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Stanton A. Coblentz – Negli abissi di Plutone

A volte, spulciando tra le vecchie storie di fantascienza, può capitare di imbattersi in idee così strampalate che, una volta lette, si fissano indelebili nella mente: alcune però sono anche creative, come le lampade craniche dei plutoniani del semidimenticato «Negli abissi di Plutone» (Into Plutonian Depths, 1931) di Stanton A. Coblentz, un autore poco noto degli anni d’oro della fantascienza che aveva il pallino delle civiltà ctonie.

Le lampade dei plutoniani
Il libro, pubblicato subito intero e non a puntate dal quadrimestrale di Wonder Stories (Wonder Stories Quarterly) nella primavera del 1931, è un romanzo planetario in cui i due protagonisti inventano il mezzo per vincere la gravità terrestre, costruiscono un’astronave e scelgono subito Plutone come prima destinazione: il buon senso avrebbe suggerito la luna, più vicina e perciò più adatta al viaggio inaugurale, ma nel 1931 Plutone, scoperto giusto l’anno precedente, era l’ultimo grido in fatto di astronomia.
Quando vi giungono, sette mesi più tardi, trovano un pianeta freddo e ghiacciato come ci si aspetterebbe (ma non così freddo e ghiacciato come ci si aspetterebbe), abitato da una civiltà di umanoidi molto avanzati che vivono nelle sue profondità e rifiutano persino l’esistenza di un esterno: sebbene questi alieni appaiano così simili ai terrestri da essere quasi identici, non potranno però mai essere scambiati per umani, perché in cima alla fronte cresce loro una lampada che assolve la doppia funzione di illuminare le gallerie e di mostrarne le emozioni, espresse dalle diverse sfumature della luce cangiante. Questa lampada è così importante nella vita dei plutoniani che l’intera storia e tutte le disavventure vissute dai due protagonisti muovono proprio dal loro «handicap» e dalla condiscendenza tutta progressista degli alieni di provvedere alle necessità dei loro nuovi amici svantaggiati, che per la mancanza di una lampada cranica sono considerati incivili, se non addirittura barbari sanguinari.
La storia che ne nasce è tutt’altro che memorabile ma merita di essere letta perché è scritta bene, scorre veloce e fa anche un po’ di satira del nostro mondo.

Il «contragrav» ed il primo viaggio spaziale
Andy Stark e Dan, il narratore (il cui cognome non viene mai fornito), sono amici sin dall’infanzia: divenuti uomini, hanno la fortuna di essere assunti dalla stessa università – la Clayton University – come istruttori, l’uno di fisica (Stark), l’altro di astronomia (Dan). Da sempre sognano di raggiungere le stelle: adesso, grazie ai laboratori dell’università, hanno anche la possibilità di dedicare il loro tempo libero alla sperimentazione in questo campo e così un bel giorno Stark, irradiando quasi per caso dell’asbesto con i raggi X, provoca un effetto degravitante sul composto, che nei mesi seguenti viene raffinato e chiamato «contragrav». Come suggerisce il nome, questa nuova sostanza annulla la gravità: basta quindi sfruttare l’attrazione esercitata dai corpi anche più lontani per staccarsi dalla terra e viaggiare velocemente nello spazio. Prima di proseguire, è bene ricordare che il contragrav non è affatto un’idea rivoluzionaria: principi analoghi si trovano in molte altre storie di fantascienza, a cominciare dalla cavorite dei «Primi uomini sulla luna» di Wells (che qui è molto più di un’ispirazione: sembra essere copiata quasi interamente), pubblicato trent’anni prima.
Grazie a questo materiale la conquista dello spazio è solo questione di tempo, così Dan spende una piccola fortuna appena ereditata per far costruire un’enorme sfera d’acciaio di venti metri di diametro (la forma e la dimensione richiamano immediatamente l’Allodola dello Spazio, pubblicata appena tre anni prima), che viene attrezzata e poi rivestita di pannelli di contragrav: l’idea è di utilizzare l’attrazione dei pianeti e delle stelle più vicine per vincere la gravità terrestre e lanciarsi nello spazio. Dapprincipio la destinazione scelta dai due è Marte ma poi Stark, che è l’elemento dominante della coppia, si lascia influenzare da un articolo sul pianeta Plutone, scoperto appena l’anno precedente, e cambia la meta in favore del nono pianeta con l’approvazione di Dan.
Abbandonata quindi la terra e lanciatisi nello spazio, i due impiegano sette mesi per raggiungere Plutone: la storia non perde troppo tempo a descrivere la nave o i mesi di navigazione e si limita a narrare solo un incidente che rischia di uccidere i nostri eroi, quando l’impatto con un piccolo meteorite in prossimità del pianeta provoca una modesta falla nello scafo che i nostri non riescono a chiudere e fa sfuggire nello spazio tutta l’aria contenuta nel vascello.
Atterrati su Plutone proprio all’ultima boccata di ossigeno, i due trovano il pianeta che ci aspetterebbe: freddo ma non più freddo dell’inverno nell’Antartide, ricoperto di ghiaccio e neve, battuto dal vento gelido (e a volte anche dalle tempeste). C’è anche l’aria, quindi può essere esplorato, ammesso che i nostri indossino le pellicce pesanti che hanno previdentemente preso con sé: solo che, nell’esuberanza del momento, si lasciano cogliere da una tempesta di neve che fa perdere loro il contatto visivo con la nave e li fa cadere in un cratere ricoperto di ghiaccio, sul quale si affaccia un’apertura chiaramente artificiale dalla quale scende, nel buio, una lunghissima scala altrettanto artificiale.
Ed è qui, ad un terzo della storia, che inizia la vera avventura: tutto quello che è venuto prima era giusto l’introduzione.

