«L’asteroide abbandonato» (The Wailing Asteroid, 1960) non è certo uno dei libri più noti né, va detto, dei migliori di Murray Leinster, autore prolificissimo dell’epoca d’oro della fantascienza nel quale ogni appassionato si è senz’altro imbattuto prima o poi: ciononostante quest’opera ha una sua attrattiva e pure una trama abbastanza creativa ed imprevedibile per risultare nell’insieme gradevole.
Certo, gli ottimi «Il pianeta dimenticato» (The Forgotten Planet, 1954), «Squadra di esplorazione» (Exploration Team, 1956/Combat Team, 1957) e «Questo è un gizmo» (War with the Gizmos, 1958) – per non dire il racconto «Proxima Centauri» (1935) – sono molto più conosciuti ed apprezzati di questo suo libro, così come gli altrettanto sconosciuti «L’orrore di Gow Island» (The Monster from Earth’s End, 1959) ed «Eroi su commissione» (Space Captain, 1966), pur più lineari, sono probabilmente più scorrevoli: però nessuno dei citati ha in sé quella nostalgia per il passato e quel richiamo all’avventura fine a se stessa che invece trasuda dalle pagine dell’«Asteroide abbandonato» al quale è dedicato questo articolo.
Un inventore vecchio stampo
La fantascienza ciclostilata che va in voga da diversi decenni ci ha ormai abituati all’immagine dello scienziato in camice bianco che, tra strumenti sofisticatissimi e lucette soffuse colorate, opera in laboratori asettici altrettanto candidi ed intanto brucia milioni di fondi governativi o, se va bene, di qualche megaditta rapace in progetti ambiziosi sull’infinitamente piccolo.
Un tempo però, prima di essere fagocitato dal morbo della moda hipster, lo scienziato «buono» era ancora solo un inventore, al massimo un ingegnere con grande padronanza della tecnica e della meccanica, che con strumenti di fortuna lavorava nel proprio garage a progetti fantasiosi, a volte pazzeschi, che però finanziava di tasca sua: tale è anche il nostro protagonista, Joe Burke, un ingegnere molto creativo che ha messo in piedi il suo studio di progettazione con annessa fabbrichetta.
L’archetipo dell’inventore da scantinato non solo richiama subito alla mente le grandi storie di avventura spaziale del passato (si pensi ad esempio all’Allodola dello Spazio ed alla sfera di Cavor) ma, per quanto anacronistico possa sembrare, garantisce anche una presa sicura sul lettore tanto di ieri quanto di oggi, in virtù proprio della tradizione romantico-avventurosa che da sempre accompagna questa figura.
Galeotta fu la radio
La mattina in cui comincia la storia le stazioni d’ascolto mondiali ricevono segnali provenienti dallo spazio: si comincia dal Pacifico e poi, man mano che la terra gira, li captano anche le altre disseminate lungo il cammino del sole. È una cantilena di suoni flautati e lievi, nitidi e chiari, della durata di oltre un minuto, che si ripete per cinque volte di seguito con un intervallo di settantanove minuti tra una sequenza e l’altra: non ci sono dubbi che siano inviati da creature intelligenti. La curiosità si accende immediatamente in tutto il mondo: la melodia viene quindi ritrasmessa anche dai radiogiornali.
Entra così in scena il nostro eroe, Joe Burke appunto, che – fermata la macchina in un posto romantico, «proprio dove il fiume scintillava sotto la luna», e lasciata accesa la radio – sta per fare la proposta di matrimonio a Sandy Lund, l’unica impiegata della sua impresa: in quella però la stazione radio interrompe i programmi per dare un bollettino straordinario sui segnali provenienti dallo spazio, che poi manda in onda. L’effetto è disastroso su Burke, che ha già sentito quei suoni da ragazzo, quando ogni notte faceva lo stesso sogno ricorrente: si trovava di notte su un mondo alieno, con una strana arma di plastica trasparente in mano, in mezzo ad alberi mai visti sulla terra, alla luce di due lune e sotto uno strano cielo con strane costellazioni.
