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Fredric Brown – La risposta

Racconto brevissimo, una paginetta appena, «La risposta» (The Answer, 1954) è assieme al notissimo «La sentinella» una delle storie migliori di Fredric Brown, un autore noto proprio per la pregnanza dei suoi racconti quasi telegrafici: anche qui in poche pennellate Brown costruisce la scena, tira la stoccata e trova pure lo spazio per lanciare un messaggio conclusivo, che date le premesse non può che essere pessimistico.
Come in «Colossus», di cui già ho scritto nello scorso articolo, anche qui viene data un’interpretazione negativa della tecnologia in generale e dei computer in particolare, una sorta di messa in guardia dal pericolo rappresentato dalle macchine: eppure Brown scrive negli anni Cinquanta, quando i computer hanno ancora le dimensioni di armadi e l’intelligenza artificiale è un concetto da fantascienza, eppure già riesce ad intuire il rischio che si cela dietro all’automatizzazione ed ai computer capaci di pensare autonomamente.
Una capacità critica di cui oggi avremmo tanto più bisogno.

«Adesso Dio esiste»
La storia è così breve e ben costruita che anche solo provare a riassumerla sa di blasfemia: tuttavia mi è necessario farlo perché questa breve recensione abbia un minimo di senso. Consiglio comunque di leggere il racconto in una delle tante traduzioni italiane (quella di Carlo Fruttero, spesso antologizzata, è a mio parere la migliore) o nell’originale, che può essere trovato qui.
Nel futuro remoto è stato creato il computer superintelligente, che racchiude in sé la conoscenza di miliardi di pianeti: in diretta televisiva, il suo progettista completa l’ultimo allacciamento ed ha l’onore di porre la prima domanda alla macchina appena attivata. La domanda che sceglie è la stessa che da sempre si pongono santi, filosofi, pensatori di ogni ordine e grado: «Dio esiste»?
Senza esitazione la macchina, sin troppo consapevole di sé e della sua superiorità rispetto all’uomo, risponde: «Adesso Dio esiste».
E a sancire questa sua apoteosi fulmina il protagonista e l’interruttore che questi, spaventato dalla sua stessa creatura, stava cercando di spegnere: così questo nuovo Dio prodotto dall’uomo non potrà più essere «spento».

Schiavi della tecnologia
È lo stesso canovaccio ripreso una dozzina di anni più tardi – adattato al mondo suo contemporaneo – da D.F. Jones in «Colossus», di cui si è già parlato: in altre parole è la parabola del programmatore sprovveduto che non è capace di prevedere le conseguenze della sua creazione ed anzi, accecato dalla fede positivistica nella scienza e nel progresso, non esista a mettere a repentaglio l’umanità intera per soddisfare il proprio orgoglio, senza nemmeno immaginare che la macchina, compresa la propria superiorità, si ribellerà all’uomo.
Qui la storia è presentata in una cornice che sa di favola dalle tinte fosche, resa un po’ più leggera dall’ambientazione fantascientifica proiettata in un’epoca futura e lontanissima, ma è una situazione che potrebbe verificarsi tra non molto nel mondo reale, così preso dall’amore per la tecnologia e per l’informatica da trascurare ogni precauzione ed anzi fantasticare un futuro in cui l’uomo si fonderà con la macchina. Abbiamo infatti ormai superato il punto in cui l’informatica e la tecnologia erano strumenti utili e siamo invece proiettati in una sorta di dipendenza dai computer, i nostri nuovi padroni, quasi degli dei che serviamo invece che farci servire da essi: l’informatica è diventata Dio.
Proprio come aveva previsto Brown sessant’anni fa.

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