Sarò sincero: quando Antonio Colacicco mi ha scritto per chiedermi la disponibilità a recensire il suo libro «Sottoterra» mi aspettavo la solita storia senza capo né coda. Anzi, viste le mie precedenti esperienze con la narrativa contemporanea, ero piuttosto rassegnato ad un campionario di violenze, sconcezze e volgarità di ogni genere riversati in una trama nel migliore dei casi traballante. Tuttavia ho accettato la proposta di buon grado, con la consueta riserva che del libro avrei scritto un commento sincero, secondo il mio onesto giudizio: niente lodi garantite quindi. E credo che le altre recensioni su commissione che ho pubblicato sinora dimostrino la mia obiettività quando mi viene richiesto un parere.
Potete quindi immaginare la mia sorpresa quando, ricevuto quella sera stessa il pdf omaggio di «Sottoterra» (e, assieme, anche l’epub), mi sono trovato per le mani un libro che, pur lontano dalle mie letture ideali, ha una storia solida, un buon intreccio e persino un senso, senza nessuno di quegli eccessi che rendono così sgradevole la lettura dei contemporanei: in altre parole, mi sono imbattuto un buon libro, scorrevole, quello che proprio non mi aspettavo.
Perché, a dire il vero, «Sottoterra» si lascia leggere volentieri.
I Piccoli Brividi della periferia romana
Pubblicato quest’anno dalla Elison Publishing, «Sottoterra» mescola un’avventura da Piccoli Brividi con lunghe scene di vita quotidiana della periferia romana, animate da un buon numero di personaggi (per lo più macchiette) tutti ben caratterizzati, ciascuno con una sua personalità: questa «vita reale» – che però è anche molto romanzata – resta quasi sempre in primo piano, tranne quando affiorano qua e là frammenti del mistero che non solo costituisce il vero nucleo della storia ma spiega anche l’enigmatico titolo.
Questo horrorino estivo però rimane sempre in secondo piano e prende il sopravvento sulle scene di quotidianità solo nelle ultime pagine, quando tutti i personaggi principali vengono riuniti nello stesso luogo dal caso ed il mistero può così essere finalmente rivelato e probabilmente anche risolto. Con tanto di sorpresona finale, che personalmente ho apprezzato (è una scelta coraggiosa da parte dell’autore) ma sono certo che la maggior parte dei lettori troverà indigesta.
Tutta la storia ruota dunque attorno al «Vascone», un grande bacino artificiale costruito ad Ostia dopo la bonifica delle paludi di fine Ottocento: per l’incuria questo vascone si è trasformato nuovamente in una specie di palude e discarica abusiva che la superstizione ha subito popolato di creature malevole, i cosiddetti «succiapiedi», una specie di demoni che rapirebbero i bambini che si spingono troppo vicini alla riva.
Va da sé che lo scenario si offre al mistero come il caffè al latte ed infatti l’autore sfrutta immediatamente la connessione, costruendo un’implicita analogia tra il vasto acquitrino ed i bayou infestati dal vudù della Louisiana (la rima non è affatto voluta ma è inevitabile): questa similitudine si consolida via via che l’indagine del tredicenne protagonista prosegue lungo una falsa pista ed arriva ad assumere la consistenza di una puntata di Scooby-Doo. A voler ben vedere infatti ci sono tutti gli ingredienti tipici di un’avventura della «gang»: l’atmosfera misteriosa, la palude minacciosa, il mostro leggendario, l’autentico e umanissimo responsabile di tutto e pure lo smascheramento finale o un suo surrogato. Mancano solo il luna park e la classica frase che accompagna l’arresto del colpevole («…e l’avrei fatta franca se non fosse stato per quei ragazzini impiccioni» o giù di lì) ma solo perché questi, che non era proprio cattivo ma solo un po’ strambo, è morto da tempo per cause naturali.
Trattandosi di un libro recentissimo, di più sulla trama non me la sento di dire e credo anzi di aver già rivelato anche troppo.
Uno stile ampolloso
Già ad una prima rapida sfogliata «Sottoterra» dà una buona impressione: si vede una certa cura editoriale, ben rappresentata dall’immagine di copertina, che non è la classica foto di repertorio messa lì quasi a caso come riempitivo ma ha un suo riferimento ai fatti della storia e in particolare al Vascone, che ne è il cuore. Alcune scelte tipografiche tuttavia mi lasciano perplesso: ad esempio, non riesco proprio a spiegarmi perché manchi la numerazione delle pagine, soprattutto tenendo conto che il volume ne conta ben duecentosettanta. Immagino che sia dovuto al formato digitale ma almeno nel pdf mi sarei aspettato di trovare le pagine ben numerate, dal momento che i pdf imitano i libri di carta e stamparseli da sé è l’unico modo per riuscire a leggerli comodamente. Di conseguenza, manca pure l’indice, anche se a voler ben vedere in un romanzo quest’ultimo non è così necessario come i grandi assenti.