Tornato in sé e rimandati i proponimenti matrimoniali, il protagonista riaccompagna a casa la ragazza e poi si chiude nella sua officina per lavorare a qualcosa.
I segnali dallo spazio
Nei giorni – poi settimane – di eremitaggio e lavoro di Burke succedono parecchie cose nel mondo: innanzitutto, gli astronomi triangolano la fonte dei segnali, che è un piccolo asteroide («l’Oggetto di Schull», del diametro approssimativo di tre chilometri) nella fascia degli asteroidi. L’interesse della popolazione sale alle stelle, le nazioni si mobilitano, i russi mandano persino una navicella con un uomo di equipaggio (che però farà una brutta fine a causa delle radiazioni); al terzo giorno gli astronomi riescono finalmente ad imbastire un messaggio amichevole di risposta: la conseguenza è che immediatamente il segnale dell’asteroide cambia, una reazione automatica ed istantanea che fa imbestialire tanto gli astronomi quanto i governanti. L’entusiasmo iniziale si trasforma così dapprima in agitazione, apprensione e panico; poi, «di colpo la gente smise d’interessarsi ai segnali. O meglio, decise di non pensarci più. Aveva troppa paura».
Mentre gli avvistamenti di dischi volanti si moltiplicano, si tagliano i fondi per l’esplorazione spaziale e, come suo solito, l’Europa si schiera ancora una volta contro gli Stati Uniti (salvo poi implorarne l’aiuto quando è in difficoltà), che giudica colpevoli di aver risposto al segnale dallo spazio, irritandone l’ignoto mittente. Anche in America cambia il clima: si inizia a pensare che possa essere un messaggio inviato ad agenti extraterrestri installati sulla terra già da anni o persino decenni e per questo si sospetta di chiunque, in una moderna caccia alle streghe o, più propriamente, alle spie aliene.
Burke, con il suo comportamento stravagante, i suoi acquisti di strani materiali ed i suoi esperimenti ancora più strani, diventa subito uno dei principali indiziati.
Il viaggio nello spazio
Nelle settimane che seguono al primo messaggio il protagonista si è infatti messo a lavorare ad un qualcosa la cui funzione, inizialmente indicata come il prototipo di un nuovo rifugio atomico, diviene via via sempre più ovvia man mano che la storia prosegue: gli acquisti di tonnellate di acciaio svedese e materiali vari, gli strani esperimenti che Burke conduce nel capannone della sua fabbrica, i collaboratori di cui si circonda attirano l’attenzione di un giornalista, che infine giunge al cantiere accompagnato da due rappresentanti della Protezione Civile, aggiuntisi con la scusa di controllare l’efficienza del rifugio.
A questo punto la situazione deteriora rapidamente: i tre signori non la bevono ed infatti pochi giorni dopo tornano in forze, questa volta accompagnati dalla polizia e dall’Fbi. Ma ormai l’astronave di Burke è completa ed il nostro eroe, assieme ai suoi due più stretti collaboratori – Holmes della Holmes Yacht, che lo ha aiutato nella progettazione e costruzione dello scafo, ed il taciturno Keller, esperto di calcolatori – si prepara a partire alla volta dell’asteroide: non prima però che Sandy e la sorella Pam, che avevano sbrigato tutto il lavoro d’ufficio mentre i tre erano impegnati nel cantiere e sarebbero dovute restare a casa, si siano unite alla spedizione con un espediente, approfittando cioè della situazione creatasi con l’arrivo della polizia.
Il vascello, che consta di due soli locali, è mosso da uno speciale motore ad autoinduzione negativa che Burke aveva letteralmente sognato: copia infatti il meccanismo dell’arma che impugnava nel sogno alieno ricorrente, che lo aveva convinto fosse possibile ottenere dei magneti privi di resistenza d’induzione.
Progettato durante le settimane di eremitaggio, il modello finale viene messo a punto appena in tempo per la fuga.