Gli asessuati che governano il mondo
Imboccata quindi l’apertura e scesa la lunghissima scala, i due protagonisti scendono nelle profondità del pianeta e sbucano in un enorme corridoio di forma triangolare, deserto: lo percorrono in una direzione a caso, poi ne prendono altri finché non incontrano i primi indigeni, che dopo lo spavento iniziale li catturano, bloccandoli semplicemente con una sorta di ragnatele spray. I plutoniani vengono descritti come creature assai simili agli umani: snelli come bambini e alti anche due metri e mezzo, sono glabri e hanno la pelle pallidissima; hanno anche sette dita per mano, lunghe una trentina di centimetri. I loro occhi sono verdi e sporgenti: in un’orbita sulla sommità della testa splende la loro lampada, una sfera di circa otto centimetri.
Dopo essere stati catturati, Andy e Dan vengono subito spediti tramite rotaia e poi ascensore a profondità ancora maggiori, dove scoprono la civiltà plutoniana, che si sviluppa in caverne artificiali enormi, riccamente ornate ed illuminate morbidamente, al cui interno sorgono le città degli alieni: qui incontrano per la prima volta gli esponenti del terzo sesso, ossia intellettuali, politici e dignitari vari, resi neutri (anzi, Neutri, con la maiuscola, per il rispetto che è dovuto loro) da un intervento chirurgico che, eliminando ogni ambizione ed istinto, li rende di fatto asessuati e permette loro di sfruttare appieno tutte le facoltà intellettive (ed infatti tutti i Neutri hanno le teste enormi, sproporzionate). Diventare Neutri è un onore riservato solo ai plutoniani più meritevoli.
Rinchiusi in un appartamento dove vengono sottoposti ad esami di ogni tipo, ai nostri vengono infine insegnati i rudimenti della lingua e della cultura plutoniana: non per ragioni umanitarie ma solo perché gli alieni non riescono a capire da dove provengano i due terrestri e l’unico modo per ricavare informazioni da loro è di insegnar loro la lingua e la cultura indigene, proprio come a due buoni selvaggi.
Quando finalmente sono in grado di comprendersi a vicenda, i protagonisti vengono finalmente interrogati ma le loro risposte sono respinte a priori: i plutoniani non credono infatti che esistano altri pianeti. Anzi, ignorano l’esistenza di un esterno ma sono convinti che il loro mondo sotterraneo sia tutto l’universo e rifiutano qualunque teoria contraria: per questo, deducono, i terrestri devono essere subumani provenienti dalle zone tuttora inesplorate che stanno ancora più in basso dei corridoi abitati.
Soprattutto, si domandano se i nostri siano esseri umani o animali dal momento che sono ricoperti di peli come le bestie e mancano della lampada frontale, che per un plutoniano è tutto: non solo illumina il cammino nei corridoi più bui ma mostra anche le vere emozioni dell’individuo; la tinta, la tonalità e l’intensità della luce emessa infatti non possono essere controllate e perciò esprimono chiaramente i sentimenti provati in un dato momento. Secondo gli alieni, che ripudiano la violenza, proprio all’assenza di lampada è da attribuirsi la barbarie dei terrestri, accusati di aver ucciso e divorato diversi animali da compagnia simili a conigli: i plutoniani infatti ingoiano solo pastiglie e pappette di concentrati sintetici, non conoscono la buona cucina e nemmeno la carne come ingrediente dei loro pasti, che invece succhiano senza entusiasmo con la cannuccia. I nostri, dopo mesi di omogeneizzati, non ne potevano più e si erano quindi procurati la carne di cui avevano voglia: ma, pur senza essere stati scoperti, sono stati sospettati delle misteriose sparizioni di coniglietti.

