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Antonio Colacicco – Santabarbara

Da quando Antonio Colacicco mi ha contattato – quattro anni fa – per portare alla mia attenzione «Sottoterra», il suo libro d’esordio, accetto sempre volentieri di leggere i suoi scritti, perché in genere trovano il giusto equilibrio tra il buon gusto ed una trama stimolante, per quanto semplice: ed il mio è un apprezzamento genuino, dal momento che non gradisco la letteratura contemporanea ed anzi in altre occasioni non mi sono fatto scrupolo di dire chiaramente che un libro non mi è piaciuto, e darne ragione.
Così quando, nei giorni scorsi, Colacicco mi ha scritto per presentarmi la sua ultima fatica, «Santabarbara» (della quale ha allegato anche una copia in pdf), ho accettato volentieri di leggerla, per scriverne poi una recensione come sempre onesta, che sarebbe poi questa: ma purtroppo qualcosa nel suo stile si è spezzato, perché questo non è più il Colacicco che avevo preso ad apprezzare.

Una storia che sembra sin troppo reale
Pubblicato il mese scorso dalla Elison Publishing, che aveva già curato i precedenti «Sottoterra» e «Raccontamelo soltanto se piove», questo nuovo libro (non me la sento proprio di definirlo «romanzo») breve conta poco più di cento pagine, tutte faticose da leggere: perché dietro un sottilissimo strato di critica della nostra società, sulla quale tornerò più avanti, incombe il monolite di una storia poco avvincente che è prima di tutto la narrazione dettagliata – quasi da report giornalistico, con alcune parentesi – di una catena di eventi che interessano l’Italia, in una versione alternativa della nostra contemporaneità.
Il guaio di questa storia è che sembra troppo vera, reale: un altro spicchio di Italia che viene colonizzato dallo straniero («svenduto», sarebbe più corretto) mentre la politica, serva come sempre, si dimostra così incapace che, per trovare la soluzione ad un problema (la siccità pilotata), si muove nella direzione opposta (la reindustrializzazione pesante), aprendo così il paese ai capricci del miliardario di turno – qui un bizzoso indiano – come se fosse un Bezos o un Musk qualunque.
Al di là della storiella tanto avvincente quanto possono esserlo i tiramolla della politica ed altri fatti di cronaca quotidiana, sia pure conditi qua e là di qualche siparietto rosa o di improbabili dirette con l’influencer di turno, è proprio lo stile impiegato a rendere faticosa la lettura di questo libro: su tutto grava la voce del narratore onnisciente, che già conosce i fatti e li sta semplicemente enunciando per raccontare la vicenda ad un uditorio, quasi come il Manzoni nella lunga parentesi sulla peste a Milano.

La prima delusione: i personaggi
Su questo sfondo, che rappresenta almeno i due terzi del libro, si collocano le saltuarie vicende dei pochi personaggi: e proprio qui arriva la prima delusione. Perché nei suoi precedenti romanzi Colacicco era solito raccontare storie prima di tutto personali, cioè costruite attorno a dei personaggi che avevano una loro personalità, un certo carattere, per quanto poco sviluppati, e soprattutto degli obiettivi propri.
Qui invece i personaggi sono sagome di cartone, così poco caratterizzati da sembrare tutti uguali: la conduttrice televisiva, l’influencer che da goffo diventa sicuro di sé, l’avvocato macchiettistico, la studentessa con velleità da influencer, l’altro conduttore televisivo, il cantante rap…non c’è differenza alcuna tra l’uno e l’altro, e a dire il vero non se ne sente nemmeno il bisogno, perché il loro scopo è semplicemente dare il polso – la «pancia» – del clima mediatico.
A dire il vero il tentativo di caratterizzazione di qualcuno c’è, come nel caso dell’avvocato e della influencer, ma suona anche fuori posto, perché allunga il numero delle pagine per non dare niente in cambio: si sente che sono semplici sagome messe lì per…eh, per che cosa? Proprio per allungare la storia, direi, dal momento che le loro azioni non sono funzionali alla trama in sé: per lo meno, non lo sono quelle che avvengono per così dire in scena, perché fuori scena sono tutti più incisivi.
Ma allora questo tentativo di caratterizzazione è superfluo, perché tanto il fuori scena viene ampiamente coperto dalla voce narrante, e molto più chiaramente.