L’oggetto di Schell
Subito scambiati per spie aliene, i nostri devono sfuggire a diversi missili prima di raggiungere lo spazio sicuro, da dove si mettono subito in contatto con il governo americano, dichiarando chi sono e cosa si propongono di fare. Addirittura, utilizzando una forma di crittografia che necessita del suo codice fiscale per essere decodificata, Burke il filantropo comunica pure dove si possono trovare i progetti dell’astronave e del suo nuovo motore.
Giorni o, più probabilmente, settimane più tardi la navicella raggiunge l’asteroide, dal quale si protende una grossa antenna: accanto ad essa un tunnel, nel quale i nostri si infilano con la loro navicella. Subito dopo, la galleria s’illumina e si sigilla: si riempie anche d’aria respirabile.
Siamo arrivati pressappoco a metà libro: adesso basta sbadigli perché inizia la parte davvero avvincente.
La base aliena
L’asteroide è interamente scavato: dal «molo» al quale conduce il tunnel si accede, solo a piedi, ad un lungo corridoio di pietra grigia, con locali su entrambi i lati; alla fine del corridoio una scala porta al piano superiore, dove si sviluppa un altro corridoio sul quale si aprono molti altri locali (per lo più camere da letto, con alcune sale mensa e quella che, più avanti, verrà riconosciuta come la biblioteca: scoperta importantissima nell’economia del libro); al termine di quest’altro corridoio, una nuova scala porta al terzo piano, più corto, dominato dalla sala controllo: da qui, a intervalli regolari, partono i segnali che giungono sulla terra. C’è anche un microfono, già aperto, che viene immediatamente usato da Burke per lanciare un messaggio rassicurante alla terra.
Con sorpresa di tutti, non ci sono scritte, da nessuna parte: par quasi che i costruttori fossero analfabeti. Ma è possibile che una razza capace di conquistare lo spazio non conosca la scrittura?
I tesori nascosti
Da questo momento quasi ogni pagina rivela una nuova scoperta: la più importante è di Burke (e chi altri?) e riguarda appunto la biblioteca. Nessuno riesce a capire a cosa serva o servisse questa base, perché sia stata abbandonata e si sia riattivata proprio adesso, come funzionino le strane apparecchiature trovate qua e là, come ad esempio la sala piena di sfere di tre metri di diametro o altri congegni che paiono delle armi.
Tuttavia quando Sandy dice che Pam si sente a disagio e forse ha addirittura paura di passare per il secondo piano, in particolare davanti ad una certa porta, il protagonista trova la chiave, non tanto della porta (che è solo bloccata da millenni di abbandono) quanto invece delle più preziose istruzioni d’uso.
Dietro quella porta si cela infatti un grande locale disseminato di scaffali carichi di cubi neri identici a quello che, undicenne, gli aveva mostrato lo zio al rientro da un viaggio in Francia, assieme ad altre suppellettili preistoriche che quegli aveva acquistato da un contadino nella zona di Cro Magnon: un giorno il cubo cadde e si ruppe ma non andò in pezzi bensì si sfaldò in strisce sottilissime che la zia cercò poi di ricomporre; ma il giovane Burke tenne per sé uno dei fogli, nascosto sotto il cuscino.
A questo punto gli è facile tirare le conclusioni: quel locale è la biblioteca della base e quei cubi sono i libri, che a quanto pare funzionano per suggestione ipnotica. Evidentemente il sogno ricorrente a cui deve l’idea del motore era dovuto proprio a quello strato – o meglio, pagina – del cubo che aveva tenuto sotto il cuscino per tanto tempo.
Così lui e Holmes tentano di dormire accanto a questi cubi, uno alla volta: ma sono troppi e non ci sarebbe il tempo per «sognarli» tutti. Per fortuna però in una nicchia nella biblioteca scoprono una macchina apposita che, dopo averne appreso il funzionamento nel sonno, trasmette rapidamente i contenuti dei cubi nelle menti di due persone deste alla volta. E, cosa particolarmente interessante, i contenuti così appresi sono immediatamente chiari e non si dimenticano più.