Galeotto fu l’intervento
Poco prima di questo esame però era avvenuto l’incontro che segna la seconda metà del libro: una degli insegnanti assegnati ai terrestri è una plutoniana bruttina secondo i canoni estetici locali ma assai attraente secondo quelli terrestri, lampada a parte. Costei si chiama Zandaye Zandippar ed è una preneutra: è stata cioè riconosciuta meritevole di diventare una Neutra e si sta preparando a ricevere l’operazione: secondo la descrizione che ne viene fornita, le sue proporzioni «erano quelle di una terrestre molto eterea; i suoi occhi, che non erano sporgenti come quelli delle consorelle, non erano verdi bensì azzurri, le labbra non erano verdastre bensì rosse; e nel complesso, se non fosse stato per la lampada cranica e le mani a sette dita, avremmo quasi potuto scambiarla per una della nostra razza». Ma gli alieni la considerano una sorta di scherzo di natura, al punto che «la sua figura perfettamente proporzionata era ritenuta da tutti ridicolmente obesa».
I due eroi non nascondono il loro interesse romantico per l’istruttrice, che appare compiaciuta dell’attenzione, per la prima volta in vita sua: si potrebbe anche dire che presto nasce una certa simpatia, se non addirittura amicizia, tra i tre. Così dopo l’interrogatorio già descritto è lei stessa a riferire loro ciò che ha sentito dai Neutri: cioè che vogliono aprir loro la testa per «sollecitare» una certa ghiandola cerebrale che sarebbe responsabile della crescita della lampada. L’indignazione (e la preoccupazione) dei nostri è immediata e così, complice Zandaye, si danno alla fuga senza pensarci due volte.

Negli abissi di Plutone
Guidati dalla formosa plutoniana, Andy e Dan si avventurano in antichi corridoi bui e abbandonati, dove però sono presto raggiunti dalle guardie, che catturano Andy: Dan e Zandaye riescono a sfuggire agli inseguitori rifugiandosi dietro una porta. Da qui giungono quindi in un’enorme caverna, dove si trova la «Fabbrica della Ventilazione», l’impianto di riciclaggio dell’aria più grande ed importante del pianeta, interamente meccanizzato e manovrato da automi: Dan, incuriosito, riesce a rompere un delicato meccanismo e provocare così il blocco dell’intera fabbrica, automi compresi.
Immediatamente scatta l’allarme ed arrivano le squadre di intervento in carne e ossa, che dopo parecchie ore di lavoro trovano e riparano il guasto: tuttavia l’incidente provoca una serie di conseguenze. La prima e più ovvia è che i riparatori comprendono che il sabotaggio è stato provocato da qualcuno (ignorano però che sia accidentale ma credono sia intenzionale), probabilmente proprio il fuggitivo, dal momento che a nessun plutoniano verrebbe in mente di compiere un simile sabotaggio: l’ultimo blocco dell’impianto di riciclaggio dell’aria, avvenuto secoli prima, aveva provocato la morte di milioni di plutoniani; ed anche in questa occasione, nonostante la riparazione rapida, ci sono state parecchie vittime.
La seconda è che viene ritrovata la finta lampada frontale, scheggiata, che Dan portava sulla testa: è una sorta di sfera di cristallo, una di quelle usate come protesi dai plutoniani che hanno perso la loro in seguito ad un incidente. Zandaye ne aveva procurata una per entrambi i terrestri che, dopo essersi depilati interamente il corpo con mezzi di fortuna (e dolorosi), se l’erano attaccata alla testa con la colla, nella speranza di passare inosservati durante la fuga. La protesi di Dan, che già aveva perso una scheggia in occasione del precedente inseguimento, si era staccata completamente in seguito ad una nuova craniata data dal protagonista ad un macchinario dell’impianto di riciclaggio dell’aria.
In terzo luogo, la celletta in cui i due avevano cercato rifugio si riattiva non appena l’impianto riprende a funzionare: è una sorta di scarico dei rifiuti che dopo una scivolata interminabile fa giungere i nostri nelle Regioni Afflitte, secondo Zandaye «la parte più miserabile e povera del mondo».