Nonostante la revisione editoriale, qualcosa è riuscito a scappare comunque ma, oltre a piccoli e rari refusi («meta» per «metà», «di direi» per «ti direi», «tappò» per «tappo» e altra minutaglia) o modi di dire popolari ormai entrati nella lingua corrente a causa della televisione (nonno/nonna senza l’articolo; «seppure», che ha una sfumatura condizionale, per «sebbene», che la sfumatura condizionale proprio non ce l’ha; e poi «davanti le idrovore», «di fronte l’ingresso» e così via), i principali orrori sembrano concentrarsi in due categorie: il genere di alcuni pronomi e le virgole ballerine. Per i primi, sono numerose le ricorrenze del pronome maschile usato per il femminile e viceversa, a volte anche con imbarazzanti equivoci, come quando l’autore scrive che «Michela le piaceva molto» (il complemento di termine si riferisce però ad un personaggio maschile) o menziona «l’incapacità di Gloria di fargli da madre» (ma Gloria ha solo una figlia).
Per le virgole invece il problema è quasi drammatico: ce ne sono in sovrabbondanza, anche dove non dovrebbero essercene, sparpagliate qua e là a spezzare unità logiche o indissolubili: per esempio, il progetto «ci sta, davvero assorbendo» o il signor Carmelo «si mise le mani fra, ciò che restava, dei suoi capelli grigi». Capito come si mettevano le cose, dopo le prime pagine ad ogni virgola ballerina non potevo fare a meno di pensare ai meme che mostrano una foto dell’attore Samuel Jackson mentre pronuncia frasi da duraccione, ogni parola separata dalle altre con una virgola.
Quanto allo stile, ciò che colpisce immediatamente è il registro impiegato: già a partire dal proemio alla Don Camillo, che parte dalla geografia più ampia per poi restringere sempre più il campo e chiudere infine sulla fettina di scenario che interessa la nostra storia, l’autore adotta uno stile magniloquente e verboso, con una certa preferenza per le parole ricercate o inconsuete. Così il luogo «cangia» le vite, il ginocchio è «abraso», i curriculum (invariabile in italiano) diventano «curricula» (alla latina) e così via, incluso un campionario di termini tecnici della pesca di cui «nassa» (in sostanza, una trappola per pesci) diviene il mantra: ventitré ricorrenze.
La scelta di usare paroloni – e non a sproposito – potrebbe anche andare bene ma fa a pugni con i dialoghi, che invece sono in romanesco: così da una riga all’altra si passa da un registro ampolloso ad uno popolare, che non solo stridono tra loro ma fanno apparire del tutto fuori luogo l’affettazione di una lingua ricercata.
Un libro che si legge volentieri
Come detto, «Sottoterra» è stato una sorpresa anche per me: se non me ne fosse stata chiesta la recensione infatti non mi sarei mai nemmeno accorto della sua uscita, perché non ha nessun elemento di richiamo, nulla di ciò che solitamente attira la mia attenzione; in particolare, è di recente pubblicazione e ambientato al giorno d’oggi, due macchie che già da sole sarebbero sufficienti per sopprimere ogni interesse da parte mia.
Detto ciò, sono però contento di averlo letto, perché è gradevole, scorrevole, ben costruito: ed è stato pure capace di tenermi incollato alla lettura, di spingermi a leggere un’altra pagina ancora e poi un’altra e poi un’altra, tanto che l’ho terminato in pochi giorni, meno della metà del tempo che avevo stimato necessario.
La sua forza infatti sta nella semplicità: il mistero è giusto una pennellata con poco o niente di soprannaturale, incastonato in scene di quotidianità nelle quali tutti possono identificarsi facilmente, perché i protagonisti non sono né criminali né supereroi ma gente comune, che desidera solo tirare avanti in pace e godersi la vita senza cercarsi guai.
La scena è magari un po’ «asfittica» (per sfruttare un altro parolone che compare nelle primissime righe del proemio), perché il mondo non sembra pulsare di vita propria ma pare abitato solo dai nostri personaggi, quasi una gabbietta in cui sono rinchiusi solo loro, senza l’umanità varia e anonima con cui è necessario misurarsi ogni giorno: ma non è un vero difetto, è piuttosto una caratteristica del libro, della quale quasi nemmeno ci si accorge durante la lettura.
Il mistero, perché è sempre lì che si finisce per battere, è invece la parte migliore della storia, perché Colacicco sfrutta abilmente il vecchio principio del «mai mostrare il mostro»: partendo da un nome di fantasia, costruisce l’aspettativa e desta la curiosità del lettore. Poi riprende col tran tran quotidiano dei protagonisti e lascia che tutto si quieti nuovamente: ma intanto getta negligentemente un indizio, una diceria, un fatto del passato, tutti ben distanziati l’uno dall’altro e senza apparenti collegamenti l’uno con l’altro. Così gioca col lettore e la sua curiosità ma attende crudelmente solo le ultime pagine per svelare il mistero: e la rivelazione non assomiglia a nulla di ciò che ci si aspettava, anche se a dire il vero se ne era avuto un sentore appena scollinata la metà storia.
Nell’insieme dunque «Sottoterra» è un libro solido. Ha una sua coerenza, un buon ritmo e rimane quasi sempre nei limiti dell’urbanità, con solo rare e brevissime incursioni nel territorio del volgare o del piccante, delle quali però l’autore subito si accorge e così riprende immediatamente il controllo della situazione: la narrazione infatti non va mai sopra le righe, virtù apprezzabile nei libri contemporanei, che invece tendono a privilegiare la volgarità e gli eccessi.
Proprio per questo il romanzo non solo si legge volentieri ma lascia anche una buona impressione: questa recensione ne è la dimostrazione.
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