Il pianeta alieno
L’altra grande scoperta viene fatta dalle ragazze e da Holmes, che intanto esploravano lo scantinato: dopo essersi fatta strada tra magazzini pieni di scatole che si dissolvono al contatto (a causa dell’età e dell’esposizione allo spazio: la base era rimasta «aperta» fino all’arrivo della navicella di Burke), Sandy si imbatte in un grosso volatile sconosciuto e si prende un grosso spavento. Le successive indagini, meno lineari e più misteriose di quanto appaia da queste poche righe, conducono ad una lastra di metallo che, appena toccata, teletrasporta la persona ad una stazione ricevente: «teletrasporta» non è il termine giusto, dal momento che un’articolata spiegazione di Burke ci informa che la trasmissione di una massa sotto forma di energia elettrica è impossibile ma non lo è la traduzione di un oggetto da un punto all’altro, ossia la sostituzione di una posizione nello spazio. Non ho idea se sia scientificamente corretto e non mi interessa nemmeno saperlo ma superscientificamente non fa una piega e per me tanto basta.
Dall’altra parte del portale si trovano le rovine di edifici ormai reclamati dalla natura ed altri esemplari del volatile che aveva spaventato Sandy: così dopo una notte passata all’addiaccio, senza alcuna costellazione riconoscibile nel cielo notturno (illuminato da due lune però! Ed, ehi, quelli non sono gli alberi del sogno?) i nostri eroi trovano infine la lastra che li riconduce alla base e permette loro di risolvere quasi tutti gli enigmi del libro. Tutti meno uno, per la precisione.
Siamo figli delle stelle
In buona sostanza, la storia è questa: il pianeta è il pianeta originario degli alieni che hanno costruito la base, che sono anche i nostri progenitori.
Con la scoperta dei portali questi nostri antenati hanno potuto armare astronavi che, anche viaggiando a velocità subluminale, hanno permesso loro di raggiungere ogni angolo della galassia: infatti, pur distanti centinaia di anni luce, in realtà terraferma e astronave distavano un solo passo, grazie alle «lastre di traduzione». In questo modo era possibile lanciare la nave verso i pianeti, tornare a bordo di quando in quando per correggere la rotta e svolgere la manutenzione e poi, una volta giunta a destinazione, il portale annullava ogni distanza tra la terra madre e la nuova colonia: così dev’essere stata costruita la base nell’asteroide. Ma perché costruirla? E soprattutto: chi erano e dove sono finiti i suoi costruttori?
A questa domanda è facile rispondere, grazie anche ai cubi trovati dai nostri eroi: erano umani identici a noi. La base serviva per difendere questo settore della galassia dalla minaccia di un nemico che non è più riapparso per migliaia di anni, durante i quali i nostri antenati sono invece entrati in declino sino a svanire: «Quando un popolo costruisce fortificazioni e non navi da guerra, è un segno di decadenza», osserva infatti – e giustamente – Sandy.
Alla fine, dimenticata da tutti, venuta meno la ragione della sua vigilanza e persi probabilmente anche i contatti con il pianeta di origine (che ad un certo punto dev’essere stato abbandonato a favore di un altro, non tanto perché fosse migliore di questo – che, sperimentato dai nostri, è ancora molto accogliente – quanto piuttosto per sfuggire al pericolo di cui sopra), la guarnigione abbandonata deve aver deciso di trasferirsi definitivamente sul pianeta abitabile più vicino, la terra appunto, dove già di quando in quando qualcuno si recava in licenza. E sono così divenuti i nostri progenitori: siamo davvero figli delle stelle.
Nell’abbandonare la base però questi nostri antenati hanno lasciato in funzione le apparecchiature di rilevamento, assicurandosi che, in caso di avvicinamento di una flotta nemica, la base lanciasse un messaggio di avvertimento alla terra.
Che è proprio quello colto dalle stazioni di ascolto all’inizio del libro.
I soli all’attacco del sistema solare
Veniamo così al succo della storia, purtroppo liquidato in una manciata di pagine alla fine.