La seconda delusione: la storia
Come ho già avuto modo di dire altrove, Colacicco è un buon narratore: e qui lo dimostra, perché la suddetta voce narrante svolge un lavoro egregio. Presenta lucidamente la situazione di partenza, ne descrive gli sviluppi passo dopo passo ed infine, «in mezzo a quella miriade di voci contrastanti», racconta il folle piano adottato dalla politica per risolvere quel problema: rilanciare l’industria siderurgica come una panacea, affidandola in toto al magnate indiano del settore.
Come l’una (la siccità) si colleghi all’altra (l’industria siderurgica) non viene detto. Ma, al lettore più smaliziato, il metodo impiegato richiama immediatamente la cosiddetta dialettica hegeliana tanto amata dal nuovo ordine mondiale: c’è un problema di partenza, probabilmente creato ad arte (la siccità, e soprattutto il terrorismo mediatico che le viene costruito attorno); si pilota quindi la reazione, che in un primo momento è il razionamento dell’acqua (si gonfiano così il problema e la sua percezione), salvo poi tirare in ballo l’ipotetico salvatore, il citato parvenu indiano che non solo produce acciaio ma anche impianti di dissalamento «green»; ed infine si trova la soluzione, già pronta nel cassetto prima ancora che si presentasse il problema, che è appunto la cessione di una fetta di Italia allo straniero, e ai suoi capricci.
Pratiche della manipolazione a parte, la storia non prende: non solo, non decolla nemmeno, perché è difficile lasciarsi coinvolgere da una trama che pare uscita da un telegiornale e viene raccontata col tono piatto di un documentario. Di una noia mortale.
Per di più la parte che avrebbe avuto più attrattiva, se non altro per la follia del progetto in sé, rimane invece sullo sfondo: le è dedicato sì l’intero primo capitolo ma il lettore – ancora privo del contesto e confuso dall’impossibilità di identificare geograficamente il luogo (compaiono elementi africani, del sud-est asiatico e delle più generiche località turistiche esotiche: ma c’è una ragione, che si spiega solo verso la fine) – non riesce né a gustarla né ad inserirla nella successiva trama, e rimane in queste condizioni fin oltre la metà del libro.
Proprio questo progetto – il capriccio del parvenu indiano, che trasforma la Sardegna e Cagliari in una località turistica da favola con tanto di vulcano finto e autentica fauna esotica – avrebbe tutte le carte in regola non solo per stuzzicare l’interesse del lettore ma anche per offrirsi come scenario ad una storia più «storia», della quale però non c’è traccia.

La critica della società: il tirassegno
Arriviamo così a quello che dovrebbe essere l’elemento forte del libro: la critica della società.
O, meglio, la critica di uno dei tanti malcostumi della società, ossia la dipendenza dell’italiano medio dai social network e dalla televisione: perché c’è, abbozzato, un tentativo di includere l’intero spettro dei mille problemi che martoriano la nostra civiltà contemporanea.
Ma sono, appunto, solo degli abbozzi, come «l’inflazione di asterischi e schwa» (le «e» rovesciate impiegate al posto delle desinenze maschili e femminili da chi vuole darsi un tono impegnato); la visione transumanistica del parvenu indiano «per impiantare le radici della sua rivoluzionaria utopia illuminata», che viene citata una volta sola e poi mai più; e l’occasione sprecata di approfondire un tema attualissimo come la geoingegneria, appena sfiorato, e pure con toni critici.
Nell’insieme, questo minestrone di problemi della nostra società sembra più un catalogo di parole chiave – o «hashtag», appunto – buttate lì per dire che il libro parla anche di queste cose; ma in realtà di nessuna in particolare.
Compare pure un tentativo di scontro generazionale («boomer!»), con un paio di paginette di confronto tra l’interesse verso la notizia della reindustrializzazione da parte dei sessanta/settantenni, dei quaranta/cinquantenni e dei venti/trentenni, che in sostanza – viene detto – cambieranno il mondo, ma solo tra un’altra ventina d’anni: e a dire il vero c’è una dose di verità o almeno plausibilità in questa predizione, perché io stesso, nei miei corsi universitari, da alcuni anni ho notato un aumento dell’acume degli studenti, in certi casi capaci persino di prevedere ed anticipare le mie osservazioni ed istanze.
Ciò non toglie però che il libro, di tutti questi problemi, si limita a fornire un catalogo, appena una citazione, perché non si dica che se ne è dimenticato qualcuno.