Le Regioni Afflitte
Quando si rende conto di ciò che lo circonda però Dan però è di ben altra opinione: anzi, non può quasi credere ai propri occhi. A differenza di quanto avviene sulla terra, gli abitanti dei sobborghi plutoniani vivono infatti circondati da oro, argento e pietre preziose: è questa la prima delle vignette satiriche del libro, quella che prende di mira banchieri, finanzieri, avvocati, prestatori di denaro, agenti di borsa ed in sostanza tutti coloro che maneggiano il denaro. Su Plutone questi sono considerati la classe più infelice del pianeta perché sono incapaci di staccarsi dalle cose materiali e non tendono all’arte o al miglioramento personale come i plutoniani più illuminati: i Neutri sono la casta più alta degli alieni proprio perché l’operazione li rende completamente indifferenti alle cose materiali e possono quindi dedicare tutte le loro energie alle attività più nobili, che poi si misurano con la crescita smisurata della testa.
Durante il breve soggiorno nelle Regioni Afflitte tutte le osservazioni più ironiche sullo scambio dei ruoli tra ricchi e poveri vengono lasciate a Zandaye, che spiega con grande serietà: «Noi mandiamo quaggiù assistenti sociali per convertirli, promettiamo loro ogni sorta di incentivi, assicurando addirittura che alcuni di loro, se mostreranno doti adeguate, potranno diventare Neutri. Ma è inutile. A questi livelli inferiori, neppure uno su mille è in grado di innalzarsi al di sopra delle sue origini. Naturalmente, c’è sempre qualcuno che aspira alla luce; ma in maggioranza sono irrimediabilmente sprofondati nell’ambiente malsano. Questi sciagurati non hanno altra possibilità che continuare ad accumulare oro». E poi, quasi piangendo, rincara la dose: «Alcuni pensano che questi sventurati siano oppressi da una maledizione ereditaria. Altri ritengono che siano di una razza inferiore, veri cugini delle bestie. Altri ancora affermano che questa è la punizione per i peccati commessi nelle vite precedenti. In quanto a me, non saprei cosa dire. So soltanto che sono infelici, e questo mi commuove».
E mentre la sua guida esprime tutto il suo dolore per lo sfoggio di ricchezza da sceicchi del petrolio dei poveretti che qui vivono, Dan rivela la sua vera natura: rapito dalla grettezza terrestre, arraffa quanto più può e si rifiuta di commentare.
La scena, nell’insieme, ha un che di fantozziano.

Cattura, processo e condanna
Appreso da un quotidiano economico che Andy, catturato, sta subendo il Nono Rito della Coercizione (un’antica forma di tortura incruenta: la vittima è costretta a stare in piedi al buio per giorni, senza mangiare né bere, senza nessuno con cui parlare, senza nulla da fare, finché non accetta di confessare), Dan si redime e decide di lanciarsi al salvataggio. L’ascesa li porta nel Distretto Residenziale degli Studi, la regione riservata ai Neutri più raffinati, poeti, compositori e drammaturghi, scultori e pittori, attori, architetti, grandi danzatori: qui la coppia – da un po’ i due hanno iniziato a provare attrazione l’uno per l’altra; anche Zandaye, che da preneutra dovrebbe evitare i sentimenti – è costretta a soggiornare a lungo, perché gli artisti si emozionano per l’arrivo del loro buon selvaggio e cercano nuove ispirazioni nello studio del soggetto. Segue così un’altra vignetta satirica di cui fanno le spese la vacuità degli artisti e l’effimero dell’arte, che si conclude quando a malincuore i due vengono finalmente consegnati ai governanti del pianeta.
Così i due protagonisti tornano a riunirsi appena prima del processo, il cui esito è già deciso: Zandaye viene privata del suo status di preneutra mentre i due terrestri vengono condannati a subire l’operazione al cervello che avevano cercato di evitare con la fuga. Già sospettati di essere bestie per il fatto di non avere la lampada, di avere troppi peli addosso e di aver ucciso (gli animali da compagnia) per nutrirsi, a metterli definitivamente con le spalle al muro interviene il guasto alla Fabbrica della Ventilazione, che solo la più crudele delle belve potrebbe aver causato: ed è certo che sia stato uno dei terrestri a provocarla, lo dimostrano la finta lampada persa da Dan nella fabbrica ed il frammento di vetro perfettamente combaciante che si era staccato durante il primo inseguimento, prodotti dall’accusa come prove durante il processo.
L’operazione al cervello viene fissata a due settimane più tardi, durante le quali i nostri ricevono le visite quotidiane dei medici incaricati dell’intervento: anche qui non mancano le osservazioni ironiche sui dottori e sui dogmi della medicina in generale.