Già dopo la scoperta della sala controllo Keller aveva compreso cosa fossero certi puntini rossi in avvicinamento su uno schermo tipo radar ma l’attenzione era stata distolta da altro, non ultima la biblioteca ed i manuali d’uso delle diverse apparecchiature di cui la base è dotata: tuttavia nelle ultime pagine del libro la minaccia, rimasta a lungo sullo sfondo, arriva finalmente a concretizzarsi. Si tratta di un nuovo attacco del nemico: anzi, del «Nemico», con la enne maiuscola (solo nei libri di una volta si poteva dare un nome così generico ad un rivale e farla franca: oggi non c’è razza aliena che venga presa sul serio se nel nome non ha almeno un paio di apostrofi ed una catena di consonanti senza vocali), con cui i nostri antenati sono o erano in guerra da sempre.
Gli schermi mostrano una formazione in avvicinamento di dieci soli che ruotano l’uno attorno all’altro, i cui campi gravitazionali sono sufficienti a distruggere il sistema solare e trasformare il nostro sole in supernova: «non avrebbero lasciato niente dietro di sé, tranne i pochi frammenti dei mondi distrutti».
Tuttavia, con le conoscenze recentemente acquisite, i nostri programmano e lanciano un centinaio delle sfere enormi già viste (che infatti fanno parte degli armamenti della base) e causano l’esplosione dei dieci soli quando sono ancora lontani dal nostro sistema, sventando così l’attacco.
Chi sia questo Nemico e perché ci sia nemico non viene però rivelato.
Dall’epilogo apprendiamo tuttavia che Burke già progetta il contrattacco, non importa quanto tempo sia necessario per prepararlo: «Possiamo allestire una nave e rendergli una visita per fargli abbassare le orecchie, invece di aspettare che sia lui a colpire», afferma.
Decisamente l’umanità (almeno alla fine degli anni Cinquanta) non era affatto in decadenza.
Il commento finale obbligatorio
Si è già detto,«L’asteroide abbandonato» è una storia a doppia velocità: la prima metà è terribilmente lenta e nell’insieme poco interessante, dato che in sostanza mostra un inventore che fa quello che fanno gli inventori mentre sullo sfondo viene tracciato lo scenario politico; la seconda parte invece è molto più articolata e avvincente, perché si sviluppa attorno all’esplorazione dell’asteroide del titolo (che nell’originale non è abbandonato ma solo «piangente»), con tutte le promesse di mistero, avventura e scoperta che essa si porta dietro.
Così nell’insieme risulta un libro piacevole da leggere, colpevolmente ignorato, perché la storia è solida e riesce a catturare il lettore: il finale magari è un po’ sbrigativo ma almeno non delude, la brevità infatti è sempre preferibile (e lo dico proprio io che ho appena scritto un commento di quattro pagine). Se fosse scritto oggi infatti, oltre ad occupare almeno il doppio delle pagine, servirebbe da buona introduzione ad un ciclo o pluralogia: sebbene la gran parte dei quesiti trovino risposta, molte curiosità rimangono tuttora insoddisfatte, come sapere chi siano realmente i nostri progenitori, perché hanno abbandonato il loro pianeta originario, dove si sono rifugiati, chi è questo Nemico, perché ha iniziato la guerra e, millenni più tardi, la porta ancora avanti…
Ci potrebbe quindi stare sia un’ottima planetary romance ambientata sul pianeta originario, che includa l’esplorazione di quel mondo e magari anche il contatto con una o più sacche di nostri antenati rimasti indietro e imbarbaritisi, sia un’altrettanto intrigante space opera che spazi dalla ricerca del pianeta dei protoumani alla prosecuzione o conclusione della guerra con il Nemico e porti anche alla scoperta di un impero o di altri mondi abitati dai nostri progenitori.
Con questi presupposti, l’ambientazione si presterebbe benissimo anche ad accogliere una campagna di giochi di ruolo.
Nicola Gambetti, thanks! And thanks for sharing your great posts every week!
My pleasure!
This Article was mentioned on libripulp.it