La vera critica della società: i media
L’autentica parte di critica della società presentata da questo libro si riduce quindi da un lato all’abuso dei social da parte dell’italiano medio e dall’altro al potere illimitato ed incontrollato dei media, in particolare dei nuovi media, come viene sintetizzato dal titolo del libro: al lettore ignaro infatti «Santabarbara» richiama alla mente o il deposito delle munizioni di una nave o la patrona dei pompieri e degli artiglieri; i più eruditi possono magari avere familiarità anche col senso figurato del lemma, che indica una situazione esplosiva.
Ma nessuno conosce il quarto significato fornito dal libro proprio nell’apertura: «Denominazione di un luogo rivitalizzato, esploso nel suo rilancio e nella sua rinascita».
Nessuno lo conosce perché non può conoscerlo: non esiste, per ora. È un’invenzione di Colacicco (cosa dicevo? Sarebbe un bravo narratore) funzionale alla storia: nella dinamica della trama viene infatti introdotto in stile neolingua orwelliana da un’agenzia di comunicazione, per tamponare una situazione potenzialmente esplosiva. E torna a galla molti anni dopo, proprio nel disarmante finale, quando un personaggio marginale ne scopre il significato da un cruciverba, senza provare alcuna emozione. Anzi, senza nemmeno conoscerne il significato originale, e quindi senza poter comprendere il lavoro di manipolazione della lingua e quindi della percezione della realtà che è stato svolto da quell’agenzia di comunicazione: in senso esteso, che viene svolto quotidianamente dai media.
Proprio come stanno già facendo parecchi dizionari, per ora per lo più nell’area anglosassone, che limano, arrotondano, modificano o addirittura espungono completamente le parole più spigolose, quelle che la deriva woke e inclusiva e impegnata ha condannato alla damnatio memoriae per una qualunque delle loro infinite e folli recriminazioni.
Perché alla fine la critica di «Santabarbara» alla società si riassume proprio in questo: la presa dei (nuovi) media sull’italiano medio e la dipendenza di quest’ultimo dagli schermi, dai cancelletti, dai cuoricini e dalle altre trovate dei social, che servono solo per schiavizzare una popolazione ormai lobotomizzata.

Conclusioni
Per chi già conosce Colacicco, «Santabarbara» è un po’ una delusione, perché contiene poco di quello che si è soliti trovare nei suoi libri, e soprattutto che si è soliti apprezzare.
Il problema, come visto, non è uno solo ma sono diversi, che per di più si ostacolano l’un l’altro e rendono così la lettura una noia mortale: in primo luogo la storia, che ha poco per catturare l’attenzione; in secondo, la narrazione piatta da inchiesta giornalistica o documentario, che non contribuisce certo a tenere sveglio l’interesse; in terzo, l’assenza di personaggi vivi, concreti, rimpiazzati da sagome di cartone funzionali alla trama ma prive di una personalità propria – e di obiettivi propri – al di fuori della loro utilità per quella determinata scena in cui appaiono.
Le parti più stuzzicanti – la trasformazione di Cagliari in resort esotico sopra tutte – rimangono invece sullo sfondo e così si spreca quello che avrebbe tenuto desta l’attenzione del lettore: una storia che mettesse in luce la deriva trash di una costa della Sardegna trasfigurata, tra elefanti, giraffe, statue indù ed un vulcano artificiale che sbuffa ogni due ore, avrebbe già un potenziale satirico (e quindi di critica) che però è distante anni luce da questo libro.
Le idee e gli spunti che catturano l’attenzione non mancano ma sono dei flash che scompaiono con la stessa rapidità con cui sono apparsi: e, soprattutto, non tengono conto del trascorrere del tempo. Perché in termini di trama passa una ventina di anni tra l’inizio della storia (la siccità) e l’esplosivo epilogo: ma per tutto il libro i personaggi si esprimono sempre nello stesso modo, sfoggiano sempre le stesse abitudini, mantengono sempre gli stessi costumi; e, soprattutto, i media ed i social continuano a funzionare sempre nello stesso modo, senza dar segno di quella capacità di modellare la società in forme sempre nuove che invece, in meno di vent’anni dalla loro apparizione, hanno esercitato sinora in maniera radicale, e che il libro non manca di cogliere, proprio come spunto di partenza.
Ma, purtroppo, non di arrivo.

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