere i contenuti, che sono una sequela di scene di sesso esplicito intervallate da altre di violenza brutale: quello che rimane è la trama, che senza tutti questi fronzoli potrebbe essere concentrata in una manciata di pagine. Ciò che disturba è proprio il dettaglio morboso con cui viene descritta ogni forma di degradazione, a volte anche per tre o quattro pagine, con una gran varietà di dettagli: così si passa dal dirigente d’azienda sadomaso a quello guardone, dalla brutalità animalesca di certi figuri alle orge di capodanno, passando per l’improvvisa cotta della protagonista per un’altra, che termina nel letto e che è l’innesco dell’epilogo.
E quando non descrive il sesso estremo, la storia indugia sulle scene di violenza, come lo smembramento di un cadavere pezzo per pezzo e gli effetti visivi di una testa ridotta in poltiglia con un ferro o di un’altra svuotata da un colpo di pistola sparato a bruciapelo.
Tutto è di un realismo estremo, più realistico della realtà stessa, che non solo non aggiunge nulla alla storia in sé ma provoca addirittura alienazione e disgusto: tutta questa morbosità mal si adatta alle pagine di un libro. Rimango infatti dell’idea che la lettura dovrebbe essere un momento di rilassamento, una fuga dalla realtà che permetta alla mente di muoversi e fantasticare liberamente e così rigenerarsi: in altre parole, un romanzo dovrebbe limitarsi a suggerire immagini sfumate che poi è la mente di ciascuno a sviluppare secondo la predisposizione personale, non imporle come le immagini di un film. Sono due strumenti differenti e come tali dovrebbero anche avere linguaggi differenti.
Un libro indigesto
Che il libro fosse così un po’ me l’aspettavo: ormai ho letto abbastanza romanzi contemporanei per essermi fatto un’idea di cosa passi oggi per narrativa. Il gusto moderno tende infatti a confondere la creatività con la capacità di scioccare: ecco quindi le scene esplicite al posto dei sottintesi, le descrizioni minuziose al posto di poche pennellate, la volgarità ad ogni costo al posto della discrezione e del buongusto.
Questo stile sboccato si è presto affermato e trasformato nel simbolo di una controcultura che però a ben vedere è già divenuta mainstream, perché chi più chi meno tutti gli autori moderni – o che vogliono sentirsi tali – hanno abbandonato le vecchie tecniche narrative (dissolvenza, ahimè, inclusa) a favore di un approccio alla scrittura che viene sentito più vicino alla vita vissuta e alla lingua parlata. In altre parole, meno bravi ragazzi e più ribelli.
Ma la scrittura sarebbe lo strumento di comunicazione «alto», quello che per temi e lingua richiede un registro diverso da quelli della quotidianità e della televisione: dovrebbe suggerire immagini e situazioni, non ficcarle nella mente a martellate, per scioccare. Dovrebbe anche presentare esempi virtuosi, non celebrare la decadenza della società e normalizzarne le deviazioni.
Proprio per questo mi sento abbastanza sicuro di poter affermare che «Eva Love» ha tutto quello che serve per piacere agli appassionati del genere: ha le tre «esse» del crimine (sesso, sangue e soldi), ne fa abbondante uso e le condisce pure con una storia che nell’insieme ha una sua coerenza, per quanto discutibile. Pertanto, chi già sa cosa aspettarsi da questo tipo di gialli si rallegri: qui trova il suo paese dei balocchi; ma chi è ancora incerto o poco convinto farebbe meglio a scegliere un altro romanzo, perché definire «Eva Love» indigesto non basta a dare un’idea dei suoi contenuti.