Il flagello degli orecchioni
Sennonché, a pochi giorni da quella che giustamente considerano la loro esecuzione, i nostri notano dapprima segni di malessere nei medici plutoniani, poi colli ingrossati ed infine assenze sempre più numerose tra i loro carnefici: in sostanza, i plutoniani – che non conoscono le malattie infettive – si sono presi gli orecchioni, portati dai due terrestri, lesti a sfruttare l’opportunità e a far credere che sia il loro castigo per l’operazione che non vogliono subire. In pochi giorni gli orecchioni non solo mietono numerose vittime in tutto il pianeta (anche tra i Neutri e persino tra i Neutri incaricati del governo mondiale) ma spengono anche le lampade craniali di chi si ammala: è un’emergenza planetaria.
Così Andy e Dan vengono condotti dal Neutro Capo (in sostanza il Neutro dei Neutri), che vuole interrogarli: non crede che il flagello sia opera loro ma permette comunque loro di fornire la dimostrazione pratica che invocano. Chiesta quindi e ricevuta una coppa di pappetta quotidiana, i nostri ne succhiano un boccone con la normale cannuccia e poi chiedono ad alcuni volontari sani di fare lo stesso: questi usano la stessa cannuccia, perché per i plutoniani è normale fare così. Vista la banalità della dimostrazione, lo stesso Neutro Capo si offre come volontario, per far sfoggio di sicurezza. Pochi giorni dopo tutti sono malati di orecchioni, Neutro Capo incluso.
I terrestri sfuggono il castigo promettendo di operare la guarigione entro due settimane: devono però essere lasciati liberi di muoversi per il pianeta e Zandaye deve essere reintegrata come preneutra.
Il Neutro capo accetta entrambe le condizioni e così i nostri, con la guida della plutoniana (che però non li accompagna all’esterno), guadagnano rapidamente la superficie, ritrovano la loro astronave, la riparano e tornano sulla terra. Sette mesi dopo, nel rientro, si schiantano in Canada: escono incolumi dall’incidente ma la nave è distrutta.
Terminano così la storia né più ricchi né più poveri della partenza: ma meditano già di fare ritorno sul pianeta meglio attrezzati e di saccheggiare le ricchezze delle Regioni Afflitte. Oltre che di rapire Zandaye, prima della sua conversione a Neutra.

Solo escapismo
Il libro è davvero tutto qui: una storia abbastanza semplice, dal finale prevedibile, che non ha meriti artistici particolari né ha avuto alcuna influenza sulle opere venute successivamente. Anzi, a voler ben vedere è più ciò che ha preso (Plutone, la cavorite, l’Allodola) di ciò che ha dato: che poi è riducibile alle sole lampade craniali, mai più riapparse – per fortuna, si potrebbe aggiungere – nella fantascienza, nemmeno negli anni Sessanta e Settanta, quando la psichelica avrebbe fornito una scusa se non una cornice più che adeguata ad un revival.
Ciononostante, pur nella loro assurdità, queste lampade sono anche ciò che rende «Negli Abissi di Plutone» un libro unico e memorabile, un buon esempio di escapismo da riviste del passato, quando contavano più le idee e l’azione dell’aderenza scientifica: poco importa se il contragrav è improbabile e Plutone è tutt’altra cosa dal pianeta non troppo freddo con un’atmosfera respirabile presentato dal libro. Ciò che conta davvero è che questi elementi di fantasia forniscono gli strumenti necessari per raccontare una storia divertente, che tiene incollati alla lettura per tutto il tempo: non solo il libro non annoia mai ma ha anche qualche altro piccolo merito, come le pagine di lieve satira su banchieri, poeti e medici, che strappano sempre un sorriso, proprio come in una commedia teatrale.
L’autore stesso sembra non prendersi troppo sul serio ed anzi strizza l’occhio mentre costruisce una storia volutamente esagerata, impossibile, quasi una presa in giro del genere di space opera che dominava all’epoca: un indizio concreto di questo suo atteggiamento viene proprio dai protagonisti, che iniziano il racconto come i classici inventori tuttofare da romanzo pulp ma poi pian piano si mostrano per ciò che sono realmente, non superuomini alla Richard Seaton dell’Allodola ma piuttosto due macchiette alla Gianni e Pinotto. Uomini comuni, eroi domestici, che non sono sempre all’altezza delle situazioni ma superano le avversità con l’aiuto soprattutto della fortuna e non sanno resistere alle tentazioni o alla natura umana: con protagonisti così è davvero facile identificarsi.